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19 Ottobre Ott 2018 1801 19 ottobre 2018

Cos'è il Progetto Aisha contro la violenza sulle donne

Ideato nel 2016 a Milano da alcune ragazze musulmane, è un pensato per ridare dignità e coraggio a chi pensa di essere sola, magari proprio perché straniera.

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Progetto Aisha Milano

Credits: Amin Othman.

Quando ha deciso di chiedere aiuto, S. aspettava un bambino. Da tempo sopportava i repentini cambi d’umore del marito. Ma lei, che si era sposata molto giovane, non aveva mai pensato all’allontanamento. Fino a quando, un giorno, il limite era stato superato ed era finita in pronto soccorso. Basta schiaffi, aveva pensato. Avrebbe voluto chiedere aiuto, in quella circostanza. E in effetti lo fece. Un veloce passaparola tra diversi gruppi che si occupano di donne vittime di violenza l’aveva messa in contatto con Amina, musulmana come lei. Comunicavano tramite messaggio e a ogni richiesta di assistenza, lei c’era. Di storie come quella di S., Amina Natascia Al Zeer, ne conosce tante. È responsabile del Dipartimento di Assistenza del «Progetto Aisha», un’associazione nata nel marzo 2016 a Milano per contrastare la violenza sulle donne e le discriminazioni.

IL PROGETTO AISHA

L'idea di creare il gruppo è venuta ad alcune ragazze, prevalentemente musulmane che hanno poi costituito il direttivo e che portano avanti, come volontarie, un progetto pensato per ridare dignità e coraggio a chi pensa di essere sola, magari proprio perché straniera. Il loro obiettivo, infatti, è quello di dare sostegno e assistenza alle vittime di abuso, principalmente all’interno della comunità musulmana. «Anche se a rivolgersi ai volontari non sono solo donne di fede islamica», precisa Sara Sayed, giovane studentessa di Psicologia, tra i membri del direttivo e responsabile del Dipartimento di Riabilitazione. «La maggior parte delle richieste di aiuto ci arriva attraverso i canali informali», racconta Sayed a LetteraDonna, «tipo passaparola, che all’interno della comunità islamica è molto intenso soprattutto tra le mamme o tra le maestre a scuola, messaggistica e social network. Funziona tantissimo Facebook: abbiamo una volontaria, poi, che esegue una sorta di monitoraggio di gruppi online dove ci si confida e si segnalano abusi». Si rivolgono a loro soprattutto donne che hanno un’età compresa tra i 25 e i 50 anni, ma è capitato che arrivassero anche giovanissime. Oggi il gruppo segue circa 50 casi. Tra loro si chiamano tutte «sorelle».

LE FASI DI AIUTO: TERAPIA E INFORMAZIONE

A ogni richiesta d’aiuto viene cucito addosso un percorso particolare. Secondo le volontarie, però, il primo passo ideale sarebbe la consulenza con uno psicoterapeuta del gruppo. Perché, capita di frequente, che dopo l’accesso all’associazione, molte si isolino e lascino il programma. «C'è un altissimo livello di abbandono: ci sono donne che ritornano dai propri mariti e fanno fatica a sostenere il percorso di uscita per diverse ragioni», spiega Sayed. C’è la paura dello stigma, la vergogna di una relazione finita male e il timore di essere allontanate dal resto della comunità. Ma nel momento in cui una vittima viene a contatto con il gruppo, un altro step fondamentale è quello dell’informazione sulle varie possibilità di denuncia: «Per esempio, c’è stato un caso in cui il marito continuava a picchiare la moglie: a lei abbiamo spiegato che se avesse chiamato i Carabinieri subito, al momento dell’aggressione, sarebbe stato più semplice allontanarlo», continua la studentessa. Tra le proposte c’è anche l’arteterapia, che Sayed definisce «un esercizio difficilissimo, perché il confronto tra donne che magari si conoscono e che fanno parte della stessa comunità è «un impegno emotivo molto forte». «Tuttavia», conclude, «utilizzando il linguaggio non verbale, nessuna è tenuta a dire assolutamente nulla sulla propria vita ed è per questo che funziona, alleviando il dolore».

L’AIUTO DEI RELIGIOSI

Oltre a un team di professionisti, come appunto avvocati, psicoterapeuti, mediatori familiari e volontari, l’associazione si serve anche dell’ausilio di alcuni Imam, tra le figure più richieste dalle donne che si rivolgono al «Progetto Aisha», proprio per quello che rappresentano nella comunità musulmana. «I religiosi sono nella 'top ten' delle figure più volute (sorride, ndr)», racconta Sayed, «li coinvolgiamo ma gli diamo anche gli strumenti perché possano aiutarci concretamente: per esempio, progettiamo incontri dove si tratti la questione della violenza di genere e stiamo facendo tradurre dei documenti che saranno distribuiti agli uomini, in particolare nelle moschee e nei centri culturali islamici». Insomma, il progetto degli Imam si sta avviando.

CAPIRE LE ORIGINI DELLA VIOLENZA

Tra gli obiettivi del «Progetto Aisha» c’è anche quello di capire «l’eziologia della violenza». Perché è soltanto andando alla radice del problema che si imparano a comprendere le complessità. Ne è convinta Selma Ghrewati, coordinatrice del gruppo: «L’abuso sulle donne somiglia molto a un rubinetto che perde. Il nostro compito non è soltanto limitare il danno, ma provare ad aggiustare ciò che non funziona». L’associazione porta il nome della moglie più giovane di Maometto, Aisha, la prima a cui venne affidato il Corano. Un suono evocativo e familiare, che spinge anche le più restie ad avvicinarsi. «Aisha», in arabo, significa «Colei che è viva». E la decisione di chiamare così il gruppo non è stata casuale: «Lo abbiamo scelto per lanciare un messaggio importante: le donne, noi, le vogliamo vive», conferma Sayed. «Perché», conclude, «non basta che respirino, per esserlo».

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