15 Ottobre Ott 2018 2015 15 ottobre 2018

Chi era la giornalista e femminista Bia Sarasini

È morta il 15 ottobre la direttrice di Letterate Magazine. Scriveva di letteratura, moda, cinema, ma anche politica e soprattutto delle donne. Fu tra i fondatori del Manifesto. La ricordiamo attraverso i suoi articoli.

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Bia Sarasini

È morta il 15 ottobre – a pochi giorni dal suo 69esimo compleanno, il 24 ottobre – Bianca Maria Sarasini, solo ‘Bia’ per gli amici e, soprattutto, per i suoi lettori. Nota soprattutto per l’impegno femminista, Bia era una giornalista multiforme, come diceva chi l'ha conosciuta bene. Già durante gli studi all’Università di Salerno prese parte ai collettivi femministi universitari, molto attivi per il referendum sul divorzio e l’aborto. Nel 1970 è stata tra i fondatori del Manifesto, poi ha scritto per Il Secondo XIX di Genova, la sua città natia, e dal 2009 al 2011 è stata presidentessa della Società italiana delle Letterate, nonché direttrice del settimanale online Letterate Magazine. Ultima direttrice di Noi Donne, dal 1990 al 1994, e poi 10 anni al servizio di Radiotre. Quando internet stava ancora facendo il suo timido ingresso nel panorama editoriale, Bia aveva già creato DeA – Donne e Altri, insieme ai colleghi Monica Luongo, Alberto Leiss, Letizia Paolozzi. L’impegno alla causa femminista era chiaro anche fuori dalle pagine dei giornali, nelle imprese con la Casa Internazionale delle donne e l’organizzazione del Centro Culturale Virginia Woolf, e LetteraDonna la ricorda proponendo alcuni dei suoi articoli.

LA GUERRA: «IL DESIDERIO DI NON AVERE OSTACOLI»

Pubblicato originariamente sul Manifesto, in 'Le donne in armi sulle gambe della parità' Bia Sarasini si chiedeva chi avrebbe salvato il mondo dalla violenza, se anche le donne, coadiuvate dalla loro emancipazione, entrano nella macchina del monopolio della violenza legittima, come definito da Max Weber. «Le donne in guerra sono un mutamento epocale, che ha camminato sulle gambe della parità, che è stato sostenuto dal desiderio delle donne di non avere ostacoli, di fare tutto quello che vogliono. E lo fanno. Possono essere grandi leader politiche. Possono essere ottime comandanti, e soldate. O pessime. Anche torturatrici, come si vide ad Abu Ghraib, durante la guerra in Iraq, dove donne torturarono prigionieri – maschi. Sono convinta che tutto questo, come in altri campi, sia un effetto inevitabile della libertà delle donne, e del ribaltamento che ne è conseguito della divisione tra privato e pubblico che ha retto fin qui il mondo borghese. Le donne non sono buone per natura, la cura non è virtù naturale e femminile, come hanno provato a farci credere. In una sistemazione del mondo molto comoda – finché ha durato – per gli uomini. La cura è un’etica, che va scelta. Come l’empatia, che deve essere coltivata e incoraggiata. Essere madri può stimolarla, ma anche no. Accade, con la guerra e le donne, quello che è successo con la ricerca della parità. Un obiettivo assunto all’interno del sistema neo-capitalistico».

LA PROSTITUZIONE: «UNA MORALE CHE NON ESISTE PIÙ»

Il tema della frattura tra giusto e sbagliato nella lotta femminista è caro a Bia, anche quando si tratta di parlare di uso – e abuso – del proprio corpo. La prostituzione. Quella di Sarasini era un’analisi sempre lucida, sempre moderna. E senza cadere in perbenismi, si chiedeva se la vendita del corpo, quando volontaria, fosse legittima. Sfruttarsi è un diritto conquistato, e se lo è, si chiama prostituzione? Sarasini pensava di no, non che non lo trovasse «riprovevole», credeva però che la morale fosse altro rispetto alla modernità. E quindi, su DeA scriveva: «Le donne hanno diritto all’utilizzo del proprio corpo è una declinazione imprevista e particolare dell’antico slogan femminista ‘il corpo è mio e lo gestisco io’. Ma se si è libere, se cioè non si è sotto il dominio di qualcuno, i limiti sull’uso di se non possono venire da un’antica morale sessuale, quella che divideva le donne tra perbene e permale, e considerava che le donne perbene non potevano avere rapporti sessuali se non nel matrimonio. È una morale che non esiste più, e non corrisponde più a nessun comportamento reale, almeno nel mondo occidentale».

IL FEMMINICIDIO: «PATTO SOTTINTESO DEL PATRIARCATO»

Il femminicidio è una piaga che lo sguardo attento, e la penna, di Sarasini non potevano ignorare. La morte, per mano di chi dovrebbe amarle, delle donne, di ogni età e classe sociale, saltava all’occhio della giornalista per quello che è: frutto di un sistema sociale e culturale arcaico, ormai rotto, che cerca di sopravvivere nella violenza domestica. «Soprattutto ora, che come racconta la cronaca, le donne, tutte, di ogni condizione sociale, culturale, economica, esercitano a pieno titolo la propria libertà. Libertà di muoversi, di lavorare, fare sesso, amare o non. Non si mette mai abbastanza in luce il patto sottinteso nel patriarcato, che l’ipermodernizzazione liberista si guarda bene dal cancellare», scriveva Sarasini su Letterate Magazine. «Peccato che il conflitto sia aperto, e che il patto sia saltato. Ma nessuno li avvisa, o li educa, i ragazzi, gli uomini. E si trovano di fronte a oggetti sconosciuti, donne che pensano di stare meglio da sole, per esempio. Non stupisce allora questa specie di guerriglia individuale – l’individuo è il protagonista del nostro tempo – e ormai permanente. Uccido la mia donna che non vuole più essere mia, quella singola donna non intercambiabile con altre. Non una generica rappresaglia dunque. Non è la prima volta che succede, nella storia umana, basti pensare al massacro di donne che fu la caccia alle streghe».

LA SESSUALITÀ: «LA DIVISIONE DEL SESSO DALLA PROCREAZIONE»

L’analisi di un dilemma che segue le femministe fin dalle loro origini è quello che Sarasini riassume nella domanda «Libertarie o bacchettone?». Rinunciare al sesso, reprimere il proprio desiderio per diventare odiatrici degli uomini, oppure liberarlo – come organo e come corpo fisico che vive di pulsioni – e accettare il proprio piacere: queste sono le due possibilità dalla notte dei tempi. Di fatto però, le femministe non si sono mai arrese alla femminilità, abbandonando i corsetti, bruciando i reggiseni o accorciando le gonne, deludendo i costumi della propria epoca. «La seconda ondata del femminismo, per usare le categorie della storiografia anglosassone, è parte integrante di quel panorama che fu chiamato ‘rivoluzione sessuale’, resa possibile da un evento biopolitico enorme, di tale portata che nelle analisi si tende a dimenticarlo: la diffusione della pillola anticoncezionale. La divisione del sesso dalla procreazione era finalmente disponibile per tutte le donne. E conoscere il proprio corpo, conoscere il proprio orgasmo, raggiungerlo, non contentarsi di una sessualità mortificata, gestita da compagni e mariti noncuranti, è una delle pratiche centrali degli anni del movimento. Esattamente come le manifestazioni. Non più la simbolizzazione del sesso, ma il genitale reale», aveva scritto Sarasini su DeA.

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