Femminicidio

Femminicidio

12 Ottobre Ott 2018 1822 12 ottobre 2018

Perché l'analisi sul femminicidio di Federico Moccia è sbagliata

Il punto di vista dello scrittore e regista riguardo alle violenze sulle donne pubblicato sul Corriere della Sera non è piaciuto (a nessuno). E la rettifica è servita a poco. 

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Federico Moccia Femminicidio

Ha destato molto scalpore, e ne comprendiamo il motivo, l’intervento di Federico Moccia sul Corriere della Sera - Roma del 10 ottobre. L’autore e regista romano ha infatti speso qualche parola – di troppo, forse – sul femminicidio. A partire da titolo e sottotilo, «Femminicidio, la cultura dell’amore e del rispetto contro la violenza», in cui vengono usati vocaboli che stridono con il senso – presumendo fosse quello – del pezzo: fornire uno spaccato della situazione in cui si trova l’Italia all’indomani del ratifica della Convenzione di Istanbul. Per farlo però, l’autore parla di mancanza d’amore, o meglio della delusione di un uomo di fronte al «fatto che certe dinamiche di coppia siano cambiate, perché il suo progetto di vita si è interrotto e con esso la complicità che c’era, o perché magari non si è trovato il modo e il coraggio di dire che un sentimento era finito da anni», senza tenere conto del fatto che, se non nella maggior parte, sicuramente in molti casi qualcuno – la vittima – alla relazione aveva provato a metterci un punto, ma non le è stato permesso.

SE LA VITTIMA È COLPEVOLIZZATA, NON CAMBIEREMO MAI

E così si giunge a un passaggio pericolosissimo: «La loro colpevolezza [del carnefice e della vittima ndr] è pari. Non hanno saputo vedere le loro mancanze, domandarsi che cosa non è andato, perché quel rapporto è fallito», ha scritto Moccia. La minaccia di questa argomentazione sta nel credere, e nel far credere, che un femminicidio arrivi solo al culmine di una delusione tanto straziante quanto distruttiva. Non è così, la delusione – se mai ci fosse stata e non fosse semplicemente voglia di possedere – è solo il sintomo, non la causa della violenza. E non lo è neanche la gelosia, che Moccia definisce «una parete senza finestre che finge di proteggere da pericoli esterni chi è nella stanza, ma in realtà lo soffoca perché impedisce la vita». La radice di un simile atto è una, e una soltanto: un sistema socio-culturale patriarcale e violento, trasbordante di un maschilismo tossico che confonde la relazione con il possesso e la sottomissione con l’amore.

NON È IL CARNEFICE A SOFFRIRE

Questa distorsione è chiara in un passaggio successivo, dove Moccia ha scritto: «La persona si sente fallita, si sente sola, tradita, allora se la prende con la persona amata e cerca di ferirla ancora di più: se la prende con i figli, con l’amore più grande, che poi dovrebbe essere anche il suo». No, la logica del ferire per non essere feriti non la accettiamo. E non l’ha accettata neanche Melissa Panarello che il giorno dopo la rettifica di Moccia, pubblicata su Giornalettismo – e su questa ci torneremo – ha utilizzato lo stesso mezzo, il Corriere, per spiegare allo scrittore il suo errore: «Non bisogna dimenticare che l’omicidio di una donna è spesso il traguardo ultimo di chi, nel corso della relazione, ha tentato di annientare la compagna adottando modalità sempre differenti: dalla sottomissione alla manipolazione psicologica, dalle botte alle continue umiliazioni, fino agli stupri nel talamo nuziale fatti passare come obblighi coniugali».

LA RETTIFICA CHE NON LO SCAGIONA

Passiamo alla rettifica, che rettifica non è: «La frase è stata interpretata male: la colpevolezza si riferisce al fallimento del rapporto: molto spesso un uomo che uccide la donna reputa solo lei colpevole della fine della loro relazione. Invece, questa colpa è condivisa: anche l’uomo deve rendersi conto che il gesto che sta per commettere deriva da un suo comportamento sbagliato», spiega. Impossibili non dissentire, perché se un rapporto finisce la colpa non è di nessuno. Non della donna, non dei figli, e nemmeno dell’uomo. Se c’è colpa è dell’habitus, della disposizione inconscia che spinge la comunità a considerare l’uomo, il maschio, garante della solidità del rapporto, a tutti costi. Anche al costo di uccidere per non ammettere il “fallimento”. Un ruolo debilitante e sessista – sì, anche questo è sessismo – che pure Panarello tocca nella sua risposta: «Se un uomo uccide una donna, la colpa è dell’uomo che non è riuscito a vivere con dignità il proprio fallimento; la cultura patriarcale è più un danno per i maschi che per le femmine, perché è una cultura che chiede agli uomini di non fallire e non cadere mai, di essere invulnerabili».

L'INDIFFERENZA DEI BUONI E L'ERRORE DI TUTTI GLI ALTRI

Verso la fine del suo intervento poi, lo scrittore e regista cita Martin Luther King: «Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi; è l’indifferenza dei buoni», ha scritto. Ecco, anche noi siamo spaventati dall’indifferenza dei buoni, quella che sorvola su una conversazione così seria e spesso assente nel nostro Paese perchè troppo difficile, ma siamo spaventati anche dalla gabbia che imprigiona non solo i buoni, ma anche gli scrittori, e contribuisce a perpetrare la visione del femminicidio come atto estremo di compassione per un amore finito.

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