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14 Settembre Set 2018 1524 14 settembre 2018

Regno Unito e aborto, niente divieto di protesta davanti alle cliniche

Il titolare dell'Interno, Sajid Javid, non dice no ai cortei pro-life. Ma alcuni studi del suo stesso ministero dicono che questi sit-in sono dannosi per le donne.

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Il ministro dell'Interno britannico, Sajid Javid, il 13 settembre ha respinto come «sproporzionata» la richiesta avanzata in una mozione parlamentare trasversale di vietare le manifestazioni pro-life nelle vicinanze di tutte le cliniche che praticano l'aborto in Inghilterra e Galles. La mozione era stata presentata dalla deputata laburista Rupa Huq e sottoscritta da parlamentari - in maggioranza donne - di vari partiti.

PER IL MINISTRO SI TRATTA SOLO DI MANIFESTAZIONI PASSIVE

Dopo una verifica condotta dall'Home Office tuttavia, il ministro Javid ha risposto picche, evidenziando come sia stato accertato che solo 36 cliniche su 363 abbiano sperimentato proteste o picchetti e, salvo singoli episodi molesti, si è trattato di norma di dimostrazioni «passive». Anche l'ex ministra dell'Interno, Amber Rudd, che aveva avviato mesi fa l'indagine sulla base della denuncia presentata da una casa di cura di Ealing, presso Londra, ha dato ragione al suo successore: dicendo d'aver verificato di persona come proprio a Ealing, dove peraltro l'amministrazione locale ha poi comunque imposto una 'fascia di esclusione' vietata alle proteste attorno alla clinica, non vi fossero state "molestie" o illegalità. Ma in realtà la preoccupazione di parlamentari e cliniche potrebbe non essere così infondata.

LE ATTIVITÀ PRO-LIFE DANNEGGIANO LA SALUTE DELLE DONNE

Nella stessa verifica dell'Home Office, il ministero dell'Interno britannico, è stato scritto nero su bianco che le attività pro-life fuori dalle cliniche, come molestie e intimidazioni, possono avere un «impatto dannoso» sulle donne. Le indagini hanno evidenziato che aggredire le donne, seguirle, bloccare loro il passaggio o mostrare ecografie o bambolotti a forma di feto, può spingere molte donne a ritardare gli appuntamenti o addirittura a ignorare i consigli dei medici.

LE NORME ATTUALI NON BASTANO LIMITARE LE INTIMIDAZIONI

Come ha scritto Anoosh Chakelian sul NewStatesman, il governo avrebbe dovuto prendere in esame la creazione di "zone cuscinetto" fuori dalla cliniche per ipedire ai manifestanti di entrare in contatto con pazienti e potenziali pazienti. Nel suo discorso Javid aveva detto che non servivano nuovi provvedimenti perché quelli già esistenti erano più che sufficienti. Ma, ha notato Chakelian, la posizione del ministro è contraddittoria: se è vero che le manifestazioni anti-aborto hanno un impatto negativo sulle pazienti, com'è possibile che le norme già esistenti non le abbiano protette funzionato?.

DIFFICILE DENUNCIARE I MOLESTATORI

Non solo. Il ministro Javid ha dato disposizioni perché la polizia agisca contro manifestanti particolarmente molesti anche se le donne non denunciano, ma questo meccanismo finisce per avere comunque delle ricadute sui soggetti fragili. E persino eventuali percorsi giudiziari intorno alle molestie sono difficili da portare avanti dato che le pazienti delle cliniche incontrano i molestatori al massimo una o due volte.

PERCHÈ LA STRADA DEGLI ACCORDI LOCALI È LIMITATA

L'unica soluzione sarebbe quella degli accordi locali come quello di Ealing dove il singolo consiglio comunale, dopo una consultazione pubblica, ha creato per tre anni una zona cuscinetto. Il problema di questa strada, però, è che l'accordo è limitato nel tempo e per funzionare ha comunque bisogno di ampio consenso. Se è vero che diverse città si sono mosse, come Portsmouth, Manchester, Richmond, Southwark, Lambeth e Birmingham, è anche vero, ha concluso Chakelian, che deve essere il governo centrale a correre ai ripari.

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