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2 Ottobre Ott 2018 2037 02 ottobre 2018

Mara Gay e la confessione di uno stupro che fa ancora male

Sulla scorta dell'editoriale della giornalista sul New York Times, tante sono state le donne che, in queste settimane, hanno trovato il coraggio di confessare le molestie subìte ai tempi del college.

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La testimonianza di Christine Blasey Ford contro il giudice Brett Kavanaugh ha innescato, negli ultimi giorni, una reazione a catena di risonanza non trascurabile. Molte, infatti, sono state le donne che, ispirate dal coraggio della professoressa della Palo Alto University hanno trovato le forze necessarie per parlare di quegli abusi subìti da adolescenti o ai tempi dell’università e mai denunciati. E nell’hashtag #WhyIDidntReport, creato in aperta polemica con il presidente americano Donald Trump (che si era chiesto come mai la Blasey Ford avesse deciso di rendere nota la violenza subìta dopo così tanto tempo) hanno spiegato le ragioni per cui di quelle molestie non hanno mai parlato pubblicamente. Almeno fino ad ora. Una su tutte: la voce della giornalista Mara Gay che ha deciso di raccontarsi in un editoriale sul New York Times.

QUELLA VIOLENZA RICOSTRUITA PER LA PRIMA VOLTA SUL NEW YORK TIMES

Gay ha scritto per la prima volta del ragazzo che la stuprò ai tempi del college e che lei non denunciò. Un episodio che «la memoria del suo corpo» non ha mai dimenticato e che le circostanze hanno contribuito a ricordarle, facendoglielo incontrare, dopo più di dieci anni, in uno dei suoi locali preferiti. La Gay ha spiegato come lui l'abbia salutata come se nulla fosse successo, mentre lei, sotto shock, si sia semplicemente limitata a sorridere, «perché questo è quello che significa essere donna: sorridi educatamente attraverso le indegnità della vita, in un corpo che a volte sembra non essere il tuo». La cosa più surreale, secondo la giornalista, è stato realizzare che, probabilmente, lui non aveva mai più pensato a quello che era successo dopo quella sera, mentre lei aveva vissuto quel momento più e più volte, crogiolandosi in un silenzio doloroso e in una ferita che, per chi ha subìto violenza, rimane incancellabile nonostante gli anni. E mentre la Blasey Ford testimoniava in diretta tivù, la reporter ha sentito il dovere di parlare di quello che era successo: ha ammesso di «non aver parlato dell’abuso che aveva subìto perché credeva che molte altre donne avessero patito di peggio». In più, ha spiegato che lei aveva bevuto, che parte di quel rapporto era stato consensuale e che, poco dopo, aveva deciso di frequentare il ragazzo, autoconvincendosi che «non sapeva cosa stesse facendo o che non ricordasse». Ma, più di tutto, con le sue dichiarazioni, ha voluto lanciare un messaggio: «Parlare adesso non è tardi, se serve a impedire che accada ancora, se aiuterà le donne a non provare vergogna e colpa, e gli uomini a dar loro ascolto e credito». Il #MeToo ha, così, acquisito un nuovo fronte, quello degli stupri come epilogo di serate finite male nel periodo tra l'adolescenza e l'università.

LA DENUNCIA DI BETH JACOB E TARA LAVIN

Così le dichiarazioni emerse dal processo Kavanaugh e l'editoriale di Gay sono state la miccia per rivelare molestie subìte da tante ai tempi del college. La scrittrice freelance Beth Jacob ha raccontato al Washington Post di essere stata stuprata dal fidanzato della sua amica. E di non essere riuscita a denunciarlo subito anche lei «perché aveva bevuto, perché le sembrava di ricordare poco di quello che era successo prima e dopo e perché si sentiva bloccata dalla paura che potesse succedere di nuovo». Ma, più di tutto, perché temeva di «non essere capita e di dover portare anche il fardello della pubblica condanna come se fosse stata lei la colpevole». Sulla stessa linea si è posta anche la scrittrice Talia Lavin. Che in un articolo sull'Huffington Post è ritornata con la memoria ai tempi di Harvard. Lavin ha raccontato di essere stata molestata da uno dei ragazzi che frequentavano con lei il club di teatro della celebre università dell'Ivy League: «Una sera siamo andati tutti insieme a bere qualcosa dopo uno spettacolo. E la festa è finita in camera mia, fino a quando non siamo rimasti da soli io e un ragazzo, che conoscevo perché piuttosto noto nel campus. Ha iniziato a fare apprezzamenti su di me, sul mio vestito e, all’improvviso ha tentato più volte di baciarmi e di trascinarmi sul letto. Io sono riuscita a divincolarmi ma lui mi ha seguito e ha tentato di molestarmi fino a quando non è arrivato a prenderlo uno dei suoi amici». E a chi le ha chiesto come mai non avesse denunciato prima l'accaduto, l'autrice ha risposto lapidaria: «Non sentivo soltanto di aver perso il mio corpo ma anche la mia voce. Non riuscivo a credere fosse successo, non reputavo giusto fosse successo proprio a me».

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