12 Settembre Set 2018 1826 12 settembre 2018

Chi è Delia Buonuomo, la barista che aiuta i migranti a Ventimiglia

Ogni giorno, nonostante le proteste e le ritorsioni dei suoi condittadini, non dice mai di no «a chi chiede un piatto di pasta o a chi crepa di freddo. Umanamente non è possibile».

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Delia Buonuomo migranti Ventimiglia

Delia Buonuomo non è un'attivista o una volontaria, ma la titolare da 15 anni di un bar in via Hanbury a Ventimiglia. Una donna dotata di compassione e tanto coraggio, che non è riuscita a girarsi dall'altra parte vedendo entrare nella sua attività chi aveva fame, freddo, e paura. Così ha iniziato ad aiutare i migranti sul confine tra Italia e Francia, senza mai dire no «a chi chiede un piatto di pasta o a chi crepa di freddo. Umanamente non è possibile, come mamma, come nonna, e perché, prima di tutto, il bar è un pubblico esercizio, dove ha diritto ad entrare chiunque», ha spiegato intervistata da Repubblica, nonostante di motivi, per lasciare fuori tutti, i suoi concittadini ne abbiano dati tanti. Oltre a non frequentare più il bar, che si trova proprio di fianco all'edificio del Comune, gli abitanti del luogo la insultano, qualcuno le sputa addosso, e qualcun'altro vandalizza il locale.

UNA CITTÀ SPACCATA

Da quando tre anni fa la cittadina ligure è diventata il centro di un flusso umano, la popolazione si è divisa in due. In migliaia, ogni giorno, passano di qui con la speranza di raggiungere il resto d'Europa: «Certo che mille persone al giorno creavano scompiglio, sono persone con esigenze fisiche, quello che i cittadini non capivano è che la colpa non è loro, ma di come l'emergenza viene gestita. Se chiudono le fontane per non permettergli di lavarsi, se i bagni pubblici sono a pagamento, se i bidoni della spazzatura sono pochi, e non bastano già per noi abitanti, il disagio è dietro l'angolo», ha raccontato la barista, 60 anni. Così invece che servire cappuccino e brioches, Delia ha iniziato a vendere biscotti da un euro, «che costano come il caffè ma riempiono meglio la pancia», e a fare quello che può per compilare i documenti, rinnovare permessi di soggiorno e ricaricare i telefoni.

LA MINACCIA DELLA CHIUSURA

«Ho dovuto installare le telecamere di sorveglianza per non essere più disturbata. Ma una delle due porte ancora non funziona, i pezzi di ricambio costavano troppo», ha spiegato, ma non sono solo quelli delle riparazioni i soldi che mancano e il locale rischia di chiudere. I ragazzi delle associazioni che lavorano al soccorso dei migranti sul confine, come Penelope e K2, frequentano il bar Hobbit ogni giorno, per permettere alla proprietaria di rientrare delle spese con le loro consumazioni, ma con la fine dell'estate la clientela calerà ulteriormente. E anche il prezzo emotivo, per Delia, è molto alto: «Ho visto uomini e donne piangere perché hanno perso la moglie o il marito in mare. Ieri una donna nigeriana è entrata con una bambina piccola, non mangiavano da due giorni. Tutto questo dolore lo subisci indirettamente, all'epoca non ero preparata, ora mi sento provata e stanca. Ma quando i ricordi brutti sono tanti, e quelli belli pochi, basta ricevere una chiamata da chi ce l'ha fatta ad arrivare a destinazione e a ricongiungersi con la propria famiglia, e vuole ringraziarti per l'ospitalità, che tutta la stanchezza sparisce».

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