20 Settembre Set 2018 1553 20 settembre 2018

Marina Abramovic, 50 anni di carriera a Palazzo Strozzi

La retrospettiva The Cleaner, a Firenze, dal 21 settembre, presenta cinque decadi di attività della performer più discussa del mondo dell'arte. Che non si sente «femminista».

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Marina Abramovic

La discussa carriera di Marina Abramovic è giunta ai suoi 50 anni e Palazzo Strozzi di Firenze le dedica la retrospettiva antologica Marina Abramovic​ -The Cleaner. L’allestimento, aperto al pubblico dal 21 settembre al 20 gennaio 2019, racconta la vita artistica della «nonna delle performance» attraverso la sua stessa voce e una raccolta di oltre 100 opere tra dipinti, installazioni, video, accompagnate da riproduzioni live portate in scena da gruppi di attori e coreografi. Durante la presentazione di The Cleaner, la stessa Abramovic ha parlato di cosa voglia dire essere un’artista donna: «Non è difficile, quello che è importante è non aver paura di niente e di nessuno. Ma questo è il problema con le donne in generale. Ci sono sensi di colpa e timori che le ostacolano. Ma l'arte non può essere definita per generi: c'è solo arte buona e cattiva».

Marina Abramovic, Lips of Thomas, 1975.

IL METODO ABRAMOVIC

L'artista serba ha usato il suo corpo a servizio dell'arte arte per cinque decadi. Le prime performance, spesso utilizzate per criticare il regime di Tito, furono faticose da accettare per il pubblico, e continuano ad esserlo. Nel 1975 si incise con una lametta una stella a cinque punte sul ventre per Lips of Thomas e si frustò fino allo stremo, si distese al centro di una stella arsa dalle fiamme e la piece non terminò finché non perse i sensi, il pubblico dovette soccorrerla. Le installazioni-umane della Ambramovic si fecero via via sempre più estreme. Per 12 giorni visse in una galleria d’arte a Chelsea e in Rythm 0 arrivò al punto di ‘oggettivizzarsi’ lasciando che i visitatori facessero di lei ciò che desideravano, per sei ore: la rappresentazione si concluse quando qualcuno le puntò al volto una pistola, carica.

Marina Abramovic, Rythm 5, 1974.

«L'ARTISTA NON HA GENERE»

Contrariamente a quello nel campo artistico, il suo contributo all'emancipazione non è però così definito. Soprattutto perché, già nel 2007 durante il simposio femminista del Moma, lei rinnegò questa definizione: «Non sono una femminista – ripetè poi al Guardian nel 2012 – perché è un etichetta, e l’artista non ha genere». Ciò nonostante, nel 2015 venne insignita del premio Women in the Art dall’Elizabeth A. Sackler Center for Feminist Art. A Women in the World rivelò di non desiderare nient’altro che non fosse un corpo di donna, «non avrei mai voluto essere uomo». La sua opera ha spesso riflettuto sulle tensioni provocate dal e sul corpo, specie tra i sessi, arrivando a farsi penetrare con diversi oggetti durante una performance (Rythm 0): «Ho sempre pensato che le donne fossero più forti. Il fatto che una donna abbia la forza di partorire, la rende di per se un essere umano superiore», aveva spiegato, sempre a Women in the World. Una maternità che però lei non conosce: nel 2012 Abramovic dichiarò di aver interrotto diverse gravidanze nell’arco della sua vita. «Portare avanti una gravidanza limita l'energia del proprio corpo che deve essere diviso con qualcun altro», spiegò. «A mio parere il principale motivo per cui le donne non hanno lo stesso successo degli uomini nel mondo dell'arte è proprio la maternità», affermazioni che mal coesistono con l’idea che la donna sia un essere superiore.

LA VIOLAZIONE DEL CORPO

Tuttavia osservando più a fondo, nonostante le contraddizioni riguardo la maternità e il rifiuto per l’etichetta di femminista, che potrebbe forse oscurare quella prioritaria di artista, la Abramovic ha manifestato nelle sue opere molte più critiche alla società maschilista di quelle che immaginiamo. In Art must be Beautiful, nel 1975, la performer si spazzolava febbrilmente, con violenza i capelli ripetendo in una nenia quasi maniacale «art must be beautiful, art must be beautiful», in una critica alle aspettative di una società misogina. Mentre con l’iconica perfomance Rythm 0 rifletteva sulla leggerezza con cui le persone violano il corpo femminile.

SE PUÒ DIRSI FEMMINISMO

Si può essere d’accordo con l’idea che un personaggio celebre, specie un’artista coinvolta politicamente come la Abramovic, abbia la responsabilità di farsi carico di cause etiche. Ma il solo fatto che lei rifiuti la nomea di femminista, vuol dire che non sostenga i diritti delle donne? Quando un’opera osteggia un canone sociale, non esprime una denuncia sufficiente? Come tante altre artiste, tra le quali potremmo citare Hannah Wilke o Carolee Schneemann, la Abramovic non esprime la sua denuncia sotto l’etichetta femminista, ma si sta, di certo, tirando fuori dai ruoli che le sono stati imposti come donna.

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