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Diritti

13 Settembre Set 2018 1425 13 settembre 2018

Marocco, la legge contro la violenza sulle donne entra in vigore

Il testo punisce qualsiasi tipo di maltrattamento ma continua a legittimare lo stupro coniugale. E non sono mancate le critiche da parte delle attiviste. 

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In Marocco la violenza sulle donne è diventata ufficialmente un reato. Il Parlamento di Rabat ha dato via libera all’entrata in vigore della legge che criminalizza gli abusi, dopo il lungo rimpallo tra le Camere iniziato nel febbraio 2017. Una svolta importante anche alla luce del caso di Khadija Akkarou, la 17enne marocchina rapita e stuprata per una settimana da un gruppo di uomini. E che ha chiesto a gran voce giustizia, denunciando gli orrori subìti attraverso un video diffuso dall’emittente web chouftv.com.

IN COSA CONSISTE LA NORMATIVA

La legge Hakkoui, dal nome della ministra della Famiglia e della Solidarietà che l’ha promossa, Bassima Hakkoui, ha esteso il termine violenza a tutti gli atti di aggressione, alle molestie inflitte anche via sms, messaggi vocali o fotografie, allo sfruttamento sessuale e agli abusi sul posto di lavoro. E ha inasprito e, su certi fronti, introdotto per la prima volta pene da un mese a cinque anni e multe da 200 a 1000 dollari in caso di situazioni aggravanti come gravidanze, violenze perpetrate da persone conosciute come amici o colleghi, matrimoni forzati e abusi in luoghi pubblici.

LE CRITICHE

Nonostante il grande passo in avanti, non sono mancate le critiche e le proteste della società civile. Pur riconoscendo i meriti della nuova normativa, Human Rights Watch ha messo in evidenza come il testo abbia una lacuna importante: non includendo lo stupro commesso dai mariti, non viene condannata la violenza coniugale, né viene definito chiaramente il concetto di violenza domestica. Arrivando, in questo modo, a privare le donne di un’effettiva e riconosciuta tutela legale. In più, non ci sono riferimenti all’assistenza finanziaria destinata alle vittime e manca una demarcazione precisa del ruolo del governo in relazione all’offerta di supporto e protezione che chi denuncia dovrebbe ottenere dallo Stato. «Non ci fermeremo qui: questa legge è un vantaggio rispetto al passato, ma ha delle carenze su cui dobbiamo lavorare», ha promesso Samira Raiss, una delle principali attiviste che ha lottato per arrivare al risultato, «Quello che ci manca, però, sono gli strumenti per implementarla: in caso di stupro coniugale, è difficilissimo disporre di prove inconfutabili e, ancor più complicato, è riuscire ad offrire il giusto supporto alle vittime». Per Nouza Skalli, attivista per la parità di genere ed ex ministra per i Diritti delle donne, il problema sta anche nel fatto che «la legge va a modificare solo qualche articolo del codice penale, codice che resta fondamentalmente basato su concetti obsoleti e che esclude del tutto l’idea di consenso». Ma il Parlamento non sembra essere stato colpito più di tanto dalla risonanza del dibattito pubblico: la deputata Bouthaina Karouri ha risposto agli appunti fatti al provvedimento, parlando di «una misura in continuo mutamento, la cui forma definitiva dipenderà dall’approccio adottato dalle forze dell’ordine e dalla giustizia. In qualsiasi norma vi sono delle falle che, col tempo, possono essere risolte».

L’ITER DELLA LEGGE

Dopo cinque anni di dibattito, è stato nel febbraio del 2017 che la legge Hakkoui è stata approvata definitivamente dal Parlamento con 168 voti a favore, 55 contrari e nessun astenuto. Mentre la ministra Bassima Hakkoui festeggiava con un post su Facebook il grande traguardo, i movimenti femministi iniziavano già a storcere il naso davanti a un testo ancora insufficiente e, soprattutto, fin troppo ambiguo. Al tempo dell’approvazione, il testo della legge, risalente al 2013 ma più e più volte modificato, è stato aspramente criticato soprattutto dal Movimento alternativo per le libertà individuali (che dal 2009 lotta in Marocco per la libertà di orientamento sessuale, per le donne e per la laicità) che, in un comunicato stampa, si è scagliato contro l’impunità dello stupro coniugale come «conseguenza del persistere di atteggiamenti sessisti e misogini in parlamento», ironizzando sul fatto che la legge, approvata proprio nel giorno di San Valentino, «istituzionalizzasse, in nome dell’amore, le violenze all’interno della coppia». E ha iniziato una vera e propria crociata contro la ministra della Famiglia, accusata di aver concesso il permesso di stuprare: «Dobbiamo ricordarle che il consenso a un atto sessuale deve essere espresso e che il rifiuto deve essere rispettato, e il consenso vale anche all’interno di una coppia. Le donne dovrebbero essere incoraggiate a prendere parola e a difendersi dalla violenza maschile, i politici dovrebbero opporsi al principio della sottomissione di una sposa al desiderio del suo coniuge in nome dell’arcaica nozione del “dovere coniugale”. Lo stupro all'interno del matrimonio non è amore, è aggressione. Un crimine che deve essere punito per legge».

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