19 Ottobre Ott 2018 1825 19 ottobre 2018 Aggiornato il 13 novembre 2018

Fujimori e le orme della sterilizzazione di massa in Perù

A vent'anni dalla pulizia etnica che coinvolse 300mila donne, la procura di Lima ha denunciato l'ex presidente e quattro ministri per i fatti risalenti agli anni tra 1996 ed il 2001.

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Alberto Fujimori Perù Sterilizzazione

Il 17 ottobre a migliaia si sono riversate nelle strade di Lima per protestare contro la corruzione del Governo. Lo stesso giorno, infatti, era stata giudicata innocente in appello la leader d’opposizione Keiko Fujimori, arrestata una settimana prima per riciclaggio di denaro. Il cognome Fujimori, probabilmente, non è conosciuto ai più, ma ha una lunga storia – di violenza, soprattutto – per il popolo peruviano. Il padre di Keiko, Alberto Fujimori, è stato presidente del Perù dal 1990 al 2000 e oggi è detenuto con l’accusa di corruzione e violazione dei diritti umani: tra il 1996 e il 2001 il suo governo aveva di fatto avviato una campagna di sterilizzazione di massa, che oggi – mascherata dalla retorica del progresso – può a tutti gli effetti essere considerata un tentativo di pulizia etnica, che in quattro anni coinvolse quasi 300mila donne.

VERSO UN NUOVO PROCESSO PER FUJIMORI

Verso l'inizio di novembre 2018 la Procura di Lima ha presentato nei confronti di Fujimori e di quattro ex ministri della Sanità del suo governo una denuncia riguardante il programma di sterilizzazioni forzate. Nella sua denuncia la procuratrice Marcelita Gutiérrez ha ipotizzato i reati, rilevanti penalmente, di attentato alla vita, al corpo e alla salute, e lesioni gravi seguite da morte, per almeno 2.166 casi di donne sottoposte contro la loro volontà a sterilizzazione fra il 1996 ed il 2001. La ong femminista Demus, che rappresenta legalmente molte delle vittime delle sterilizzazioni forzate, ha indicato che oltre al capo dello Stato, sono coinvolti nella denuncia gli ex ministri Eduardo Yong Motta, Marino Costa Bauer, Alejandro Aguinaga e Ulises Jorge Aguilar. Nel suo esposto la procuratrice ha citato specificamente i nomi di almeno cinque donne, sottoposte a forza alla sterilizzazione e poi decedute per infezioni o lesioni irreversibili procurate durante l'intervento. Fujimori, 80 anni, dal 2007 sconta una condanna a 25 anni per numerosi assassinii commessi quando era presidente, si trova da sei settimane in una clinica di Lima dopo che la giustizia peruviana ha annullato un indulto concessogli nel dicembre scorso dall'allora presidente Pedro Pablo Kuczynski.

L’ALZHEIMER PERUVIANO E L’ASCESA DI FUJIMORI

Fujimori salì al potere nel 1990 grazie a quello che alcuni giornalisti nazionali, tra i quali César Hildebrandt, definirono l’Alzheimer peruviano: ancora candidato, infatti, Fujimori consolidò il proprio potere attraverso il falso merito di aver catturato il terrorista Abimael Gusmán, leader del movimento Sendero Luminoso. L’insediamento non è però l’unico buco nero del regime presidenziale di Fujimori – soprannominato anche Fujimorismo – e nell’ultima decade si è tentato di far riemergere le atrocità degli Anni ’90: affrontare l'oppressione sistemica del regime di Fujimori è di vitale importanza, oggi, per comprendere i motivi che hanno consentito la crescita di un partito che rimane la maggioranza del Congresso in Perù.

