21 Settembre Set 2018 1800 21 settembre 2018

Perché le quote rosa sono necessarie e la ricerca Consob lo dimostra

Hanno riscosso un enorme successo. Lo aveva mostrato la Legge 120, oggi lo riconferma un'indagine. Possiamo chiudere la questione o qualcuno pensa ancora che siano «per i panda»?

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Quote Rosa Consob

In questi giorni, grazie a una ricerca Consob (Commissione nazionale per le società e la Borsa) si è riparlato, dati alla mano, dei benefici ottenuti dall’ingresso delle quote antidiscriminatorie di genere (per piacere chiamatele così, non «quote rosa»). I numeri che già da qualche anno, con l’entrata della Legge 120, davano segnali chiarissimi, hanno sancito un inconfutabile successo. Non solo in termini di miglioramento sul piano dell’equità sociale e della salvaguardia di un doveroso diritto di rappresentanza, ma in particolare nel vantaggio che la gestione stessa delle imprese e quindi dell’economia aziendale ha goduto con l’ingresso di numerose donne nei Consigli di Amministrazione.

Riporto qualche numero dell’indagine che ha ulteriormente dimostrato come la «forzatura» delle quote abbia invertito una rotta che vedeva la presenza delle donne diminuire o restare tragicamente a livelli di invisibilità. Nel 2010 la presenza di consigliere-donne nei CDA era solo del 7%. Nel 2016 si passa ad una percentuale del 33,6%. Un risultato straordinario se si pensa che le previsioni di un simile risultato si sarebbero potute immaginare non prima di 80 anni, secondo molti studi a riguardo. Pare che oggi poco meno del 7% delle aziende non abbia applicato la legge, ma è molto probabile che questa percentuale nei prossimi anni sia destinata ulteriormente a ridursi.

Ma non è solo un fatto di numeri. E non è evidentemente solo una questione legata al genere. L’ingresso del genere sotto-rappresentato ha portato grande qualità. Le donne scelte hanno regalato grandi soddisfazioni alle aziende che hanno voluto rispettare la legge ed accogliere questa rivoluzione. La ricerca dice infatti con chiarezza che la presenza femminile nei consigli di amministrazione ha migliorato le performance economiche, la stabilità e le prospettive delle aziende.

A fronte di questi dati, erogati non da accanite e irriducibili femministe come me, ma da un organo come la Consob, dovrebbero chiudere definitivamente la questione sulla utilità delle quote antidiscriminatorie. E invece, incredibile ma vero, non è ancora così. La resistenza, in particolare di tante donne, ad ammettere che questo escamotage sia necessario, perché evidenti sono gli ostacoli che le donne incontrano nel raggiungimento dei vertici aziendali, è ancora molto forte. Una percentuale di «irriducibilmente contrarie» che dalla mia esperienza non è nemmeno così piccola e che sostiene ancora oggi che le quote siano una distorsione umiliante per le donne. Un «esercito» trasversale per orientamento politico e ceto sociale che non riesce proprio ad ammettere come uno strumento temporaneo e sicuramente «forzato» fosse tuttavia indispensabile per avere aziende che non fossero governate da soli uomini per un altro centinaio di anni.

Nella mia beata ingenuità ero convinta che dopo un tempo abbastanza lungo di applicazione e con i numeri a dimostrarne l’efficacia, la barriera psicologica delle donne contrarie alle quote si sarebbe infranta. Mi sbagliavo. Provate a fare un post su questo e mi darete ragione. Un po’ come accade per il discorso dell’utilizzo del linguaggio di genere. Se mi aspetto che molti uomini non lo capiscano (in fondo nessuno si sogna di chiamarli «sindaca» o «professoressa», quindi il problema per molti di loro non esiste), quando sento una donna che dice «se mi chiamano al maschile, mi offendo», capisco che il problema non è solo nell’evidenza delle cose. Non è ad esempio sufficiente che sia l’Accademia della Crusca a dire che è grammaticalmente corretto e doveroso usare le declinazioni al femminile. Non basta neanche dire che se non esiste la parola con cui identificarti, semplicemente nell’immaginario non esisti.

Ma allora, da dove arriva questa resistenza tutta femminile? Dove abitano le ragioni di chi, invece di indignarsi per gli ostacoli che incontriamo noi donne (spesso più preparate e più motivate di tanti colleghi uomini) per avere ad esempio una promozione o un incarico di rilievo, si preoccupa di dire al mondo che «le quote sono solo per i panda»?

Io, sommessamente, una risposta me la sono data e so che a molte non piacerà: si chiama paura. Paura di essere additate dal genere maschile, paura di invertire un ordine stereotipato che dà sicurezza, si chiama paura di affermare la propria dignità professionale e rivendicarla, si chiama anche scarsa autostima. Non riesco a colpevolizzare nessuno per questo e lungi da me il giudizio sull’intelligenza altrui. A mio parere è innegabile la componente sia emotiva e culturale.

L’incapacità di ancora tante donne di affermare che, dopo anni di sotto-rappresentazione nei luoghi apicali, sia giusto utilizzare strumenti per riequilibrare questa ingiustizia almeno nelle aziende, parla ancora chiaro su quanta strada c’è da fare. È per questo che è così importante parlarne ancora, scriverne, discuterne. Con uomini e con donne.

Serve a noi e serve alle donne e alla società di domani.

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