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18 Luglio Lug 2018 1610 18 luglio 2018

Le sentenze su violenze sessuali e stupri che hanno indignato l'Italia

Si è parlato tanto della pronuncia della Cassazione sull'abuso di gruppo sotto l'effetto di alcol volontariamente assunto. Ma negli anni sono stati tanti i verdetti intrisi di cultura patriarcale e misogina. Alcuni esempi. 

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Cassazione Sentenza Stupro Senza Aggravante

Iniziò tutto con una cena. Due uomini e una ragazza. Lei aveva bevuto e i due l’avevano portata in camera da letto. Abusando di lei. A qualche ora dall’accaduto, la giovane era corsa al pronto soccorso e aveva raccontato tutto. Era il 2009. Nel 2011, in primo grado, un giudice di Brescia aveva assolto gli autori di quella violenza, perché la vittima non era stata riconosciuta come attendibile. Ma sei anni dopo, nel gennaio 2017, la Corte d’Appello di Torino considerava in modo diverso il referto del pronto soccorso, che parlava di segni di resistenza, e condannava i due uomini a tre anni, applicando anche l’aggravante di «aver commesso il fatto con l’uso di sostanze alcoliche». La difesa dei due aveva presentato ricorso, sostenendo che la ragazza aveva bevuto volontariamente e che quindi non erano stati loro a ridurla in stato di inferiorità. Il 17 luglio 2018, la corte di Cassazione ha confermato la responsabilità dei due uomini nell'abuso ma ha annullato, con rinvio, la sentenza dei giudici di secondo grado sul punto dell’aggravante: la ragazza non poteva dare un «valido consenso» all’atto sessuale, ma «l’assunzione volontaria di alcol esclude la sussistenza dell’aggravante», perché «deve essere il soggetto attivo del reato» a usare l’alcol per la violenza, «somministrandola alla vittima». Quindi: il reato di stupro di gruppo resta, ma non l’aggravante. Perché, di fatto, durante quella serata, nessuno degli autori le ha versato degli alcolici nel bicchiere. Il caso è stato oggetto di discussione perché considerato controverso. Esattamente come è già accaduto diverse volte in passato.

ATTENUANTI PER LO STUPRO A UNA DONNA INCINTA

Era l’aprile del 1994, quando un verdetto spiegava come fosse «arduo ipotizzare» una violenza sessuale fra coniugi in caso di coito orale, in quanto la donna «avrebbe potuto, in ogni caso, facilmente reagire e sottrarsi al compimento dell’atto da lei non voluto». Tre anni dopo, nell’agosto del 1997, una delibera spiegava che se il capufficio dimostrava «un sentimento profondo e sincero» nei confronti della segretaria non poteva essere accusato di molestie sessuali sul lavoro in caso di un invito a cena o nel tentativo di baciarla. Nell’aprile del 1999, la Corte affermava che violentare una donna incinta al settimo mese non configurava una circostanza aggravante del reato di violenza sessuale. E anzi: era possibile applicare allo stupratore la diminuzione della pena minima per attenuanti generiche, perché il caso poteva essere ritenuto tra quelli di «minore gravità».

CASSAZIONE NEL MIRINO PER LA SENTENZA SULLO STUPRO COI JEANS

Porta il numero 1636 la sentenza più discussa. Era il 1999 e la Cassazione assolveva un istruttore di scuola guida 40enne dall’accusa di stupro su una delle sue allieve, allora 18enne. L’uomo, come aveva fatto altre volte, aveva prelevato la giovane per la lezione di guida pratica. Ma con una scusa l’aveva condotta fuori dal centro abitato e, fermata la macchina, l’aveva violentata, sfilandole da una gamba i jeans che indossava. La ragazza aveva raccontato tutto, prima ai genitori e poi in Questura, a Potenza. La sentenza d’Appello condannava l’uomo a due anni e mezzo di carcere. Ma siccome la ragazza indossava i pantaloni aderenti, i giudici della Suprema Corte avevano stabilito che fosse «quasi impossibile sfilarli anche in parte senza la sua fattiva collaborazione». Inoltre, non essendo stati riscontrati «segni di una colluttazione tra i due o comunque di una vigorosa resistenza della giovane al suo aggressore» i giudici avevano dedotto che la vittima non si era opposta alla violenza. Due anni dopo, nel novembre del 2001, un’altra sentenza: il fatto che una donna indossi i jeans non è da sola una condizione sufficiente a escludere il reato di stupro, specie se la paura della vittima di subire altre violenze da parte dell’assalitore determina la possibilità di sfilare più facilmente i pantaloni.

