16 Agosto Ago 2018 1639 16 agosto 2018

È morta Aretha Franklin: storia di una donna simbolo per i diritti dei neri

Si è spenta a Detroit, all'età di 76 anni, la regina del Soul. Che aveva trasformato una canzone maschilista come Respect nella bandiera del femminismo rivoluzionario. E commosse Barack Obama.

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Dopo giorni di conferme e smentite, la notizia che il mondo si aspettava ormai da giorni è arrivata: si è spenta a Detroit, all'età di 76 anni Aretha Franklin. La Queen of Soul è deceduta a causa di un tumore al pancreas in stato avanzato. Icona riconosciuta della cultura nera, con una forte personalità e un carattere non sempre facile, ma soprattutto artista dalla voce sublime, Aretha, nata a Memphis il 25 marzo 1942, è andata oltre le definizioni, rompendo schemi e imponendosi come un vero e proprio fenomeno della natura. Tra i suoi brani più famosi, Respect e Think (che cantò anche nel film The Blues Brothers): vi raccontiamo perché divenne un simbolo importantissimo per i diritti dei neri.

UNA DONNA CHE HA RISCRITTO LA STORIA

Una delle tappe più importanti nel percorso del riconoscimento dei diritti civili per gli afroamericani fu una partita di basket che si giocò nel 1966. Due anni fa è stato celebrato il 50esimo anniversario, anche in presenza dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama. Proprio così: una semplice partita di pallacanestro. Da una parte la ricca e prestigiosa Kentucky, dall’altra, El Paso, una piccola università texana. Ma non era soltanto una semplice finale di college Usa. Quella fu la prima sfida sportiva tra bianchi e neri: El Paso era infatti la prima università in assoluto a schierare in campo cinque giocatori afroamericani, per forte volontà del suo coach, Don Haskins, un bianco. Ovviamente, quella partita fu vinta dai neri. E siccome l’ex presidente Usa non ha mai nascosto la sua passione per la pallacanestro, ci tenne in modo particolare a partecipare a quella celebrazione. Nel suo discorso ricordò «quel gruppo di cinque ragazzi che, allacciandosi le scarpe, ha permesso all’America di fare un passo avanti, riscrivendo la storia, alla pari di altri personaggi importanti come Martin Luther King, Jackie Robinson -giocatore di baseball NdR- Rosa Parks e Aretha Franklin».

IO SOUL… LEGGENDA

La Franklin non è soltanto una leggenda della black music, perché il suo impegno per i diritti delle donne e per quelli degli afroamericani è stato altrettanto importante, un impegno riconosciuto, come detto, direttamente e pubblicamente da Barack Obama, il primo presidente nero degli Stati Uniti nonché vincitore del premio Nobel per la pace. Quella di Aretha è una delle voci più esplosive, straordinarie ed emozionanti di tutti i tempi, unita a una tecnica portentosa e a un talento innato per quanto riguarda la musica in ogni sua sfumatura. È stata un simbolo: del soul, del blues, del gospel, dell’r&b e continuerà a esserlo per sempre. I numeri parlano chiaro: 18 Grammy Awards, oltre 75 milioni di dischi venduti nel mondo. In una parola: rivoluzionaria, nella musica, ma anche attraverso la musica, perché è grazie a essa che Aretha Franklin ha firmato pagine importanti di quella che fu, per l’appunto, la rivoluzione afroamericana degli Anni' 70, all’insegna della libertà, dei diritti civili e dell’uguaglianza.

RESPECT, BANDIERA DEL FEMMINISMO

La storia di uno dei suoi più grandi successi, Respect, è quanto mai significativa. La canzone era stata scritta da Otis Redding, un altro big della black music. Un testo profondamente maschilista, in cui il cantante chiedeva 'rispetto', appunto, alla sua donna. Era il 1965. Il pezzo ha un discreto successo, ma non sfonda. Il produttore di allora di Aretha Franklin, Jerry Wexler, le propone così di reinterpretare canzone e testo. Due anni dopo, la cantante nata a Memphis e cresciuta a Detroit esce proprio il giorno di San Valentino con la sua versione di Respect registrata negli studi dell’Atlantic Records: quel rispetto che Redding chiedeva alla propria compagna si trasforma in rispetto che il mondo intero deve avere nei confronti delle donne. E il successo è sia planetario, perché negli Stati Uniti e in Europa la canzone scala anche le classifiche pop, sia annunciato. Perché Aretha sapeva bene che toccando quel tipo di argomento avrebbe sollecitato il pubblico femminile militante, in quel periodo in piena affermazione assieme al movimento per l’abolizione dell’apartheid. Non erano ancora gli Anni ’70, e negli Stati Uniti una donna aveva trasformato una canzone maschilista nella bandiera del femminismo rivoluzionario, il tutto un anno dopo l’impresa dei ragazzi di El Paso contro Kentucky.

