Sessismo

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4 Ottobre Ott 2018 1246 04 ottobre 2018

The Wife, vivere nell’ombra di tuo marito. Anche nella realtà

In occasione dell'uscita del film di Björn Runge interpretato da Glenn Close, vi proponiamo le storie di quattro mogli defraudate del successo dai propri compagni di vita.

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Glenn Close The Wife

È uscito nelle sale il 4 ottobre The Wife – vivere nell’ombra, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Meg Wolitzer, con la regia di Björn Runge. Ambientato negli Anni ’90, la pellicola racconta la storia di Joan Castleman, interpretata da Glenn Close, e di suo marito, Joe (Jonathan Pryce), scrittore designato come vincitore del premio Nobel per la letteratura (nel libro, il premio Helsinki). Ma la storia si complica quando Joan decide di raccontare la verità e prendersi il merito del suo lavoro: è lei l’autrice del romanzo, ma una società maschilista e un marito dispotico le hanno strappato il successo. «Quando decisi di lasciarlo ci trovavamo a 35mila piedi sopra l’oceano, sull’orlo del precipizio, ma con una sensazione di immobilità e tranquillità. Proprio come il nostro matrimonio», con queste parole la Joan nel romanzo descrive il suo matrimonio, integro all’apparenza tutt’altro che perfetto. Quella dei coniugi Castleman è una novella, pura fantasia, ma le storie vere di mogli devote che hanno rinunciato alla propria realizzazione personale per amore, o forse solo per sessismo, sono realtà: eccone quattro.

Zelda Sayre Fitzgerald a lezione di danza. Parigi, circa 1925.

ZELDA FITZGERALD: MOLTO PIÙ CHE MUSA

Zelda Sayre Fitsgerald è conosciuta come la flapper girl che insieme al marito, Francis Scott Fitzgerald, ha incarnato un’epoca, ossia i Roaring Twenties. Fin dai primi Anni ‘20 Zelda collaborò con alcuni giornali, pubblicando racconti brevi che finanziavano le sue lezioni di danza e di pittura, e fu proprio il successo del marito, che nel 1925 pubblicò il suo terzo e più famoso romanzo Il grande Gatsby, a spronarla e, ahi noi, gettarla nell’ombra. Il suo unico romanzo, Lasciami l’ultimo valzer, largamente ispirato alla vita della stessa Zelda, venne pubblicato nel 1932, ma dovette aspettare la rilettura femminista degli Anni ’70 per ottenere il successo che meritava. La realtà, però, è che anche il marito Francis si ispirò – forse troppo liberamente – alla vita della moglie, attinse a piene mani dai suoi diari e lettere private. Commentando l’opera del celeberrimo coniuge, Belli e dannati, sul New York Herald Tribune, Zelda scrisse: «Mi sembra di aver intravisto in una pagina alcuni pezzi del mio diario, misteriosamente scomparso dopo il matrimonio; per non parlare dei frammenti di lettere che, seppur rielaborate non poco, mi suonano comunque familiari. Infatti, sembra che Mr. Fitzgerald – credo che il suo nome si scriva così – ritenga che il plagio inizi fra le mura domestiche». Molto più che una semplice musa quindi, anche Zelda fu vittima della cultura maschilista che considerava «malsane» le sue ambizioni.

Esther Lederberg in laboratorio. Circa 1950.

