11 Settembre Set 2018 1822 11 settembre 2018

La vita delle donne in carcere: come la sofferenza può diventare rinascita

E le parole possono 'rompere' le sbarre. Se ne è parlato alla Triennale di Milano, in un colloquio a due tra Dalia, detenuta di San Vittore, e Manuela Federico, comandante di polizia penitenziaria.

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Detenute Donne Carcere San Vittore (3)

Spesso siamo soliti dire «ho rotto i ponti con il passato». Peccato che il più delle volte sia il passato a non aver rotto i ponti con noi. Tuttavia c’è gente che prova ogni giorno a lasciarsi alle spalle ciò che è stato in nome di ciò che verrà. È accaduto anche al Tempo delle donne, dal 7 al 9 settembre alla Triennale di Milano che, tra i suoi 360 ospiti e i 120 appuntamenti in programma, ne aveva in serbo uno intitolato Detenute e donne in divisa: le nostre prigioni sono le più dure. Un colloquio a due tra Dalia, una carcerata di San Vittore, e Manuela Federico, comandante della polizia penitenziaria della stessa casa circondariale.

QUANDO LE PAROLE SCARDINANO LE SBARRE

Una conversazione che fin dalle prime battute ha saputo colorare le emozioni dei presenti catapultandoli in un luogo lontano dagli scherni del giudizio e del pregiudizio. Un luogo, in cui il potere della parola si è fatto strada ed è riuscito persino a segare e a scardinare metaforicamente le sbarre, fracassando gran parte degli stereotipi connessi a quella realtà. Questo, anche grazie alle parole di uno psichiatra del calibro di Vittorino Andreoli, il cui intervento è stato essenzialmente un inno alla donna, alla femminilità ma pure alla galera, quella ben fatta però: «Quando si guarda una persona e, quindi anche un detenuto, è vietato dire non c’è più niente da fare perché bisogna sapere che una parte del nostro cervello è plastica. Questo significa che si struttura e si modifica sulla base delle esperienze. Ricordatevi che un carcere ben organizzato ha un’azione straordinaria», ha detto.

«La comandante ha deciso di presenziare all’evento senza divisa. Se vogliamo un atto di grande coraggio in una società in cui gli stereotipi stanno diventando la regola».

Verrebbe da dire, il dovere in primis di rispettare la dignità di chi lo subisce, perché una persona è degna in quanto tale e non per quello che fa. Anche se si sa: in un mondo in cui il declino e l’indebolimento dei valori culturali (che hanno fatto da culla al ritorno del pregiudizio) e, dove l’abito fa il monaco, è difficile procedere in questa direzione e lanciare nuovi messaggi. Ad ogni modo Manuela Federico e Dalia, questo lodevole sforzo lo stanno facendo da tempo. Ne hanno dato prova anche in questa occasione, quando la comandante ha deciso di presenziare all’evento senza divisa. Se vogliamo un atto di grande coraggio in una società in cui gli stereotipi stanno diventando la regola. In fondo si tratta di un gesto che attira una vasta schiera di preconcetti e lei così facendo non ha fatto altro che frantumare il pregiudizio impostole dall’uniforme stessa.

Dalia, attrice della compagnia teatrale CETEC Dentro/Fuori San Vittore.

IL CARCERE PER LA PRIMA VOLTA, «COME UN BUCO NERO»

Dalla sua, Dalia, ha cercato invece un riscatto sociale mettendo a nudo le proprie emozioni. Quindi, dando voce al proprio vissuto, ai propri stati d’animo e alle proprie sofferenze: «Sono stata arrestata nel 2011. Il mio fidanzato spacciava, io ne ero al corrente ma non ho mai avuto la forza e il coraggio di dire basta», ha raccontato ricordando quel momento in cui i cancelli di San Vittore si chiusero alle sue spalle per la prima volta: «La sensazione è quella di sentirsi risucchiati in un buco nero». Una percezione di buio totale che andò avanti fino a quando si accorse che il penitenziario avrebbe potuto regalarle una nuova chance: «In fondo nessuno ha il diritto di toglierti la libertà né tantomeno di prendersi la vita di qualcun'altro. Io, la mia, ho deciso di riconquistarla. Mi sono rimboccata le maniche e ho iniziato a studiare e a lavorare. Oggi, vorrei trovare anch’io quell’angolino di felicità. Devo ringraziare il Signore perché la reclusione è stata un’opportunità», ha spiegato. A testimoniarlo è stata anche la sua comandante, e non perché di parte, ma perché è la sua stessa esperienza ad averglielo insegnato: «Sono convinta che per certi versi la detenzione sia inutile e forse si dovrebbe ragionare su qualcosa di diverso. Tuttavia sono parecchie le ragazze del raggio femminile che mi ricordano quanto l’istituto di pena abbia rappresentato per loro un nuovo inizio». A proposito di nuovi inizi, anche la comandante Federico, visibilmente persuasa da tutta quella emozione non ha potuto fare a meno di rammentare anche il suo di esordio: «La mia esperienza a San Vittore è cominciata 12 anni fa. Sono la prima donna al comando di 700 uomini e 100 donne».