LA CANZONE PER MARTIN LUTHER KING

Non è un caso che l’anno successivo Aretha venga scelta per cantare Precious Lord alla funzione funebre per Martin Luther King, amico del padre. Ed è sua anche una cover di Change is Gonna Come, secondo Rolling Stones tra le 12 canzoni più importanti di tutti i tempi. Non ebbe un grande successo a livello commerciale, ma è tuttora riconosciuto come uno dei brani manifesto dei Civil Rights Movement. Con questo pezzo l’autore, Sam Cooke, amico di Aretha, i due sono cresciuti insieme, aveva denunciato un episodio vissuto in prima persona, respinto da un motel di soli bianchi a Sheverport, in Louisiana. Significativo il fatto che tra i vari autori che reinterpretarono il brano, oltre ad Aretha e a Bob Dylan, ci sia pure lo stesso Otis Redding.

CON I BLUES BROTHERS IN PANTOFOLE

La grandezza di Aretha Franklin sta anche in come lei sia riuscita ad adattarsi quasi sempre ai tempi e ai gusti musicali che cambiano. Negli Anni '50, da piccola, si esibiva in brani esclusivamente religiosi -il padre era un predicatore battista-. Detto degli Anni '60, in cui inizia a discostarsi dalla chiesa per diventare icona del jazz e del soul, negli Anni '70 si avvicina a quello che di fatto è un repertorio decisamente più pop e commerciale, mentre gli Anni '80 sono il periodo dei grandi duetti, da George Michael a Whitney Houston, da Elton John a Keith Richards. Ed è proprio nel 1980 che Aretha scrive un’altra pagina di storia, cantando e ballando in pantofole nel film cult Blues Brothers reinterpretando la sua Think con cui ancora una volta invia un messaggio dalla forte connotazione femminista, la ribellione nei confronti del marito chitarrista che vuole abbandonarla per seguire Dan Aykroyd e John Belushi, lasciandola da sola nella cucina del loro ristorante. Il decennio successivo è all’insegna di luci e ombre, ciò nonostante, nel 1998 Aretha viene scelta per sostituire Luciano Pavarotti per cantare Nessun Dorma alla consegna dei Grammy. Nel 2005 è George W. Bush a riconoscerne l’importanza per la lotta a favore dei diritti delle donne e degli afroamericani, conferendole la 'Presidential Medal of Freedom', ovverosia la medaglia presidenziale per la libertà, mentre nel 2014, dopo aver fallito nel tentativo di lanciare una propria etichetta, pubblicherà il fortunato disco: Aretha Franklin Sings the Great Diva Classics, in cui riprende brani resi famosi da, tra le altre, Barbra Streisand, Gloria Gaynor, Alicia Keys e Adele.

QUANDO COMMOSSE OBAMA

La sua consacrazione, a detta di tutti, è arrivata però grazie a (You make me feel like) A natural woman nel 1967, scritta da Carole King, canzone amatissima da più generazioni e ancora oggi cantata e ballata nei locali e nelle discoteche italiane. È questa infatti la formula del successo di Aretha, incentrata sulla sua personalissima reinterpretazione di canzoni scritte da artisti a lei cari. Tre anni fa, Aretha Franklin, allora 73enne, si è esibita a Washington Dc dal vivo con questo pezzo accompagnandolo al piano, commuovendo Barack Obama, sempre lui, presente in platea assieme alla moglie Michelle, e anche Carole King stessa.

THANK YOU DAD

Le stesse lacrime, Aretha ha dovuto versarle in tantissimi momenti della sua vita, spesso difficile: prima la separazione dei genitori, poi la perdita della madre quando aveva 10 anni. A 14 concepisce il suo primo figlio, a 16 il secondo, senza mai rivelarne le paternità. Due i matrimoni alle spalle, il primo con Ted White, da cui si separa dopo aver subito violenze, il secondo con l’attore Glynn Turman. Ma l’evento che la segna di più in profondità è la morte del padre, scomparso nel 1984 dopo anni di coma, in seguito a una sparatoria. A lui deve l’amore per la musica ma anche l’impronta di donna ribelle e impegnata nella lotta dei diritti afroamericani. Clarence LaVaughn Franklin, questo il nome del padre, era il pastore della New Bethel Baptist Church di Detroit, Michigan, e quando girava per le chiese del sud a celebrare messe e cantare inni, la piccola Aretha era quasi sempre con lui: già all’età di sei anni si esibiva come giovane corista. Clarence, amico di Martin Luther King e di Jesse Jackson, è stato anche uno dei protagonisti della Walk to Freedom del 23 giugno del 1963 a Detroit, riconosciuta come una delle più grandi manifestazioni per i diritti civili dell’intera nazione (125mila persone). Per onorarlo, nel 1987, Aretha Franklin registrò nella chiesa del padre e con l’aiuto dei più importanti artisti dell’epoca, il brano One Lord, One Faith, One Baptism.

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