29 Agosto Ago 2018 1711 29 agosto 2018

Il Festival di Venezia e l'inutile refrain delle quote rosa

La Biennale torna nel mirino per l'unica regista in concorso. Il direttore Barbera: «Premiata la qualità». E Lina Wertmüller: «Chi è bravo fa strada comunque». Ma la questione di genere esiste. E riguarda tutte le rassegne.

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Di «maschilismo tossico» ha parlato l'Hollywood Reporter, dopo che già il 10 agosto una lettera aperta firmata da 10 associazioni femminili dell'universo audiosvisivo aveva processato il Festival di Venezia per la presunta discriminazione nei confronti delle autrici. A scatenare un vespaio di polemiche la sola presenza della regista australiana Jennifer Kent in concorso, scelta difesa dal direttore del Festival Alberto Barbera, che ancora una volta ha respinto l'ipotesi di introdurre quote rose per arginare la disparità di genere.

«Secondo Hollywood Reporter», ha scritto Barbera su Twitter, «sarei un rappresentante della cultura italica condita di maschilismo tossico perché ignoro il talento femminile, avendo scelto per #Venezia75 film di registi uomini in base al nome e non alla loro qualità. Non so se ridere o piangere»​. Difficile dargli torto, a giudicare dal parterre di cineasti attesi in Lauguna (leggi le cose da sapere), resta il fatto che il problema sembra essere a monte, dato che soltanto il 21% delle candidature avanzate a Venezia parlava al femminile. E c'è pure chi si chiede se le opere delle escluse eccellenti, da Valeria Bruni Tedeschi a Claire Daines, non fossero all'altezza del concorso.

LINA WERTMÜLLER SPEGNE LE POLEMICHE: «FA STRADA CHI HA QUALITÀ»

Per Lina Wertmüller, prima donna candidata all'Oscar come regista nel 1977 con Pasqualino Settebellezze, la polemica rinfocolata oltreoceano non sembra avere ragion d'essere. «Se uno è bravo è bravo e chi fa strada lo merita a prescindere dal sesso», dice sbrigativamente a LetteraDonna, facendo intendere di ritenere sovradimensionate le accuse mosse dall'Hollywood Reporter. «Ma quali quote rosa», aggiunge, «non è di questo che ha bisogno il cinema».

DEL TORO AMMETTE LA DISPARITÀ DI GENERE

Eppure, ha sottolineato il presidente della giuria di Venezia e Leone d'oro nel 2017 con La forma dell'acqua Guillermo Del Toro, «l'obiettivo per la parità di genere dev'essere del 50 e 50 entro il 2020». «C'è un vero problema a livello culturale che va risolto», ha aggiunto, «ci sono molte voci che non vengono ascoltate e devono esserlo». Ma, anche per Del Toro, «la questione non sono le quote, ma capire a fondo il problema». In occasione della conferenza stampa di apertura, il regista ha ribadito il suo impegno personale sul tema: «Sto producendo cinque film e tre sono diretti da donne. Bisogna anche far sì che nelle giurie dei festival ci sia un giusto equilibrio, come vediamo qui».

ANCHE GLI ALTRI FESTIVAL NON BRILLANO PER EQUILIBRIO

E a conferma del fatto che l'equazione tra Biennale e Italia all'insegna del maschilismo sia forse una forzatura giova ricordare come quest'anno a Locarno le registe in concorso siano state appena tre su 15 e a Cannes altrettante su 17. Con la Croisette a gettare acqua sul fuoco delle polemiche, trincerandosi dietro una giuria dove le quote rose rosa la facevano da padrona. Insomma, se da un lato è difficile escludere una questione di genere per il cinema, sembra altrettanto ingiusto puntare il dito sulla manifestazione italiana, la cui commissione è pur sempre composta da tre donne su sette.

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