19 Luglio Lug 2018 1700 19 luglio 2018

Omicidio di Giuseppe Parretta: la lettera della madre Caterina Villirillo

Aveva solo 18 anni, quando l'hanno ucciso davanti ai suoi occhi: «Dal giorno dei funerali di mio figlio sono rimasta abbandonata al mio destino senza né un supporto psicologico né materiale. Il nostro Stato è cattivo».

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Giuseppe Parretta Caterina Villirillo

Aveva appena compiuto 18 anni Giuseppe Parretta, quando il 13 gennaio 2018 venne ucciso a colpi di pistola nella sua città, Crotone, per mano di Salvatore Gerace, di 57 anni, un vicino già noto alle forze dell'ordine che, a suo dire, si sentiva spiato dal giovane. Si trovava in compagnia della mamma e dei fratelli all'interno dei locali del dell'associazione Libere donne, che da anni combatte la violenza sulle donne, presieduta dalla madre, Caterina Villirillo. Una donna distrutta dal dolore, ma forte e combattiva che non ha intenzione di smettere di chiedere giustizia per il figlio, ammazzato senza un perché da un uomo in libertà vigilata. Oggi Caterina ha scritto una lettera aperta, lanciando gravi accuse allo Stato, colpevole di averla lasciata sola.

I funerali di Giuseppe (@Ansa).

Sono una donna uccisa in una sera d’inverno dai colpi di pistola che hanno tolto la vita a mio figlio sotto i miei occhi, una donna che per anni ha tolto dalle mani dei carnefici altre donne e che ha dedicato la sua vita a combattere ogni forma di violenza, a confortare le vittime di violenza ed a cercare di ridargli dignità e sicurezza.

Quando non sei tu la vittima trovi la forza per contagiare gli altri della tua stessa forza ma quando ti rubano la vita quella forza non fa più parte di te e non esiste luogo o fonte alla quale attingere per ritrovarla ma mio figlio è stato ucciso più volte e la mano che ha armato quella dell’assassino ha un nome preciso: lo Stato.

Uno Stato che concede libertà vigilata senza vigilanza ad un recidivo del crimine e gli permette di possedere armi è uno Stato patrigno, cattivo, superficiale ed attento solo a non offendere i poteri occulti che lo manovrano come un burattino e che hanno imposto, col nome di “democrazia”, la tutela del carnefice.

Uno Stato che strumentalizza le vittime per accontentare coniatori di neologismi insulsi e protestatori da talk-show senza sostanza e non si preoccupa di chi soffre se ha la fedina penale immacolata.

Sto chiedendo giustizia per mio figlio e la sto chiedendo anche e soprattutto a questo Stato che non prevede leggi che tutelino le vittime, si perché una madre o un padre o dei fratelli sopravvissuti ad una simile tragedia sono vittime tanto quanto chi è rimasto ucciso, e non voglio che i miei figli vivano ciò che altri hanno vissuto, cioè il ritrovarsi di fronte l’assassino perché non esistono pene commisurate agli efferati delitti che bestie come l’assassino di mio figlio commettono.

Vivo a Crotone, la provincia in coda alla classifica delle province italiane per i disservizi ed i disagi che i crotonesi sono stati abituati a sopportare, la provincia col piu’ alto numero di disoccupati e che non ha come priorità occuparsi del settore sociale.

Ho cresciuto i miei figli da sola perché sono rimasta vedova molto presto ed ho fatto sempre in modo che non rimpiangessero di non essere nati in una famiglia ricca, ho insegnato loro la dignità e l’onestà, non li ha mai privati di nulla seppur con immensi sacrifici ed il mio primogenito ha scelto da solo di contribuire economicamente all’aiuto della famiglia barcamenandosi tra lo studio e qualche lavoretto. Un ometto diventato adulto troppo presto che si era ritagliato pian piano il ruolo di “capo famiglia” ma che, probabilmente, stava scomodo a qualcuno.

Dal giorno dei funerali di mio figlio io sono rimasta abbandonata al mio destino senza né un supporto psicologico né materiale, nonostante le ripetute promesse fatte dalle istituzioni crotonesi, tutte false, tutte espresse al solo scopo di pubblicizzare meschinamente la loro “bontà” di fronte all’Italia intera.

Dove sono le associazioni umanitarie quando la vittima è un italiano?

Dove sono le politiche sociali quando la vittima è un ragazzo onesto?

Che fine hanno fatto le istituzioni che volevano accollarsi il costo di un addio dignitoso al mio Giuseppe?

Dov’è la Chiesa? Dov’è il vescovo? Dov’è il Papa?

I grandi assenti, forse quelli piu’ ipocriti, quelli che predicano amore e carità ma son troppo impegnati a collaborare con le grandi lobby a disgregare un tessuto sociale già depauperato dei principi morali fondamentali.

Ho scritto anche al Papa, il papa tanto amato dagli atei e benvoluto dalle elite economiche proprio perché riflette e predica affinchè venga accettata la deriva etica, ma non mi ha degnata di alcun pensiero cristiano: forse essere madre vedova con un figlio assassinato orfano di padre non è contemplato nel “suo” Vangelo?

Quali efferati crimini aveva commesso il mio Giuseppe per essere trucidato da tutti?

Non posso restare zitta perché l’amarezza e la delusione si sono aggiunte al mio dolore di mamma e vogliono urlare al mondo quanto questa società sia ipocrita.

Hanno ucciso Giuseppe, Pamela, Jessica nel giro di poche settimane ma nessuno ha levato scudi per chiedere giustizia mentre vedo mobilitarsi sindacati, associazioni ed il Governatore della Calabria in persona per l’uccisione di un uomo sorpreso a rubare.

Perché? Forse perché Giuseppe, Pamela e Jessica erano solo ragazzi italiani e, quindi, non muovono interessi né hanno eco internazionale?

Ho avuto a che fare per anni con potenziali vittime di “femminicidio”, un termine discriminatorio utile solo ai richiami mediatici ed alle statistiche associazionistiche dei centri sorti e sponsorizzati da qualche personaggio famoso, e posso affermare che in concreto non esiste alcun provvedimento legislativo a tutela delle donne vittime di violenza.

In Italia esistono innegabilmente vittime di serie A e vittime di serie B ed appartengono alla prima i mafiosi e gli immigrati. Non è razzismo, il mio, ma una pura e cinica consapevolezza.

Caterina Villirillo
Una madre senza più un figlio

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