24 Agosto Ago 2018 0900 24 agosto 2018

Rinascere ad Amatrice (e dintorni): storie di due donne che ce l’hanno fatta

A due anni dal terremoto, la città si riappropria delle sue tradizioni, mentre il commercio è ripartito presto. Come nei paesi vicini, ugualmente feriti ma più in ombra. Le storie di Chiara e Assunta.

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Sono trascorsi due anni dal terremoto del 24 agosto 2016. Ad Amatrice, la città diventata simbolo di quelle ore, ci sono strade ancora chiuse e qualche palazzo che resiste, come la torre civica, malconcia e imbragata ma in piedi, unica sopravvissuta tra le costruzioni storiche di via Roma, che da vivace corso cittadino, luogo di ritrovo animato da tante attività commerciali, si è trasformata in una spianata innaturale, dove le case che furono si possono solo immaginare guardando a destra e a sinistra, tra le macerie che ancora restano. Poche, dopo che lo a luglio 2017 anche nel centro storico sono iniziati finalmente i lavori di rimozione. Un passaggio fondamentale in attesa che compaiano le gru, emblemi di rinascita vera, movimento, nuovo inizio, già immaginato in un plastico che riproduce Amatrice com’era all’inizio del 1900, e a cui la nuova città dovrebbe rifarsi fedelmente, prima che il provvisorio dei map diventi eterno, come spesso accade nelle zone terremotate d’Italia. Le persone, dal canto loro, sono ripartite già da un pezzo, scegliendo la strada più difficile, restare, piuttosto che andare via e ricominicare altrove.

Chiara Buffa.

IL SOGNO (SUL LAGO) DI CHIARA

Chiara Buffa, titolare dell’agriturismo Piccolo Lago, è una di loro. Ha ricominicato presto, già nel 2017, a pochi passi dal lago di Scandarello, in località Conche, una manciata di chilometri dal vecchio centro storico della cittadina. «Ci siamo attrezzati con una cucina mobile, un furgoncino per fare quello che facevamo prima, solo che adesso è una cucina di strada», spiega Chiara al telefono a poche ore della riapertura della sua attività, tutti i giorni, fino al 10 settembre, quando le temperature la obbligheranno a smontare tutto di nuovo. «Il clima non aiuta, già quest’estate è stata diversa da quella dell’anno scorso, la sera fa freschetto». Davanti alla cucina, una tensostruttura a coprire una pedana di legno, tavoli e sedie creano un clima conviviale che agli ospiti piace, tanto che su Tripadvisor le recensioni fioccano entusiaste. La risposta della gente ha aiutato molto. «Vengono in tanti, anche dal Nord, per mangiare e dare una mano, la solidarietà non si è esaurita dopo i primi clamori», racconta la titolare. Cosa prevede il menu? «Cose semplici legate alla tradizione locale, come la classica amatriciana, gli arrosticini, i dolci. C’è anche chi chiede altro, ma noi spieghiamo che non è possibile, non è più come prima», aggiunge Chiara, che a poche ore dall’inaugurazione si è rotta una gamba inciampando in una tavola, ma mantiene alto l’umore.

«UN MINUTO E MEZZO HA SPAZZATO VIA CASA E LAVORO»

La rinascita era iniziata già nel 2017, quando Chiara aveva riaperto grazie a due associazioni che l’avevano sostenuta per noleggiare il necessario, mentre nel 2018 l’unica strada possibile è stata quella dell’autofinanziamento. Il ritorno alla normalità, invece, sembra lontano. «L’agriturismo è da demolire e ricostruire da capo perché la vecchia struttura è stata lesionata e non è recuperabile, siamo in attesa della delocalizzazione da parte della Regione, mentre nel centro di Amatrice ci sono ancora macerie da togliere, non si fa ancora luce». Viene da chiedersi come abbia fatto Chiara a restare, se in certi casi non sia la voglia di scappare via ad avere la meglio. Nata a Roma, qui da 17 anni con la famiglia, due bambini di 8 e 4, all’inizio ci ha pensato. Nella Capitale ha trascorso il primo anno dopo il sisma, ma è stato anche grazie ai suoi figli che è tornata a casa. «Il più grande non si trovava bene, a Roma era un leone in gabbia, voleva tornare qua. Non abbiamo avuto grossissimi disagi a livello abitativo. Siamo stati tre mesi da mia madre, poi in affitto, poi ci hanno dato la casetta. Certo, non è la stessa cosa della casa di prima, però male non si sta. Più difficile l’impatto emotivo del sisma. È bastato un minuto e mezzo per spazzare via casa e lavoro. Abbiamo fatto un anno di terapia familiare per smettere di saltare a ogni rumore, e oggi è ancora difficile conviverci, perché le scosse non si sono fermate, qualche settimana fa ne ha fatta una di tre gradi, qui trema tutto dal 2009» (l’anno del terremoto dell’Aquila, distante appena 51 chilometri).

NEL 2018 TORNA LA SAGRA DELL'AMATRICIANA

Amatrice intanto prova a ripartire con la sua festa più importante, la sagra dell’amatriciana, quella che prima attirava centinaia di persone, quella per cui in tanti erano tornati al paese in quei giorni di fine agosto di due anni fa, quando il sisma ha sgretolato case e vite. «È un bel segnale, di rinascita», spiega Chiara Buffa, «siamo solo un po’ preoccupati a livello logistico, mancano gli alloggi, quelli che prima ospitavano tutta la gente che veniva per l’occasione, non lo so come faranno, vedremo». L’edizione sarà la numero 50, quella che si sarebbe dovuta tenere nel 2016. Due anni rimasti come fermi nel tempo. Che adesso ricomincia a fluire.

Assunta Perilli.

NON SOLO AMATRICE: LA RINASCITA NEI PAESI VICINI

A una ventina di chilometri puù a Sud il panorama non cambia, e il Lazio si fa Abruzzo in modo impercettibile. A Campotosto, poco più di 600 abitanti, tutti i terremoti degli ultimi anni hanno lasciato qualcosa. L’Aquila, Amatrice, Norcia, e poi la scossa che ha buttato giù quel poco che era rimasto, il 18 gennaio 2017. Regge solo la diga, costruita negli Anni '80 per regolare i flussi di un bacino artificale realizzato nel 1939 e che oggi alimenta alcune centrali idroelettriche. Corre lungo la faglia che si è attivata con le ultime scosse, ma non è a rischio. «Nell’agosto 2016 in molti vivevano già nei 'map', i moduli abitativi provvisori assegnati dopo il terremoto del 2009, quindi quella notte non abbiamo avuto perdite umane, perché nessuno dormiva più nelle case rimaste in piedi, perlopiù inagibili», mi spiega Assunta Perilli, archeologa che da vent’anni qui gestisce un laboratorio di tessitura artigianale. Anche lei vive in un 'map'. Tra il 2016 e il 2017 è arrivata la distruzione totale, con quattro scosse devastanti. Assunta ha riaperto la sua attività nel novembre 2017, anche se in un luogo diverso rispetto a quello originario, per via dello stato delle abitazioni. E ha fatto tutto da sola.

UN'ARTE ANTICA NEL CRATERE DEL SISMA

«L’idea è nata 20 anni fa, quando ho ritrovato il telaio di mia nonna. Lei era già scomparsa e quindi per imparare mi sono rivolta alle anziane del paese, custodi dei segreti della tessitura artigianale. A Campotosto, come in tutto il Centro-Sud, questo era un mezzo di sussistenza, le donne realizzavano di tutto, dalle gonne alle lenzuola, poi con l’industrializzazione, negli Anni '50, la tradizione ha iniziato a morire. Ho voluto riprenderla e darle nuova vita, realizzando sia prodotti più complessi (per una coperta, ad esempio, occorrono dai 20 ai 25 giorni e il prezzo si aggira sui 2000 euro), fino a oggetti di uso più comune, come strofinacci per la cucina o tovagliette all’americana, adeguati anche alle nuove esigenze dei consumatori». Il lavoro di Assunta a Campotosto ha anche le sue materie prime, lana e lino arrivano dal territorio e la tintura è realizzata artigianalmente. «Andare via» mi spiega «sarebbe stato impossibile». Portare un’attività di questo tipo in una città diversa sarebbe equivalso a snaturarla, slegarla dal suo contesto naturale. Ci sono stati, ovviamente, momenti di sconforto: «Duemila», risponde Assunta alla domanda più difficile, ma i sogni restano forti. «Vorrei dar vita a una scuola di tessitura, per guardare al futuro. I telai che non uso quotidianamente sono in un garage e non vorrei che morissero con me».

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