17 Agosto Ago 2018 0800 17 agosto 2018

Che cos'è la violenza psicologica e perché è necessario chiedere aiuto

«È lo zoccolo duro della violenza di genere: manipola la donna, le impedisce di prendere delle decisioni autonome e la fa sentire in colpa». Due esperte ci spiegano i campanelli d'allarme, come riconoscerla e come chiedere aiuto.

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Violenza Psicologica

C. ha 35 anni e fa l’avvocato. Ha un compagno con cui divide l’appartamento. Stanno insieme da anni. Ha pochi svaghi. Qualche volta esce a cena con le amiche. Alcune sfumature nel comportamento e nei discorsi del suo partner le hanno fatto capire che no, lui non ama che lei esca con loro. L’ha capito perché, al suo rientro, spesso, si scatena una discussione per futili motivi. A volte, nemmeno riferita direttamente a quell’episodio. Per giorni si mostra scontroso con lei. Qualche volta litigano e la insulta. Ha scatti d’ira ma non l’hai mai sfiorata. È indotta a pensare che lui faccia così perché la vuole tutta per sé. Le amiche la richiamano per uscire. Lei non sa se accettare: da una parte c’è il piacere di rivederle, dall’altra il dispiacere nel fare soffrire lui e il timore delle ripercussioni sul loro rapporto. C. trova una scusa e rinuncia. C., poco alla volta, tende a uniformarsi ai comportamenti che lui desidera che lei abbia.

CHE COS’È LA VIOLENZA PSICOLOGICA

La violenza psicologica è una delle forme più diffuse di maltrattamento di genere e si manifesta anche in questo modo. Attraverso gelosia, forme di controllo, ricerca di simbiosi, tentativi di isolamento, umiliazioni e discredito. Obiettivo: rendere insicura la vittima e fare in modo che si senta responsabile delle azioni di chi la maltratta. LetteraDonna ha ascoltato i pareri di una formatrice e di una psicologa per fornire a tutte le donne una guida utile a riconoscere se e quando si è vittime di questo fenomeno. Spesso meno conosciuto delle altre forme di maltrattamento fisico. «La violenza psicologica è lo zoccolo duro della violenza di genere: è quella che tiene lì la donna, che la manipola, che le impedisce di prendere delle decisioni autonome e che la fa sentire in colpa degli atti che subisce», spiega Angela Romanin, formatrice della «Casa delle Donne per non subire violenza Onlus» di Bologna. Secondo l’esperta emiliana, una delle difficoltà maggiori per le organizzazioni e i centri che aiutano le vittime è proprio quella di riassegnare le responsabilità e le colpe degli abusi.

IL GASLIGHTING

«All’interno delle forme di violenza psicologica rientra anche il «gaslighting» che implica una manipolazione delle informazioni o dei dati di realtà per fare dubitare la donna della propria percezione e della propria memoria», racconta Serena Grumi, psicologa e collaboratrice della «Casa delle Donne CaD Onlus» di Brescia e dello sportello «Viva Donna» di Gardone Val Trompia. Si tratta di una forma di maltrattamento sottotraccia: «Chi la compie nega che certi episodi siano effettivamente accaduti o mette in scena eventi bizzarri che portano la vittima a sentirsi disorientata e a dubitare della propria salute mentale», prosegue Grumi.

«Spesso il partner fa in modo che la donna rompa tutti i suoi legami d’amicizia, familiari e di lavoro: questo può essere considerato il primo vero campanello d’allarme».

I CAMPANELLI D’ALLARME

Tutti i comportamenti di limitazione della libertà personale sono i primi segnali a cui è necessario prestare molta attenzione. Si tratta di atteggiamenti diffusi, mirati a rendere la donna profondamente incerta del suo comportamento. «La strategia dell’isolamento è una modalità molto comune», specifica Romanin, «spesso il partner fa in modo che la donna rompa tutti i suoi legami d’amicizia, familiari e di lavoro: questo può essere considerato il primo vero campanello d’allarme. Ma io dico anche di stare molto attente alle svalutazioni continue e alle forme di controllo, che poi possono degenerare nello stalking».