ESTHER LEDERBERG: LA RICERCA DEL SUCCESSO

Esther Lederberg, nata nel 1922 nel Bronx, New York, gettò le basi per tutti gli studi futuri sull’eredità genetica, sulla regolazione genica e sulla ricombinazione genetica. La microbiologa americana è famosa soprattutto per aver scoperto, nel 1952, il lambda bacteriophage, un virus in gradi di infettare i batteri. Insieme al primo marito, Joshua Laderberg, Esther sviluppò anche un sistema per trasferire le colonie batteriche da una piastra di Petri – il recipiente cilindrico, di vetro o materiale plastico, utilizzato nei laboratori – ad un’altra. Questo sistema, chiamato tecnica della piastratura delle repliche, oggi conosciuto anche come metodo Lederberg, permise il progresso negli studi della resistenza agli antibiotici ed è ancora in uso. Lo studio sviluppato con la moglie procurò a Joshua Laderberg il premio Nobel alla Medicina nel 1958, che condivise con i colleghi George Beadle e Edward Tatum. Esther invece non ricevette alcun merito. Anche in campo universitario alla Lederberg non fu riservato un trattamento migliore e, nel discorso in memoria della scienziata tenuto a Stanford nel 2006, il collega Stanley Falkow ricorda: «Lottò anche per ottenere il ruolo di professore associato [all’Università del Winsconsin ndr], nonostante si sarebbe, senza alcun dubbio, meritata il ruolo di professore ordinario. Non è la sola. Le donne vennero trattate in maniera riprovevole dalle Accademie a quei tempi».

Alice Guy.

ALICE GUY: LA NONNA OBLIATA DEL CINEMA

Alice Guy fu la prima regista donna e proprietaria originaria del Solax Studio, un laboratorio cinematografico femminile. Quando sposò Herbert Blanché, Alice aveva già prodotto oltre cento film, spesso rompendo quelle barriere che oggi conosciamo come ruoli di genere – prima ancora che questa espressione facesse il suo ingresso nel lessico comune – realizzando pellicole con interpreti femminili in ruoli tradizionalmente maschili, relegando gli uomini a posizioni di subalternità. Ironia della sorte, quando nel 1920 Carolyn Lowery pubblicò una lista dei cento personaggi più influenti della storia del cinema, ad Herbert Blanché venne dedicata un’intera pagina, Alice Guy non venne nominata neanche una volta. Il marito infatti, subito dopo il matrimonio, l’aveva convinta ad entrare in società, lasciando solo il proprio nome in prima linea.

Margaret Keane.

MARGARET KEANE: CON GLI OCCHI DEL SESSISMO

Margaret Keane fu la pittrice che creò i big-eyed waifs, i dipinti di bambini dai grandi occhi, presto divenuti molto popolari, e che forse conoscete per Big eyes, il film del 2014 prodotto da Tim Burton. Accadde però che quando negli Anni ’50 il marito, Walter Keane, iniziò a venderli, lo fece a proprio nome, ovviamente all’insaputa di Margaret. Quando diversi mesi dopo la donna lo scoprì, lui la convinse a protrarre l’inganno, convincendola che avrebbe incrementato le vendite e ricorrendo anche a minacce e intimidazioni. Margaret trascorreva fino a 16 ore in studio per produrre le sue opere, mentre il marito se ne prendeva il merito. La coppia divorziò nel 1965, ma dovettero trascorrere altri cinque anni perché Margaret ammettesse di essere lei la madre di quei grandi occhi. Nel 1986 lo citò in tribunale, secondo quanto riportato da un articolo della rivista People dell'epoca: «Margaret, 58 anni, e Walter, 70 anni, non si erano visti per circa venti anni fino a quando sono entrati nel tribunale federale di Honolulu il mese scorso, e hanno proceduto a un processo, molto agitato, di 3 settimane e mezzo. Margaret ha ammesso di aver accondisceso alle pretese di Walter durante il loro matrimonio, ma soltanto perché aveva minacciato di uccidere lei e sua figlia, avuta da un precedente matrimonio, se avesse rivelato la verità. Per assecondare le richieste del suo avvocato lei si sedette davanti ai giurati ed in 53 minuti dipinse il viso di un ragazzino con quegli inconfondibili occhi fuori misura. Il dipinto del processo potrebbe essere il suo più grande trionfo artistico», anche a Walter fu richiesto di produrre un dipinto: rifiutò accusando dolori ad una spalla.

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