9 Agosto Ago 2018 1910 09 agosto 2018

Le cose da sapere su molestie e violenze sessuali in Italia

Grazie allo scandalo Weinstein e al movimento #MeToo, le donne di tutto il mondo hanno fatto sentire la propria voce. Ma com'è la situazione nel nostro Paese?

  • ...
Violenze Sessuali Molestie Italia

Il 2017 è stato l’anno di #MeToo, in cui tante donne si sono ribellate e hanno deciso di dire basta a molestie e violenze sessuali. A livello, globale, come sappiamo bene, la ‘vittima’ più celebre di questo movimento femminista è stato il pluricarnefice Harvey Weinstein, accusato tra le altre da Asia Argento, Rose McGowan, Ashley Judd e Ambra Battilana. O ti concedi o non lavori. Questa la logica malata che ha seguito per anni il produttore della Miramax, arrestato finalmente a maggio del 2018. Ma per un orco hollywoodiano, che riceveva le sue vittime in lussuose suite, ce ne sono tanti altri, sparsi in giro per il mondo, che sul posto di lavoro si ‘limitano’ ad allungare le mani in ascensore, a dare pacche sul sedere in attesa del caffè, a fare apprezzamenti pesanti nella pausa sigaretta. E che vanno avanti, impuniti da anni, con questo modus operandi.

I DATI ISTAT SULLE MOLESTIE SESSUALI IN ITALIA

Secondo una ricerca Istat pubblicata a inizio 2018, in Italia sono circa un milione e 400 mila le donne che hanno subito molestie fisiche o ricatti sessuali sul posto di lavoro: in pratica, quasi il 9% per cento delle lavoratrici attuali o passate, incluse le donne in cerca di occupazione. O ti concedi o non lavori, di nuovo. Capita, purtroppo, quando il molestatore occupa un ruolo di potere. Con riferimento ai soli ricatti sessuali sul luogo di lavoro, si stima un milione e 173 mila donne ne siano state vittima, per essere assunte, per non perdere l’impiego o una promozione. Come detto, i molestatori sono spesso seriali: l’11,3% delle donne ha infatti raccontato di aver subito più ricatti dalla stessa persona, anche quotidianamente. Tutto questo perché, purtroppo, le vittime parlano, motivate dalla scarsa gravità dell’episodio (27,4%) e dalla mancanza di fiducia o dall’impossibilità di agire (23,4%) da parte delle Forze dell’Ordine, a cui infatti si rivolge appena lo 0,7% delle vittime. Di questa misera percentuale, infine, solo il 77,1% arriva a firmare un verbale di denuncia.

IL CONTRATTO DI LAVORO ANTI MOLESTIE

Per ovviare a questa emergenza Cgil, Cisl e Uil hanno firmato un'intesa con Confindustria che mira a difendere le dipendenti sul posto di lavoro, con linee guida chiare (ogni genere di molestia è intollerabile e va denunciata, in più le imprese si devono impegnare a creare un ambiente in cui venga rispettata e tutelata la dignità di ognuno) recepite da pubblica amministrazione, Poste e Trasporti, oltre che da aziende private, con alcune differenze ma con diversi punti comune: ad esempio, i congedi (non retribuiti) per maltrattamento, stalking e violenza di genere. Sono stati poi stipulati degli accordi-quadro a livello regionale. Confapi Emilia-Romagna, ad esempio, ne ha raggiunto uno ‘dedicato’ ai datori di lavoro, a cui devono essere fornite linee guida per prevenire, individuare e gestire casi di molestie e ricatti sessuali. In Friuli Venezia-Giulia, invece, è stato firmato un patto tra sindacati e Confcommercio che ribadisce la pari dignità di uomini e donne e che suggerisce misure per risolvere queste situazioni, ad esempio trasferimenti temporanei tra reparti, sempre nel rispetto del contratto di lavoro.