LA PULIZIA ETNICA: QUASI 300MILA DONNE IN QUATTRO ANNI

Fin dal 1995 Fujimori promosse, attraverso il Sistema Sanitario Nazionale, la sterilizzazione come metodo contraccettivo, all’epoca volontaria, resa possibile con la modifica della General Population Law. Un anno dopo, Fujimori avviò il Reproductive Health and Family Planning Programme, con l’obiettivo dichiarato di contrastare la povertà attraverso la riduzione delle nascite. Secondo una stima del ministero della Salute, pubblicata nel 2002, le donne sterilizzate tra il 1996 e il 2001 sarebbero circa 290mila, ai quali andrebbero aggiunti 30mila uomini. La legatura delle tube – procedura che tramite la chiusura delle tube di Faloppio impedisce agli ovuli di raggiungere l’utero per l’impianto – fu eseguita principalmente su donne indigene delle zone rurali più povere, la maggior parte delle quali di lingua Quechua.

SOLO IL 10% ERA D’ACCORDO

La maggior parte delle campesinas furono convinte con la forza: caricate su camion o ambulanze, trasportate in centri dove avvenivano gli interventi e costrette a tornare a casa a piedi. A chi si rivolgeva a una clinica per partorire, in molti casi, le operazioni erano eseguite senza informare le pazienti. La mortalità era altissima a causa delle condizioni igieniche precarie e del decorso post-operatorio, chi sopravvivera si trovava ad affrontare i dolori fisici e il trauma psicologico. Anche la sorte di chi si sottopose volontariamente alla procedura – si stima in realtà solo un 10% – non fu migliore: le donne, alle quali erano offerti cure e cibo e che accettavano nella speranza di sfuggire alla povertà estrema, erano poi abbandonate dopo l'intervento, senza medicinali o aiuto.

UNA DOPPIA VIOLENZA: FISICA E SOCIALE

Nelle loro testimonianze, le sopravvissute hanno raccontato di una doppia violenza: non solo l’invasione del corpo senza alcun consenso, ma anche discriminazioni e allontanamento dalle proprie comunità. Considerate delle «puttane», erano accusate di essersi sottoposte volontariamente alle operazioni per avere rapporti sessuali con più uomini, quelle sposate erano spesso rinnegate dai mariti. A questa ‘vergogna’ si aggiungeva – per le molte cresciute come devote cattoliche – l’allontanamento dalla fede: la Chiesa condannava la contraccezione, per non parlare della sterilizzazione, «che donna è, una che non può avere figli?», veniva chiesto loro.

MAMERITA MESTANZA E L’INIZIO DEL PROCESSI

Fu il caso di Mamerita Mestanza, nel 1998, a gettare luce su quello che stava accadendo nel Paese Sud Americano. La 33enne di Cajamarica, città dell’altopiano settentrionale del Perù, si sottopose all’operazione dopo due anni di pressioni e minacce da parte degli operatori sanitari. Una volta tornata a casa, la donna contrasse un’infezione e morì nove giorni dopo. La famiglia riuscì, attraverso alcune associazioni umanitarie, a denunciare l’episodio e nel 2001, grazie all’aiuto dell’Inter-American Commission on Human Rights, il Perù concesse alla famiglia di Mamerita un risarcimento di 80mila dollari. Nel 2003, con la presentazione di una petizione che denunciava «l’uso sistematico della sterilizzazione» da parte del Governo, iniziarono le prime investigazioni e nel 2007 arrivò la prima condanna per Fujimori: sei anni per corruzione e abuso di potere, cui seguì nel 2009 una sentenza definitiva a 25 anni di reclusione per corruzione e violazione dei diritti umani. Nonostante molti medici abbiano ammesso di aver eseguito le sterilizzazioni forzate in risposta alle direttive statali e la colpa di Fujimori sia stata riconosciuta in tribunale, le voci delle quasi 300mila donne violate dal regime sono state – nel migliore dei casi – ignorate: oggi però, mentre un altro Fujimori – la figlia Keiko – prepara la propria candidatura presidenziale per il 2021, il popolo peruviano sta cercando di far sentire la propria voce e, soprattutto, quella delle proprie sopravvissute, come dimostra la manifestazione del 17 ottobre.

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