QUANDO LA VITTIMA NON È ILLIBATA

Aveva 14 anni, nel 2006, e ad abusare di lei era stato il suo patrigno 40enne tossicodipendente. Al momento della violenza sessuale la ragazzina non era più vergine. Un’attenuante riconosciuta allo stupratore dalla sentenza numero 6329. «Minore gravità del fatto». Per la Terza Sezione Penale, la vittima, cresciuta in un contesto difficile e di degrado, sarebbe stata effettivamente violentata dal patrigno ma senza aggravanti poiché «aveva avuto numerosi rapporti sessuali con uomini di ogni età» ed era quindi considerato «lecito ritenere che, già al momento dell’incontro con l’imputato, la sua personalità, dal punto di vista sessuale, fosse molto più sviluppata di una ragazzina della sua età».

SCONTO DI PENA PER CHI PARTECIPA SOLO A UNA FASE DELLO STUPRO

Nel 2013, la sentenza numero 40565 aveva stabilito che in uno stupro di gruppo, l'aguzzino che non partecipava attivamente alla «preparazione» del reato, facendo ubriacare di proposito la vittima, ma che si limitava a violentare, otteneva uno «sconto di pena» per minore responsabilità. Il verdetto faceva riferimento a un caso di abuso di gruppo a bordo di uno yatch sull’isola di Panarea durante una festa. La Cassazione, nelle motivazioni, riportava infatti la distinzione delle «due diverse fasi» della vicenda «come ricostruite all’esito del processo»: il terzo giovane si sarebbe «limitato» a stuprare la ragazza solo dopo gli altri due.

ATTENUANTE SE COLUI CHE ABUSA È UBRIACO

Qualche anno prima, la Cassazione accoglieva il ricorso di un 48enne veneto, condannato per maltrattamenti in famiglia e per violenza sessuale sulla moglie. L’uomo si era difeso chiedendo le attenuanti visto che, secondo la difesa, gli abusi avvenivano solo quando era ubriaco. La Suprema Corte aveva giudicato «fondata» la richiesta, osservando che «così come l’assenza di un rapporto sessuale completo non può, per ciò solo, consentire di ritenere sussistente l’attenuante, simmetricamente la presenza dello stesso rapporto completo non può, per ciò solo, escludere che l’attenuante sia concedibile, dovendosi effettuare una valutazione del fatto nella sua complessità».

NIENTE URLA, NIENTE REATO

Nel 2017, il Tribunale di Torino assolveva un uomo dall’accusa di stupro perché la presunta vittima non si sarebbe opposta a sufficienza all’aggressione. I fatti risalivano al 2011 e coinvolgevano due dipendenti della Croce Rossa. La donna non avrebbe gridato né avrebbe chiesto aiuto. E sulle carte si legge che «non avrebbe tradito quell'emotività che pur doveva suscitare in lei la violazione della sua persona». La vittima, quindi, si sarebbe «limitata» a dire, più volte, «No basta», ma non lo avrebbe urlato né avrebbe reagito con violenza. Nella sentenza si legge anche che lei non avrebbe riferito di «sensazioni o condotte molto spesso riscontrabili in racconti di abuso sessuale, sensazioni di sporco, test di gravidanza, dolori in qualche parte del corpo» e avrebbe riferito «solo» del «disgusto» provato. «Non grida, non urla, non piange», scrive la Corte, «e pare abbia continuato il turno dopo gli abusi». Lui è stato assolto, lei deve rispondere di calunnia.

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