PERCHÉ È NECESSARIO RIVOLGERSI AGLI ESPERTI

Quando una donna si accorge di essere vittima di questo meccanismo dovrebbe rivolgersi immediatamente ai centri antiviolenza. «È bene farlo per due motivi», chiarisce Grumi: «Per acquisire piena consapevolezza del fatto e per riuscire a uscire, effettivamente, dalla circostanza di violenza psicologica in cui si è intrappolate». Secondo la dottoressa, quando gli abusi vengono agiti all’interno di una relazione intima sono molto meno riconoscibili agli occhi dell’interessato: «Siamo infatti molto più preparati a difenderci quando subiamo un attacco da una persona sconosciuta rispetto a una sulla quale abbiamo investito sentimenti e aspettative di reciprocità». L’essere esposte, in forma cronica, a questo tipo di abuso porta le donne a vedersi attraverso gli occhi del maltrattante e ad accettare, e riconoscere come propria e reale, l’immagine di persona inadeguata, debole, sbagliata che le è stata cucita addosso. «È importante interrompere questo loop», conferma Romanin, «perché solo così si ferma il ciclo della violenza: non tutte ce la fanno da sole». Secondo la formatrice, i centri antiviolenza servono a mettere insieme una serie di servizi e di opportunità in modo che si possa attuare un piano di protezione congruente, che comprenda gli aspetti legali, l’ospitalità nelle case rifugio e l’impegno nel far riprendere il controllo della propria vita.

LAVORARE SULLE RISORSE DELLE DONNE

Nei centri le vittime sono seguite da professionisti che mettono a disposizione le loro competenze e che, a loro volta, ricevono il bagaglio di risorse che ogni donna possiede. È un processo virtuoso di «empowerment», che caratterizza il lavoro di diverse onlus, come quella di Bologna. «Lavoriamo sui punti di forza cercando di rafforzare le donne in quel momento, in modo che possano decidere autonomamente come agire. In questo modo si costruisce un percorso di uscita, un progetto le cui fila sono tenute dalla vittima», racconta Romanin. Un iter di accompagnamento, quindi, finalizzato a cancellare l’immagine che le è stata appiccicata addosso, per potersene liberare e iniziare un percorso di riscoperta di sé.

LA FASE «STOP AND GO»

L’uscita da un contesto di violenza psicologica però si caratterizza per essere non lineare e parallela agli agiti violenti del partner nella relazione. Questi episodi, infatti, attraversano due fasi: da un primo accumulo di tensione fino all’esplosione della violenza che, però, per paura dell’interruzione del rapporto, è seguita da diversi tentativi di riparazione chiamati «luna di miele». A questo livello il maltrattante diventa particolarmente premuroso e, secondo gli esperti, questo alimenta delle aspettative di cambiamento nella partner. «L’interruzione della relazione, in questi casi, non è netta ma è caratterizzata da dei periodi di «stop and go». Per questo, socialmente, la donna viene colpevolizzata diventando vittima di una violenza secondaria, fatta di giudizi negativi per gli eventuali ripensamenti», spiega Grumi.

«È impossibile segmentare la violenza, non sono atti separati. Il maltrattamento è l’esito di una disparità di potere e di controllo di un genere sull’altro».

NON PER FORZA DIVENTA VIOLENZA FISICA

Anche se quella psicologica è sempre presente nelle altre forme di abuso e, spesso, le precede o ne favorisce la comparsa, non è detto che si trasformi in violenza fisica. Può presentarsi da sola e non avere evoluzioni. «Ci sono uomini che riescono a ottenere tutto ciò che vogliono anche solo con questo metodo», spiega Romanin. Che chiarisce anche come i centri antiviolenza lavorino sull’interconnessione fra i vari tipi di abuso: «È impossibile segmentare la violenza, non sono atti separati. Il maltrattamento è l’esito di una disparità di potere e di controllo di un genere sull’altro», specifica.

