14 Agosto Ago 2018 1110 14 agosto 2018

Maila Beccarello e le altre: il giornalismo indulgente sul femminicidio

Il rispetto per le vittime passa attraverso le parole con cui le raccontiamo, da vive e da morte. Da Corriere a Repubblica fino alla tivù, si respira invece un'empatia verso gli uomini violenti che sposta il baricentro della verità.

  • ...
Femminicidio Media Giornalismo

Maila Beccarello è morta di botte.

L'autopsia smentisce il marito.

È stata devastata in ogni parte del corpo.

Mentre sui media si respira quell'empatia verso i violenti che sposta il baricentro della verità.

L’8 agosto a Cavarzere, in provincia di Padova, il 35 enne Natalino Boscolo Zemello uccide la moglie Maila Beccarello, di 37 anni. A distanza di due giorni il Corriere del Veneto con la firma di Alberto Zorzi ci dà notizie sulla vicenda dicendoci che dal carcere «il killer in lacrime» ripete di non aver ucciso la moglie, sostiene che è caduta in doccia mentre lui l'aiutava a pulire il sangue dovuto 'soltanto' a due schiaffi e un pugno, e che il suo avvocato ne parla come un uomo distrutto e disperato.

Sul Gazzettino un articolo firmato addirittura dal presidente dell'Ordine dei giornalisti del Veneto Gianluca Amadori, che conosco personalmente e stimo molto, ci dice che Boscolo «piange e confessa» di essersi drogato prima di picchiare la moglie.

Eppure già si sa che i carabinieri hanno raccontato di essere sconvolti per la quantità di sangue trovato fuori e dentro casa, sui muri, sulle finestre; che la donna aveva il volto ridotto a una poltiglia di sangue; che nell’ultimo anno era stata ricoverata per cinque volte al pronto soccorso piena di lividi.

Arrivano poi i risultati dell'autopsia che confermano che la donna è morta per le botte inferte, con una brutalità che le ha devastato ogni parte del corpo.

In attesa delle prossime congetture sulle droghe assunte o presunte, sulla linea difensiva e sulla disperazione del Boscolo di fronte a un orizzonte in cella, vorrei porre una questione. Penso che dovremmo chiederci perché un giornalista oggi, nel 2018, di fronte a una donna massacrata dal compagno, senta il bisogno di sottolineare quanto questi stia soffrendo, piangendo, quanto sia pentito e disperato, se ci dica di essersi drogato o di aver avuto un raptus, varianti de-responsabilizzanti sempre gettonate.

Vista la gravità degli eventi non siamo di fronte a un semplice dovere di cronaca. Qui c’è dell’altro, e si tratta di giornalisti di cui diamo per scontata la professionalità.

Scrive ad esempio sul Corriere Fabrizio Caccia, autore di quel pezzo (poi rimosso con delle pseudo-scuse del direttore) che empatizzava sul cinquantenne con cui la 18enne Pamela Mastropietro si era prostituita il pomeriggio prima di essere massacrata a Macerata, il 30 gennaio 2018. Caccia si preoccupava del dispiacere dell’uomo nel sapere che fine orribile aveva fatto la ragazzina a cui lui aveva dato cinquanta euro in cambio di una prestazione sessuale su un materasso in garage. Una ragazzina in evidente stato di disagio dato che i 50 euro le servivano per farsi di eroina e che aveva lasciato la comunità in cui stava cercando di liberarsi dalla dipendenza.

Ci troviamo di fronte a giornalisti che probabilmente su violenza di genere sanno poco o niente ma che ne scrivono come se fosse un argomento da opinionisti e non da professionisti della materia. E questo vale per uomini e donne, indistintamente.

Penso al pezzo su Repubblica Torino firmato da Carlotta Rocci che ci raccontava di Marco Lopez Tacchini il 33enne che dopo aver ucciso la compagna Alessia Partesana, di 29 anni, chiedeva al pm «in continuazione notizie della sua cucciola», a cui aveva appena massacrato la madre a coltellate.

