28 Agosto Ago 2018 1132 28 agosto 2018

L'ennesimo femminicidio a Camogli e l'indifferenza della politica

Una piaga che non accenna a fermarsi. Ma che non rientra nell'agenda del nostro Paese. E, lo sappiamo, ciò che non interessa al governo non porta voti né consenso.

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Femminicidio Camogli

Distratti come siamo dallo spettacolo di 'arte varia' dei nostri politici, la notizia dell’ennesimo femminicidio rischia di passare quasi inosservata. A Camogli, un marito ha deciso per la vita e la morte di sua moglie, togliendosi poi la vita a sua volta dopo un’ultima terrificante telefonata al figlio. Stefano Martini, questo il nome dell’assassino, avrebbe sparato alla moglie Maria Schiaffino con una pistola calibro 38, aggiungendo il suo nome alla lunga lista di uomini che uccidono le donne perché convinti di averne un possesso evidentemente assoluto. Numeri agghiaccianti in Italia, quelli della violenza che mette fine alla vita di ex, mogli, fidanzate. Numeri così spaventosi che persino in Brasile i dati sono migliori dei nostri. Nel Paese 'verdeoro' una donna viene uccisa ogni tre giorni, da noi ogni 60 ore.

TROPPI I FEMMINICIDI ANNUNCIATI

Gli ultimi dati del Ministero degli Interno dicono che nel periodo dal 1 agosto 2017 al 31 luglio 2018, gli omicidi sono diminuiti (da 371 a 319, il 16,3% in meno), mentre le donne sono state vittime del 37,6% degli 319 omicidi volontari. A fare davvero impressione è il dato che dice che il 68,7% dei 134 omicidi sono avvenuti in un contesto affettivo/familiare. A diventare assassini sono nell’89,6% dei casi il partner, l’ex partner (l’85,7%) o un altro familiare (58,6%). Spesso con il terribile racconto di femminicidi annunciati, magari dopo reiterate denunce da parte delle vittime presso le Forze dell’Ordine o provvedimenti giudiziari. Grida disperate di allarme e richieste di aiuto troppo spesso restate inascoltate. Nonostante esista in Italia una vera trincea specializzata e coraggiosa che provi ad affrontare questa piaga (il Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio, un numero importante di centri antiviolenza davvero qualificati e preziosi per salvare le donne, giornaliste e giornalisti che tentano di cambiare la narrazione impropria dei reati, alcune comunità locali realmente attente al tema) il femminicidio in Italia non è questione di interesse prioritario della politica. E come ben sappiamo, ciò che non interessa alla politica è evidentemente tema che non porta né voti né consenso.

LA TERRIBILE INDULGENZA NEI CONFRONTI DI CHI UCCIDE

Mi sono chiesta tante volte il perché e ho maturato una convinzione che ha effettivamente del 'mostruoso'. Il tema non è una priorità della comunità 'italica' e quindi dei suoi rappresentanti in Parlamento, perché uccidere una donna è a tutt’oggi 'comprensibile'. Terribile, mi rendo contro. Ma la mia sensazione, dopo i tantissimi anni vissuti in questo settore, è di una continua, diffusa e ancora granitica indulgenza nei confronti di chi uccide. La cultura in cui viviamo non ha ancora 'assegnato' alle donne il diritto assoluto e inviolabile alla propria libertà: nel momento in cui questa autodeterminazione viene sacrificata (come è normale che sia in una relazione sana dove anche il compromesso è amore), per le donne scatta una specie in più, rispetto al maschio, di assunzione di rischio. Il rischio di non poter tornare indietro, di non poter più riprendere una via diversa da quella di coppia. Non a caso la promessa di amore delle donne non mantenuta diventa nella testa di un violento la giustificazione ad ogni gesto di prevaricazione e vendetta.

LA POLITICA METTA IN CAMPO LE SUE ARMI

Quale può essere la via di uscita culturalmente e giuridicamente? Banalmente la volontà di non concedere più alcuna attenuante al benché minimo abuso. Non deve più esistere dentro di noi nessuna condizione che spieghi o diminuisca la gravità di un gesto che provoca sofferenza fisica o psicologica: la gelosia, il carattere, il lavoro perso, la paura, fino ai presunti 'raptus'. La violenza è un mostro che deve costringerci a vedere chi la agisce solo ed esclusivamente come il fautore della più insopportabile delle prevaricazioni: la negazione della libertà umana. La nostra intransigenza nei confronti di chi commette un qualunque gesto violento nei confronti di una donna, la severità dei magistrati, la puntualità del legislatore, la narrazione corretta dei giornalisti, devono essere le vere armi da mettere in campo subito e meglio. Non solo per cambiare la cultura del nostro Paese su questo tema, ma per avere la determinazione e la forza di pretendere che il contrasto a questa piaga diventi «agenda politica», diventi punto di civiltà e crescita del nostro stare insieme. È da qui che dobbiamo ripartire. È qui che dobbiamo arrivare.

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