Femminicidio

Femminicidio

4 Ottobre Ott 2018 1750 04 ottobre 2018

Se la vita Noemi Durini vale solo 18 anni di carcere

Rito abbreviato e pene inadeguate: come pensiamo di fermare la piaga dei femminicidi in Italia, se togliere la vita a una donna vale una volta su due una manciata di anni in galera?

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Noemi Durini 2

«Una pena troppo elevata». Sono queste le parole che mi martellano da ore, ossia da quando un tg ci ha mostrato l’avvocato difensore del femminicida di Noemi Durini commentare così la sentenza emessa il 4 ottobre. Il caso è quello di una ragazza di 16 anni, col viso solare e pieno di vita, strappata al suo futuro e alla sua famiglia, il 3 settembre del 2017, dalla furia omicida di Lucio Marzo, all’epoca suo fidanzato. Il Tribunale dei Minorenni di Lecce, dove il processo si è svolto, ha comminato una pena di 18 anni e otto mesi all’assassino. Una condanna che trova senso, secondo la decisione del Giudice, nella giovane età del femminicida che dal compimento dei 30 anni potrà ricostruire la sua vita in un percorso di rieducazione che avrà inizio, auspicabilmente, già dalla detenzione. Una pena decisa pur tenendo conto della premeditazione, del possesso di un’arma e dalla soppressione del cadavere di Noemi, occultato dal giovane assassino sotto un cumulo di pietre.

So che dovremmo tutti provare sollievo nel sentire pronunciare una condanna. E sappiamo tutti bene che, a differenza di altri Paesi, la nostra Costituzione impone che ci sia la possibilità, dopo aver pagato il conto con la giustizia, di guadagnarsi il reinserimento sociale. Un ruolo al quale non tutti gli istituti penitenziari possono facilmente puntare, viste le condizioni di sovraffollamento, ma che resta una pietra miliare del nostro ordinamento. Sì, sono cose che sappiamo e anche condividiamo. Ma oggi io non riesco proprio a non essere accanto alla madre, al padre, al nonno di Noemi, per nulla soddisfatti della sentenza. I familiari e gli amici della 16enne salentina, distrutti dal dolore, oggi non sentono di aver avuto giustizia.

Il funerale di Noemi il 20 settembre 2017.

Quanto vale, si chiede qualcuno, la vita di una ragazza di 16 anni? Certo, a questa domanda una risposta non potranno mai darla nemmeno le condanne. Ma se è vero nessuno potrà restituire alla famiglia la loro figlia e nipote, perché lo Stato Italiano e la politica italiana si ostinano a voler concedere il rito abbreviato - è il caso di Lucio Marzo - a chi si macchia di delitti così terribili? Cosa può esserci di più grave del voler deliberatamente mettere fine alla vita di una persona, solo perché voleva vivere la propria libertà e solo perché donna da possedere? Quanto vale la forza della Giustizia e il suo rigore, perché ciò che è accaduto possa non accadere più? Non è anche questo un compito della nostra Costituzione?

Molte associazioni che si occupano della violenza maschile contro le donne chiedono da tempo di riformare la legge, abolendo il rito abbreviato per i casi nei quali vi sia ad esempio premeditazione e l’aggravante della crudeltà. Elementi purtroppo molto ricorrenti nei femminicidi. Nonostante le insistenze però, l’ultima riforma del codice di procedura penale non ha toccato questo punto ed il risultato è a mio parere devastante. La sensazione di «impunità» per chi commette reati e la convinzione di una impossibilità «de facto» di avere giustizia per chi la subisce sembrano essere di assoluta evidenza nell’opinione pubblica italiana. Un elemento che diventa banalmente coerente con l’impressionante dato secondo cui le donne che subiscono violenza, nell'80-85% dei casi non denuncerà mai. Il sillogismo è sin troppo facile: se non vengono puniti adeguatamente gli assassini che uccidono le donne, per quale ragione dovremmo credere vi sia una giustizia severa e puntuale per reati «minori» dello stesso ambito?

La sentenza di Noemi non è l’unica in cui il femminicida scontando poco più di una decina di anni potrà essere reinserito in società. I dati visibili sul sito dell’Istat (Fonte: Ministero della Giustizia) ci dicono che le sentenze hanno portato ad assoluzione nel 13,6 % dei casi (includendo anche le assoluzioni per infermità mentale) e nel restante 86,6% di condanne, quelle superiori ai 20 anni riguardano poco più del 50% delle sentenze definitive. La mia domanda da cittadina è: come pensiamo di fermare quello che possiamo solo definire come «massacro» ossia i femminicidi in Italia, se togliere la vita ad una donna vale una volta su due, una manciata di anni in galera? Se è vero che in Italia ogni due giorni circa viene uccisa una donna e che sono circa 600 le vittime di sesso femminile uccise solo perché donne negli ultimi quattro anni, davvero questa riteniamo sia la risposta adeguata che la Giustizia deve dare? Questo la strada per punire chi ha distrutta la vita di mogli, madri, figlie e sorelle e cagionato dolore infinito e insanabile a figli e familiari? No, per me la strada non può essere questa.

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