Ancora empatia per questi uomini violenti, che vanno compresi, compatiti. Che siano testate nazionali o giornali di provincia poco cambia. Empatia per Luigi Capasso che uccise le sue figlie dopo aver quasi ucciso la moglie ma ci venne descritto come una brava persona. Per Fausto Filippone di cui abbiamo letto l’aggettivo «eroe» per il «coraggio di buttarsi» da quel viadotto da cui aveva letteralmente gettato la figlia 11enne dopo averle ucciso la madre; sua moglie, che come sottolinearono alcuni titoli, a detta di Filippone «aveva molto da farsi perdonare»; per Filippone la presunta depressione sembrò per giorni una giustificazione a quella condotta violenta premeditata.

Che siano delinquenti ai domiciliari o manager d’azienda non fa differenza.

Agli uomini violenti riserviamo sempre una sorta di commiserazione che attenua emotivamente la riprovevolezza che dovremmo provare.

Un esempio dalla tivù ci viene dalla prima puntata dell’ultima stagione di Amore Criminale, in cui si racconta di un femminicida che dopo aver ucciso la moglie va nella villa di campagna per ammazzare anche il figlio di quattro anni e poi suicidarsi. La ricostruzione ci propone la scena in cui l’uomo esce dal garage con il corpicino inerme del figlio che ha appena ucciso tra le braccia, attraversa lentamente il cortile ed entra in casa. «Luigi stretto al figlio, sale verso la zona delle camere da letto», dice la voce narrante, che continua con «Incapace di sopportare il dolore per la separazione da Federica e dal bambino, Luigi ha deciso di avere l’ultima parola sulla vita della moglie e del figlio» e conclude con «Luigi si uccide abbracciato a suo figlio, sparandosi un colpo di pistola». Sulle note di Mad World, lo strazio si amplifica di fronte all’immagine del bimbo che giace apparentemente dormiente sul corpo del padre.

Se io spettatrice non avessi gli strumenti per decodificare quelle immagini, mi commuoverei anziché innervosirmi perchè nonostante le buone intenzioni e la bravura e la sensibilità sia di Matilde D’Errico che di Veronica Pivetti, non si riesce a non romanzare in senso romantico quello che di romantico non ha nulla. Lì c’era un bambino che se non fosse stato morto avrebbe odiato quel padre che gli aveva tolto la vita e gli aveva ucciso la mamma. Lì c’era un bambino che non avrebbe voluto dare in pasto al mondo quell’immagine di abbraccio falso e crudele, che non lo rispettava come piccolo individuo vittima di una violenza inaudita.

L’idea degli uomini insicuri, fragili, o comunque incapaci di sopportare il dolore, ci distoglie da una verità che ci parla di grandi egoismi, di cinismo e prepotenza distribuite nel tempi e di cui il femminicidio è l’apice.

Quando nel 2011 ho iniziato la mia ricerca per scrivere Non lo faccio più mi sono subito scontrata con l’ empatia verso gli uomini violenti che serpeggia anche tra le donne, assistenti sociali, psicologhe che lavorano nelle carceri o con i minori in messa alla prova, avvocate specializzate nella cosiddetta mediazione familiare. E non si trattava di pietas umana, che anche io ho provato di fronte a certi stupratori e pedofili che ho intervistato.

È come se lo sforzo per comprendere l’agire di questi uomini ci proiettasse automaticamente in un atteggiamento materno, inteso come protettivo, nei loro confronti. E questo, purtroppo, compromette la severità con la quale ci poniamo di fronte ai loro agiti.

Alla narrazione del femminicidio la rete Dire contro la violenza ha dedicato un'intera giornata lo scorso 21 giugno a Roma, perché chi fa informazione non può più esimersi dalle proprie responsabilità.

E la scusante della buona fede non regge. Ogni giornalista che ne voglia scrivere o parlare dovrebbe, innanzitutto, studiare, istruirsi, come propone da tempo l'associazione di giornaliste libere e autonome GIULIA (Giornaliste Unite Libere Autonome, ndr) con il suo lavoro di formazione in tutta Italia e come sollecita la rete Rebel Network che l’Ordine nazionale dei giornalisti continua ad ignorare. Ci vogliono interventi capillari, nelle grandi e nelle piccole redazioni, in tivù e in radio perché il rispetto per le vittime della violenza passa attraverso le parole con cui le raccontiamo, da vive e da morte.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso