3 Ottobre Ott 2018 1717 03 ottobre 2018

Vittima di stupro fa causa a Facebook

Violentata e costretta alla prostituzione da un amico virtuale che l'aveva adescata sul social, una donna texana ha deciso di fare causa alla piattaforma.

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Continua l’annus horribilis di Facebook. Una donna texana ha fatto causa al social sostenendo che la piattaforma presti il fianco ai trafficanti di esseri umani, offrendo loro libero spazio per adescare i minori e inserirli nei circuiti del mercato del sesso.

ADESCATA CON LA PROMESSA DI UN LAVORO DA MODELLA

La donna, che nei documenti del tribunale è nota con lo pseudonimo di Jane Doe, ha agito legalmente contro il social sulla scorta di un’esperienza personale. Secondo quanto riportato dalla sua legale, Annie McAdams, nel 2012 la vittima, ancora minorenne, era diventata amica di un utente che, in una serie di conversazioni private, aveva iniziato a riempirla di complimenti. Ma la conversazione fra i due non si era limitata ai convenevoli: la ragazza aveva raccontato dei suoi conflitti con la madre al suo nuovo amico virtuale che, nel tentativo di consolarla, le aveva promesso una carriera da modella che le avrebbe garantito uno stipendio sufficiente a permettersi un appartamento dove poter vivere in totale indipendenza. E l’aveva convinta a scattare una serie di fotografie, che avrebbe poi postato online. Peccato che si trattasse soltanto di castelli in aria e di promesse da marinaio: in cambio di denaro, l’uomo non le ha assicurato nessun lavoro ma l’ha spinta nella trappola di trafficanti di sesso che l’hanno stuprata, picchiata e venduta. Costringendola, tra le tante cose, a prostituirsi nelle stanze di un hotel sulla Southwest Freeway.

FACEBOOK NON GARANTISCE LA DOVUTA SICUREZZA AI MINORI

La vittima ha chiesto al social 1 milione di dollari di risarcimento, etichettandolo come «primo punto di contatto tra i trafficanti di sesso e i minori», responsabile di offrire loro non solo una dimensione in cui agire ma anche una certa credibilità. Secondo l’accusa, infatti, la piattaforma di Zuckerberg non avrebbe fatto abbastanza per «garantire che gli utenti non siano in grado di nascondere le loro identità a minori ignari, che in questo modo diventerebbero facili bersagli dei trafficanti, né per metterli in guardia su questo pericolo». Ma l’azione legale non si è limitata solo a questo: Jane Doe ha pensato di fare causa anche alla compagnia Backpage.it, un sito di pubblicità online chiuso qualche anno fa dal FBI perché accusato di promuovere la prostituzione, e all’albergo nel quale era stata costretta a offrire favori sessuali. Al momento, gli imputati non hanno risposto alle accuse.

UN ANNO PROBLEMATICO PER ZUCKERBERG

Il 2018 non è stato un anno particolarmente felice per il colosso della Silicon Valley. Tra l’enorme portata dello scandalo di Cambridge Analytica e una serie di querele di dipendenti che lamentavano episodi di discriminazione legati al sesso e all’età, Facebook sembra non navigare più da tempo in acque tranquille. Uno degli episodi più recenti è quello che ha visto protagonista il social di una denuncia per discriminazione di genere legata a inserzioni lavorative unicamente rivolte agli uomini.

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