SIAMO TUTTE A RISCHIO

Quello della violenza psicologica è un fenomeno trasversale, anche se esistono fattori di rischio che possono aumentare il livello di vulnerabilità delle vittime. Tuttavia, secondo la psicologa Grumi, non sono elementi sempre presenti e non esiste una correlazione statistica: «Tocca tutte le fasce d’età e gli status: non è vero che colpisce solo chi si trova già in difficoltà, svantaggio o isolamento sociale. Tutte siamo a rischio in quanto donne», racconta Grumi, «proprio perché la violenza di genere affonda le sue radici in un substrato culturale, caratterizzato dai principi della cultura patriarcale, che ha per molti anni posto la donna in una condizione di svantaggio e di subordinazione». «È ideologico pensare che a essere colpite siano solo le più fragili, ma il fatto che una donna sia vulnerabile, se c’è violenza, può essere indice di maggior pericolosità perché l’autore ha una sorta di via libera», aggiunge Romanin. Spesso può accadere, infatti, che la violenza psicologica si aggravi quando la donna è posta di fronte a grandi cambiamenti, come i lutti, le malattie, la perdita del lavoro, la nascita di un bambino. In queste occasioni, l’abuso psicologico si esaspera.

LA SCELTA DELLA VITTIMA

Secondo l’operatrice della Casa delle Donne di Bologna, gli uomini maltrattanti scelgono il proprio bersaglio per ciò che ha di più rispetto a loro e per ciò di cui vorrebbero appropriarsi. «La 'vittima ideale' è una persona coscienziosa, naturalmente più propensa a colpevolizzarsi, piena di energia, sensibile, con qualità comunicative, espansiva e oblativa. Sono caratteristiche che, a ben vedere, culturalmente vengono incoraggiate dalla società: una donna deve essere sempre disponibile e in grado di sopportare facilmente carichi di lavoro esorbitanti».

LE CONSEGUENZE

L’essere sottoposte a questo genere di maltrattamento stravolge completamente il benessere femminile. A livello psicologico si registrano danni da poca autostima, scarso senso di autoefficacia, sintomi depressivi, di ansia o post-traumatici. Che possono, a loro volta, avere conseguenze negative anche sul piano biologico perché, secondo la dottoressa Grumi, l’innalzato livello di stress e di ansia provocato dall’abuso ha ripercussioni sulle difese immunitarie o può portare all’emergere di altri disturbi, come comportamenti autolesionistici, problemi mentali con esito potenzialmente fatale, nei casi più estremi, quando si parla di suicidio.

«Raramente le forme di violenza psicologica si manifestano dal nulla: esiste, infatti, una fase progressiva di 'aumento della violenza' che, inizialmente, non viene riconosciuta come tale».

LA CONSAPEVOLEZZA DEL MALTRATTANTE

Secondo la psicologa, il livello di consapevolezza da parte degli autori della violenza è più alto rispetto all’agito che al danno in sé: «Spesso gli uomini sono consapevoli di ciò che fanno, al punto che le loro azioni mostrano un livello di lucidità agghiacciante. Tuttavia hanno delle distorsioni, a livello empatico, che non permettono loro di sintonizzarsi emotivamente con la propria vittima e di comprendere a pieno gli effetti devastanti che stanno causando». Raramente le forme di violenza psicologica si manifestano dal nulla: esiste, infatti, una fase progressiva di «aumento della violenza» che, inizialmente, non viene riconosciuta come tale: «Alcuni gesti vengono interpretati come segni d’amore o di ricerca di attenzione, anche se in realtà già mascherano altro, come una tendenza alla subordinazione della propria partner», conferma Grumi.

SI PUÒ SALVARE IL RAPPORTO?

Secondo la dottoressa, la possibilità di trattamento o di riparazione del rapporto di coppia dipende esclusivamente dal livello di motivazione al cambiamento reale del maltrattante, l’unica variabile che pone le condizioni per poter lavorare in questa direzione. «L’autore degli abusi deve prendere consapevolezza dei propri agiti, delle problematiche e maturare una reale motivazione a intraprendere un percorso di cambiamento: dove manca questo tassello sono assenti anche le basi per poter intervenire. Dico alle donne che non è possibile lavorare per entrambi».

