2 Ottobre Ott 2018 1810 02 ottobre 2018

Il palco come libertà: le detenute di San Vittore diventano attrici

Uno spettacolo ispirato al Diario di Frida che trae spunto dalle pagine dell’artista, ma anche dai quaderni delle recluse scritti nelle loro celle. E racconta il carcere. Che, nel bene e nel male, è vita.

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Credits: Antonio Occhiuto, fotografo compagnia teatrale CETEC.

L’importante è sapere splendere anche quando va via la luce. E qualche sera fa, a dimostralo con i buoni propositi in una mano e la speranza nell’altra, sono state alcune detenute ed ex detenute della sezione femminile del carcere di San Vittore che, si sono esibite – è proprio il caso di dirlo – nella performance teatrale più blindata di Milano. Lo hanno fatto di fronte allo sguardo vigile della polizia penitenziaria, di direttore e comandante, ma anche al cospetto dei 90 ospiti accorsi oltre il muro di cinta, per assistere a Viva la Vida. Uno spettacolo ispirato al Diario di Frida che trae spunto non solo dalle pagine d’‘appunto’ dell’artista messicana Khalo, ma anche dai quaderni delle recluse scritti di getto nelle loro celle nel buio dei propri pensieri. «È la prima volta che le attrici ex detenute hanno la possibilità di rientrare a San Vittore», ci confida Donatella Massimilla, da ben 25 anni regista della casa circondariale, la quale si dice davvero entusiasta di rivedere le sue allieve finalmente riunite.

UN PONTE TRA DENTRO E FUORI DAL CARCERE

La mission? Creare un ponte tra il dentro e il fuori: «È una peculiarità che in Italia esiste solo a San Vittore. Una testimonianza di come questa strana comunità abbia cementato solide relazioni che fa sì che le ex recluse diventino delle testimonial molto vere anche agli occhi delle compagne che sono ancora in prigione a scontare la pena» puntella la direttrice artistica, persuasa dall’idea che il teatro lo si debba portare non solo sui palcoscenici ma soprattutto nelle carceri. E lei Frida, questa donna sibillina dai mille volti e dalle mille risorse, in questa tiepida serata autunnale, ha deciso di accompagnarla nell’unica oasi verde dell’istituto di pena di piazza Filangieri: il giardino segreto del Raggio femminile.

IL GIARDINO DELLE DELLA SEZIONE FEMMINILE, COME CASA AZUL DI FRIDA

Durante il periodo estivo è lui il vero fiore all’occhiello della casa circondariale. È molto intimo e accogliente: il gazebo in ferro battuto che fa capolino tra un arbusto e l’altro e le varietà di piante ornamentali, curate con dedizione dal pollice verde di alcuni detenuti, lo rendono particolarmente suggestivo. «La performance abbiamo deciso di ambientarla proprio qui perché il giardino della sezione femminile ricorda tantissimo l’eden di Frida a Casa Azul, a Città del Messico» dice la Massimilla, in procinto di ritornare dopo 30 anni laddove tutto ebbe inizio: nella patria della pittrice. Ma ora per divulgare il suo progetto artistico: «Lo porteremo nelle galere spagnole e messicane al fine di creare legami di sangue che non si sciolgono mai e al mio ritorno creeremo un nuovo diario che sarà avvalorato da un libro e da un film (maggio 2019). Protagoniste saranno ancora una volta le detenute», svela la regista sempre più convinta che questo modo antropologico di fare teatro, che dà voce alla detenuta filippina, a quella boliviana, o a quella brasiliana, sia parte della sua natura. Che a ragion veduta ben si sposa con quella del Raggio femminile: cosmopolita per definizione.

DIETRO LE SBARRE, DOVE IL TEMPO È SOSPESO

A personificarlo è anche Gabriela, attrice ecuadoriana. Ha 43 anni ma ne dimostra dieci in meno. «Forse perché in carcere», osserva la Massimilla», il tempo è sospeso, e così sembra che congeli persino i tratti somatici di chi è qui a trascorrere un pezzo della propria vita». «Ho dovuto scontare una pena abbastanza lunga e ora sono in affido sociale. Come si può notare io e le mie compagne non indossiamo né la tutina arancione né portiamo la palla al piede», stempera Gabriela che, spiega come teatro sia stato «un sospiro a quella vita così routinaria e così monotona». Anche lei come Frida si è innamorata dell’uomo sbagliato: «Mi ha portato a vivere la tragedia più grande della mia vita: la reclusione. Ognuno di noi qui al femminile ha un vissuto che si riflette nella storia di quest’artista ed è per questo che nella nostra performance non ci sono né interpreti né protagoniste, ma solo donne, e in ognuna di loro c’è una Frida. Siamo tutte Frida».