«A quanto pare nella prigione di piazza Filangieri le quote rosa non devono essere né conquistate né concesse, perché sono una realtà».

I VERTICI DI SAN VITTORE AFFIDATI ALLE DONNE

Non c’è da stupirsi che sia proprio una signora a portare avanti un progetto di questa portata. A quanto pare nella prigione di piazza Filangieri le quote rosa non devono essere né conquistate né concesse, perché sono una realtà. Tanto è vero che, a parte Giacinto Siciliano, il nuovo direttore, i vertici di San Vittore sono occupati da tempo da sole donne: «Quando vinsi il concorso spezzai la tradizione del comandante che era solito portare i capelli corti e mi accorsi immediatamente che sarebbe stato difficile per un volto femminile riproporre quel modello. Sulle prime, più che diffidenza o paura colsi un vero e proprio rifiuto nei miei confronti», ha raccontato a cuore aperto. D’altronde in una società in cui l’emancipazione femminile è per certi versi ancora un tabù, una donna, come avrebbe potuto personificare un ruolo così autorevole?: «Pensavo che le resistenze più grandi sarebbero arrivate dai detenuti dell’Est: marocchini o rumeni, proprio perché sappiamo bene come queste popolazioni non considerino la femmina un soggetto di diritto, invece, con grande sorpresa mi accorsi di quanto l’accettazione non riguardasse il sesso o la razza del mio interlocutore quanto la sua sensibilità e umanità», ha spiegato la comandante.

SENZA LA DIVISA, UN DIALOGO ALLA PARI

Tanto che paradossalmente la sua legittimazione arrivò proprio da loro, dal basso. Una legittimazione che dopo tanti anni di servizio, la Federico, a prescindere dal consenso altrui, si dona anche da sola. Lo ha fatto anche alla Triennale, quando al cospetto di pubblico e detenute, si è presentata in borghese. Scardinando quella linea di demarcazione apparentemente invalicabile tra io sono dentro e tu sei fuori, tra io sono libera e tu sei prigioniero, e quindi creando un dialogo alla pari con i suoi interlocutori. Ora la domanda è: quanti sanno togliersi l’uniforme? E soprattutto, che cosa significa porsi sullo stesso piano? Forse vuol dire collocarsi sul piano dell’essere donna, con la D maiuscola. Una donna che ingloba in sé i tratti di un’esperienza comune e che crede fortemente che le emozioni di tutto il gentil sesso debbano essere espresse senza preconcetti e con la parola in primis. E in fondo, che cos’ è la parola se non il vestito delle emozioni?

LA SOFFERENZA DIVENTA ARTE IN TEATRO

Emozioni che, in quello spazio chiamato sala Agorà hanno risuonato fino a prendere forma, fino a vestirsi d’innumerevoli colori, specialmente quando a rubare la scena con un’eccentrica performance teatrale chiamata Viva la Vida, tratta dai Diarios de Frida, sono state alcune delle detenute della sezione femminile. «Come Frida (Khalo, ndr) ha trasformato in arte la sua sofferenza, noi trasformiamo vissuti anche molto strazianti in possibilità di cambiamento e rinascita. Vi aspettiamo il 14 settembre al Teatro dei Filodrammatici e il 20 a San Vittore», ha detto in chiusura Donatella Massimilla, regista del carcere di Milano che, in procinto di sdoganare il suo progetto 'fridiano' Oltreoceano, pare essere animata da un unico e potente mantra: viva la vida! Un’esclamazione seguita da un forte scroscio di applausi.

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