SUGGERIMENTI QUOTIDIANI

Sebbene la prima cosa da fare sia contattare subito un centro antiviolenza per fissare un colloquio, Angela Romanin consiglia alle donne, nel quotidiano, di parlare con qualcuno, di non isolarsi, di non stare mai in silenzio e raccontare ciò che sta accadendo a una persona di fiducia che possa mantenere il riserbo. «Un occhio esterno può ricalibrare le cose», spiega la formatrice, «perché la violenza produce una sorta di nebbia, di offuscamento e non ti permette più di vedere. Fa tutto parte degli effetti del trauma».

NESSUNA STRATEGIA PER CONTROLLARE LA VIOLENZA

Ma per la dottoressa Grumi non esistono però strategie che tengano sotto controllo il rischio di abuso e il suo sviluppo, «perché il maltrattamento agisce in modo diretto e indiretto su più fronti». Quindi, anche quando la donna ha la sensazione, restando nella relazione, di poter padroneggiare e controllare la situazione, si tratta di una «sensazione illusoria, perché non ha la reale possibilità di prevedere quando avverrà la successiva esplosione di violenza. Che sicuramente arriverà».

LE SCHEDE DI AUTOVALUTAZIONE E LE DOMANDE

Secondo gli esperti, l’aiuto più prezioso che si possa offrire a una vittima è farle sapere che esistono servizi in grado di aiutarla. Spesso i siti dei centri antiviolenza propongono delle schede «di autovalutazione» che, una volta compilate, aiutano a comprendere se si tratta di una situazione a rischio. «Le domande sono semplici», spiega la dottoressa Grumi, «e riguardano sia i segnali che i comportamenti. Per esempio: il mio partner mi ha mai prevaricata? Mi ha mai umiliata in pubblico? Questa relazione sta danneggiando altri aspetti della mia vita? Mi sono mai sentita soffocare? Ho mai rinunciato a sostenere le mie idee pensando non siano valide? Non so come reagirà? Ci sono cambiamenti repentini del suo umore? Ha scatti d’ira? Il mio partner tende ad attribuire le colpe sempre agli altri? Cerca di spingermi all’isolamento spacciandolo per autonomia?».

È LA DONNA CHE DEVE CHIEDERE AIUTO

La richiesta d’aiuto, però, deve partire esclusivamente dalla persona coinvolta. Per rispetto dei suoi tempi e della sua autodeterminazione. «Nessuno può sostituirsi a lei: un’amica può chiamare il centro per avere dei consigli su come comportarsi ma non può, in nessun caso, prendere appuntamento per lei», spiega la psicologa. «Noi adottiamo il totale rispetto dell’autodeterminazione della donna anche nel momento in cui la sua decisione è quella di sospendere il percorso», aggiunge Grumi. Che spiega che per questo, la vittima non deve essere colpevolizzata da nessuno: «È sempre lei la protagonista del proprio percorso: noi siamo una sorta di impalcatura temporanea, ma è lei l’attiva fautrice del proprio destino e delle proprie scelte.

LE COSE DA NON FARE

Ciò che non è consigliabile fare è mettere in dubbio ciò che la vittima, con grande fatica, può confidare alle persone vicine. Secondo la dottoressa Grumi i giudizi, in particolare, sono controproducenti: «È bene evitare frasi del tipo: 'Non l’avrei mai detto!', 'Ma come è possibile? È così una brava persona' oppure ancora 'Dall’esterno non si direbbe che possa fare una cosa del genere'». I maltrattanti, secondo la psicologa, spesso possono avere un doppio profilo, uno all’interno delle mura domestiche e uno all’esterno, di persona stimata e con un ottimo giudizio sociale. «Le donne, spesso, vivono nel terrore di non essere credute: frasi di quel tipo rappresentano una conferma, in modo più o meno esplicito, e rafforzano la paura di non poter fare nulla, da sole, per contrastarlo».

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