11 Ottobre Ott 2018 1215 11 ottobre 2018

Tasha Reign, la pornostar che insegna il consenso

Ha superato pregiudizi e paure (sue e dei ragazzi) ed è entrata nelle confraternite per dire ai giovani: «Non diventate stupratori, non rovinate il vostro futuro». La sua lettera.

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Tasha Reign confraternite

Tasha Reign non è una docente universitaria, non è un'assistente sociale, né una psicologa. Il suo mestiere, da quasi dieci anni, è attrice nei film per adulti. La pornostar, in parole povere. Ma quando ha visto che gli Stati Uniti sono stati travolti dallo scandalo abusi, ha sentito la «responsabilità civica» di andare nelle università per spiegare ai giovani cosa sia il consenso. Per anni si è sentita attaccata dai pregiudizi sul suo lavoro, «è colpa tua se le donne vengono violentate e uccise», le dicevano, così ha iniziato un tour di conferenze nelle confraternite statunitensi, teatro - loro malgrado - di numerosi stupri e violenze negli ultimi anni. A DailyBeast Reign ha raccontato la propria esperienza, LetteraDonna ve ne propone una sintesi.

«Il caso di Brett Kavanaugh ha acceso una rabbia nelle donne – in tutto il nostro Paese. E io ho sentito il bisogno di iniziare una discussione seria a proposito degli abusi sessuali, del consenso e dell’ideologia del «i ragazzi sono pur sempre ragazzi», perché è evidente quanto Kavanaugh sia il riflesso della nostra cultura maschilista – quello di una società che trasuda di mascolinità tossica.

Iniziai a tenere delle conferenze come ospite nelle università – la prima fu l’UCLA, dove mi sono laureata. Dopo uno di questi incontri, circa due anni fa, uno studente venne da me, si presentò come «Harrison» e fu subito amichevole ed educato. Guardandomi dritto negli occhi mi disse: «Hai menzionato parecchio la parola consenso. Io faccio parte di una delle confraternite del campus, e mi chiedevo se ti andrebbe di venire a parare ai confratelli a proposito di questa parola, del consenso. Penso che gli farebbe bene».

Lo ammetto, all’inizio non ero per niente convinta che andare in una confraternita, a parlare ad un gruppo di giovani maschi adulti di questo argomento, fosse una buona idea. Ero spaventata. Avevo già sperimentato la ‘valutazione’ che moltissime ragazze subiscono entrando in uno di quegli edifici [le sedi delle confraternite negli Stati Uniti sono dormitori riservati dove gli studenti vivono ndr]. La mia mente era inondata di stereotipi, non volevo farmi coinvolgere da quell’ambiente. Ma dopo qualche giorno mi resi conto che, invece di leggere di quegli abusi orrendi perpetrati da queste confraternite, avrei potuto fare parte della soluzione.

Parte della mia preoccupazione infatti derivava dagli stereotipi che la società ha su di me. Mi viene ripetuto, costantemente, dai media e dai fanatici religiosi che la mia professione, l’intrattenimento per adulti, incoraggia gli uomini a prendere pessime decisioni: molestie, stupri di gruppo, e omicidi. Così ho deciso che educare i ragazzi delle confraternite, per me, era un dovere civico.

Al primo incontro, quando mi presentai, i ragazzi rimasero in silenzio, molto attenti alle mie parole. Mi diedero il rispetto che vorrei dessero alle donne i miei futuri figli. Ribaltarono completamente quell’immagine di misoginia che mi ero fatta dei confratelli. Mi piacerebbe che avessero insegnato loro fin da bambini a non avere comportamenti sessualmente inappropriati nei confronti delle ragazze, nello stesso modo in cui hanno insegnato a noi bambine a non diventare vittime di abusi, ma questa è la società che abbiamo. Ed eccoci qui.

Ho raccontato aneddoti del mio passato, nei quali potessero immedesimarsi (anche se dall’altra parte del mio racconto). E soprattutto ho spiegato loro quale brillante futuro li attende, e che quel futuro si regge sulla loro reputazione e sulla loro responsabilità. Essere membri di una confraternita è una posizione invidiabile, sono privilegiati.

Purtroppo, alcune delle domande riguardano sempre le false accuse: «Ma cosa faccio se una ragazza si inventa una storia, se dice che le ho fatto qualcosa?». Io rispondo semplicemente mostrando loro la triste realtà: «Per quale motivo una donna dovrebbe scegliere di esporsi alla pubblica umiliazione che oggigiorno segue una denuncia di violenza sessuale? Cosa gliene verrebbe?», gli spiego che le possibilità che una donna voglia una cosa del genere sono talmente scarse che non dovrebbero preoccuparsene.

Sono una femminista, come tale sono convinta anche che gli uomini siano il prodotto della società che vivono e che noi donne dovremmo plasmare questa società. Noi educhiamo i nostri bambini, e forgiamo gli uomini che diventeranno. Ecco perché faccio questo, ecco perché faccio parte di questo neonato progetto. Perché ci siamo dentro tutti, insieme».

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