IL CARCERE COERCITIVO NON ABBASSA LA CRIMINALITÀ

Tuttavia per gli ospiti è tempo di godersi lo spettacolo. A proposito di tempo, a scandire quello della casa circondariale è un orologio: «Ha l’età di San Vittore (1879). È stato cambiato solo il meccanismo», confida un’agente della polizia penitenziaria. Da 150 anni è lui a battere il tempo. Un tempo con cui bisogna fare i conti a San Vittore. Un tempo che va riempito se si vuole abbassare il tasso di recidiva, poiché il carcere coercitivo, quello del buttali dentro e getta via la chiave, è un carcere che non abbassa la criminalità, ma la alza. Perché chi sta dentro in un tempo vuoto, se non va fuori di testa, organizza la rapina successiva. Ed è proprio sotto l’egida di questa importante riflessione che nascono teatro o altre iniziative di questa portata.

QUANDO UN PO' DI LIBERTÀ PUÒ SALVARE

A darne prova provata è Ana, ex detenuta, Sudamericana. Il suo arresto risale al 2012: «A salvarmi furono il lavoro e il teatro. Di giorno lavoravo nelle cucine del carcere mentre nel tempo libero recitavo. Stasera, dopo tanti anni sono rientrata a San Vittore e le sensazioni sono state tante e sgradevoli». D’allora di acqua sotto i ponti ne è passata, eppure, per Ana, alcuni momenti rimarranno scalfiti per sempre nelle pagine della sua storia. Come quello in cui uscì per la prima volta della sua allora 'dimora': «Fummo le prime detenute a ottenere il permesso d’uscita. Esordimmo a Palazzo Isimbardi con La casa di Bernarda Alba. Era da più di un anno che non vedevo la mia famiglia e i miei amici. Da una parte fu bello perché ebbi la possibilità di riabbracciarli ma dall’altra non nascondo che provai tanta vergogna», confessa l’attrice che riuscì a risorgere dalle proprie ceneri solo nel momento in cui capì che nessuno aveva il diritto di prendersi la sua libertà. Una libertà interiore che ancor oggi alcune recluse non hanno del tutto maturato: «Devo rimanere in prigione per ben cinque anni. Sembrava strano per una bimba così vivace non poter uscire dalla stanza, ma per uscire da me stessa trovo il modo di cercarmi un amico immaginario. Solo attraverso di lui posso varcare la soglia di un confine invalicabile» recita Eva, una giovanissima fanciulla carcerata di origine filippina che interpreta le sue stesse parole. Parole che, se non fosse stato per il teatro d’arte sociale targato CETEC, sarebbero rimaste chiuse a chiave per sempre in una delle tante anonime e fredde celle della galera milanese.

IL CARCERE È VITA, NEL BENE E NEL MALE

Tuttavia, sopra quel palco a rubare la scena e il cuore dei presenti è stata più di ogni altra cosa, il moto ridondante e perpetuo di un’altra frase, «anima ferita è questa la mia vita». Un’espressione, scritta per mano di una galeotta sul suo personalissimo diario di Frida. «Ha ancora tanti anni da scontare. La sua prigione è quella dell’anima ma credo che la cultura, il teatro e lo studio siano uno strumento straordinario di trasformazione e noi quello che vogliamo fare è re-esistere. Lo facciamo nelle carceri, nei luoghi psichiatrici e con le persone audiolese. Insomma, con i pubblici diversi, forse perché anche noi ci sentiamo un po’ diversi», ha detto in chiusura Donatella Massimilla che ha ceduto la parola al padrone di casa, Giacinto Siciliano, il direttore di San Vittore. Che, quel crescendo di energia e di applausi lo ha dedicato ai «suoi» detenuti: «Perché in fondo abbiamo tutti bisogno di un riconoscimento! Per noi è fondamentale che voi possiate prendere parte a queste iniziative perché vi portate a casa un’esperienza, e la mia richiesta è sempre la stessa: raccontatela, perché la gente fuori non sa, non pensa e non capisce che cosa succede all’interno del carcere. Il carcere è vita. È vita sempre, anche quando ci sono problemi, anche quando la vita va via. Quindi, Viva la Vida».

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