LE CONSIGLIERE DI PARITÀ E GLI SPORTELLI DI ASCOLTO

Queste sono iniziative recenti. Ma da tempo, anche se sconosciuta e sottovalutata, esiste a livello nazionale, regionale e provinciale la figura della Consigliera di Parità. Questo pubblico ufficiale, nominato con decreto del ministero del Lavoro, è di fatto il garante dell’attuazione dei principi di uguaglianza e pari opportunità. È infatti alle Consigliere di Parità, che hanno l’obbligo di segnalazione all’autorità giudiziaria per i reati di cui vengono a conoscenza, che in forma totalmente gratuita si possono rivolgere le donne (e gli uomini, perché no) che ritengono di essere discriminate sul luogo di lavoro. Per dare voce alle vittime che finalmente trovano la forza di parlare, ci sono poi gli sportelli di ascolto, creati all’interno dei sindacati e non solo. Il primo in assoluto è stato aperto a Bergamo, ma dalla Lombardia (c’è anche a Lecco e Monza) si sono diffusi in tutto lo stivale: dal Trentino al Veneto (lo spazio #BuonLavoro di Vicenza), fino alla Sicilia, passando per Abruzzo e Campania.

COSA DICE IL CODICE PENALE SULLE MOLESTIE E VIOLENZE SESSUALI

Come detto, tante vittime di molestie sul luogo di lavoro non denunciano, perché convinte di non essere tutelate dalla legge o di essere state protagoniste (loro malgrado) di episodi di poco conto. Ma rimanere in silenzio non ha senso, perché avrebbero tutti i mezzi per difendersi. Secondo il Codice delle Pari Opportunità, che le fa rientrare sotto ‘l’ombrello’ delle discriminazioni, le molestie sessuali sono «comportamenti indesiderati […] espressi in forma fisica, verbale o non verbale, aventi lo scopo o l'effetto di violare la dignità di una lavoratrice o di un lavoratore e di creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante o offensivo». Condotte di questo tipo, inoltre, vengono punite dagli articoli 609-bis (violenza sessuale) e 612-bis (atti persecutori-stalking) del Codice Penale.

COSA DICE LA LEGGE SULLE MOLESTIE E VIOLENZE SESSUALI

In più, la legge tutela il denunciante: secondo la legge di bilancio 2018, i lavoratori che agiscono in giudizio per discriminazioni e molestie, non possono essere sanzionati, licenziati, trasferiti o demansionati, quando tale misura è la conseguenza della denuncia stessa: a un eventuale licenziamento ritorsivo, ad esempio, segue il reintegro sul posto di lavoro. Insomma, bisogna parlare, raccontare, puntare il dito. E magari farlo in fretta, perché il diritto di querela va esercitato entro tre mesi nel caso di molestia (per la violenza sessuale il limite di tempo è sei mesi). Chi subisce una molestia può fare causa civile o presentare una denuncia penale. Ovviamente, per avere un effetto la denuncia deve essere corroborata da documenti che possano certificare le molestie subite, come sms, email, video, etc. Ma, comunque, per ottenere la prova il giudice potrebbe basarsi anche sulle conferme di colleghe che abbiano subito lo stesso ‘trattamento’.

LE SENTENZE

È bene ricordare che, secondo la legge, la molestia può anche essere solo verbale, quando il colpevole usa dolosamente espressioni volgari a sfondo sessuale o mette in atto un corteggiamento invasivo e insistito. Da questo punto di vista, è ‘interessante’ una sentenza arrivata ad aprile del 2018, che ha condannato un datore di lavoro a seguito di una denuncia effettuata da una ex dipendente. L’imprenditore, titolare di un’azienda di tappeti e moquette di Cabiate, aveva sottoposto per cinque anni (dal 2008 al 2013) un’impiegata a numerose battute oscene e doppi sensi: lui si è difeso parlando di «clima goliardico», ma il tribunale di Como ha stabilito come invece fosse «ostile, degradante umiliante e offensivo» e lo ha condannato a risarcire 105 mila euro. Dalle parole ai fatti, a febbraio del 2018, un pasticcere di Pontelongo (provincia di Padova) è stato condannato a 20 mesi e a un risarcimento di 5.300 euro in seguito alla denuncia di una dipendente: la ragazza aveva raccontato che l’uomo, il suo titolare, aveva provato a baciarla all’interno di una cella frigorifero e di aver avvertito la sua mano che le toccava il fondoschiena. Tre anni e quattro mesi di carcere, più 20 mila euro di risarcimento, invece, è la condanna inflitta a fine 2017 al gestore di una panetteria di Milano, che oltre a usare espressioni volgari nei confronti di due dipendenti, le palpava pesantemente. In questo caso, sotto la lente di ingrandimento era finito anche il comportamento dei due titolari della panetteria: secondo la legge, infatti, il datore di lavoro è corresponsabile se non si attiva per impedire la lesione a danno di un lavoratore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso