13 Luglio Lug 2018 1900 13 luglio 2018

Tra divieti, obblighi e sogni: viaggio di una donna sola in Iran

«L’hijab é l’ultimo dei nostri problemi», ci ha detto qualcuna di loro. Perché hanno desideri molto più pratici e fondamentali - come la libertà di viaggiare, lavorare o convivere. Il reportage.

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Viaggio Iran Donna Reportage 4

Quando comunico ad amici e familiari che mi recherò in Iran in solitaria, tutti sono increduli e temono la mia incolumità. Mi chiedono perché, domanda a cui risponderò molto spesso anche quando raggiungo il Paese: «Perché sei venuta qui? Ti piace?».
Tutti mi chiedono perché, ed in parte é questo il motivo principale: cosa sappiamo esattamente dell’Iran, in fondo? Sfatare l’immaginario collettivo, percepire la vita in un Paese da cui le notizie ci arrivano solo parzialmente, e capire esattamente cosa vuol dire essere una donna, é la mia risposta e il mio obiettivo di viaggio.

ANCHE BALLARE È RISCHIOSO

È dal 1979, quando con la conseguente rivoluzione, la monarchia si trasformò in Repubblica islamica sciita, che molte regole basate sulla legge coranica sono state stabilite, e pongono limiti alle libertà personali, soprattutto nei confronti delle donne.
Dal 1981 é stato vietato loro di entrare in uno stadio e assistere ad eventi sportivi. A inizio luglio, durante i Mondiali, nello stadio Azari di Teheran, è stato finalmente consentito di guardare l’incontro contro Spagna. Ma se da una parte sembra esserci un’apertura, allo stesso tempo il più recente caso di Maedeh Hojabri, 18enne arrestata per aver postato un video di se stessa in cui balla, sembra ristabilire l’ordine in cui l’ex Persia si trova: il sistema morale dettato dal Corano, che priva le donne di molte libertà e diritti. E un altro caso recente, di un uomo frustato 80 volte per aver bevuto dell’alcol ad un matrimonio, ci mostra come le regole vengono applicate severamente e circoscrivano le libertà di tutti i cittadini.

SOLO IN CASA SI È SÉ STESSE

Qualsiasi guida turistica sconsiglia in maniera più assoluta di infrangere ogni tipo di legge, come entrare in possesso di sostanze illegali (tra cui l’alcol) e di togliersi il velo in pubblico, per evitare l’arresto ed il conseguente imprigionamento.
Ed al contempo, e soprattutto: di intrattenersi con gente del posto (soprattutto se di sesso opposto). La classe politica è diffidente nei confronti degli stranieri e controlla da vicino la propria popolazione - temendo che l’interazione tra i due gruppi possa portare ad atteggiamenti sovversivi da parte di questi ultimi e che al contempo essi possano mostrare e raccontare le debolezze del proprio Paese.
Infatti, per quanto la classe dirigente voglia far credere che il Paese sia governato secondo le regole del Corano, gli iraniani vivono due vite parallele, i giovani in primis. La vita si divide a metà: nei luoghi pubblici, dove bisogna mostrare il rispettano delle regole imposte (per esempio, indossare l’hijab, sedersi in vagoni della metro per sole donne, ecc.); e nei luoghi privati, lontani dagli occhi estranei e del governo. La propria casa è l’unico luogo in cui poter essere sempre se stessi, mentre al di fuori di essa si porta una testa velata ed una maschera sul viso, segno di una vita a cui non si crede. Tuttavia, le maschere vengono messe più per i controlli dall’alto, che per paura dei propri pari, dal momento che tutti sono consapevoli di come si viva una volta messo piede in casa, e tutti ricordano com’era la vita 30 anni fa, priva di restrizioni di stampo religioso.

«Portare l’hijab é solo uno dei tanti piccoli obblighi a cui le donne iraniane devono adempiere. Che sommati uno all’altro diventano una lunghissima lista di divieti».

«VUOI DEL VINO?»

Infatti la prima cosa che tutti mi dicono appena entro nelle loro case é: «Ti puoi togliere l’hijab», oppure «vuoi del vino?», che viene autoprodotto e smerciato illegalmente. La società é molto distante dall’immaginario collettivo che noi possiamo avere: aperta, cordiale, curiosa e soprattutto proiettata verso l’Occidente. Durante l'era dello Shah, infatti, lo stile di vita era molto simili al nostro: senza velo, guardando produzioni hollywoodiane e ascoltando musica proveniente da tutto il mondo. Cosa che adesso é un ricordo lontano.
Portare l’hijab é solo uno dei tanti piccoli obblighi a cui le donne Iraniane devono adempiere, ma sommati uno all’altro diventano una lunghissima lista di divieti che circoscrivono libertà personali e possibilità di essere se stesse. È normale dunque per loro di sognare ed avere desideri che a noi possono sembrare molto banali, ma che sulla loro pelle fanno una gran differenza. Nel mio viaggio solitario, era divenuto per me una necessità fondamentale sapere quali sono i sogni e desideri delle ragazze che ho incontrato sul mio tragitto.

VIAGGIARE NON HA PREZZO, MA GENERE

Sulle scalinate che mi portano al piano superiore del ristorante Moslem, conosciuto per avere il migliore riso Tah-Chi di Teheran, una signora mi guarda e parla con la mia guida del giorno, Neda. Siamo nel Gran Bazar di Teheran, e io mi confondo facilmente con la maggior parte delle persone, per i miei tratti mediterranei e l’hijab in testa. Ma parlo una lingua incomprensibile per chi mi circonda - devo quindi essere una turista e la signora mi guarda con curiosità. Chiede a Neda da dove vengo. In Farsi, le risponde che sono Italiana e sto viaggiando da sola, Teheran è la mia prima tappa.
La donna si stupisce, ma con un accenno di felicità. È contenta di sapere che nel suo Paese una giovane ragazza possa viaggiare senza difficoltà, e che voglia venire a visitarlo, sebbene l’opinione pubblica internazionale additi l’Iran come pericoloso. Mi guarda con orgoglio e un pizzico di affetto materno. E fin dal mio primo giorno in questa terra, mi trovo a constatare il privilegio di godere di una gran parte di diritti, per me fondamentali, banali quasi, che a molte donne vengono negati.

QUANTI DIVIETI PER LE DONNE

Se c’è una cosa che Neda vorrebbe fare è quello che sto facendo io: visitare altri posti, e non potendo, cerca di familiarizzare con i turisti che si recano nella sua città. Il Tah-chi - il piatto tradizionale iraniano , ovvero un’enorme montagna di riso allo zafferano, pollo e uvetta - si staglia tra me e lei, mentre continuiamo le nostre chiacchiere. Alle donne è vietato lasciare il Paese senza prima aver consultato e ricevuto il permesso dai loro mariti; e, se single, si ha bisogno del permesso da parte del padre. Più che per viaggiare in se, il permesso è richiesto per ottenere il passaporto, un proprio documento di identità, che per l’interpretazione della legge islamica da parte del governo, è dunque dettata da qualcun’altro. A questo si aggiunge la generale regola per cui in circa 95% dei Paesi del mondo, sia necessario munirsi di un visto se cittadini Iraniani, il che diminuisce le possibilità di poter viaggiare a causa degli alti costi e tempistiche per le procedure.
Al contempo, vi è un mercato nero per passaporti falsi al quale la classe media spesso ricorre per lo più per emigrare segretamente, é dunque. Con la sua famiglia, Neda spesso viaggia nel Nord della provincia, ma non ha mai lasciato il Paese. Sebbene sia una nazione vasta con diversi climi, paesaggi e attrazioni, la voglia di vedere quello che si trova ai suoi confini ed oltre rimane il desiderio di Neda, che parla inglese benissimo, ma che vuole migliorarlo per potere poi riuscire a comunicare quando un giorno potrà lasciare l'Iran.

NIENTE CONVIVENZA, E I CANI SONO IMPURI

La notte a Teheran la spendo nell’appartamento di Sabra. Il suo ragazzo mi aspetta fuori dall’appartamento e quando mi avvicino mette un dito davanti alla sua bocca e mi fa cenno di seguirlo. Le scale ci portano giù, in uno scantinato e li li vedo. Sono i cani di Sabra.
Secondo la legge Islamica, i cani sono visti come animali impuri e la legislazione islamica mette in guardia i musulmani dall’avere contatti con cani. In Iran, sebbene la legge non vieti di possedere un cane per se, ne vieta la possibilità di portarli in luoghi pubblici. «Se la polizia ti vede in strada con i tuoi cani può fermarti e sequestrarli, e tu sei costretto ad andare in Commissariato, pagare una cauzione e riprenderli. Ma questo può succedere tutte le volte che sei in strada, è un circolo infinito. Non ha assolutamente senso».
Sabra vorrebbe poter aver la libertà di uscire dal suo appartamento e portare i suoi cani a spasso senza la preoccupazione di dover essere fermata ogni qual volta che passeggia. Ma al contempo vorrebbe avere la possibilità di rimanere nel suo appartamento con il suo ragazzo. La legge infatti vieta la coabitazione con il proprio partner prima del matrimonio. L’appartamento in cui vive é dei suoi genitori che le hanno permesso di condividerlo con lui, ma ciò non sarebbe stato possibile se avessero dovuto cercare di affittare. Dovendo vivere nei limiti imposti dal governo islamico, limiti troppo stretti per le sue aspirazioni, Sabra guarda lontano: dal suo vecchio computer Macintosh sta mandando richieste di dottorato in Australia, dove spera di poter trasferirsi.

DUE VITE PARALLELE, ENTRAMBE SENZA STIPENDIO

Shaina si descrive atea, ma mi spiega che non potrebbe mai parlarne apertamente. Qui si può essere condannati a morte per non avere una fede, anche se spesso è il carcere la pena definitiva.
Non é quindi una domanda che ci si fa spesso tra di loro, ma che a me viene fatta sporadicamente, forse più per essere sicuri di non essere controllati e spiati - sono pur sempre un estranea - e Shaina deve assicurarsi che la sua vita vera, quella parallela a quella che deve presentare ogni qual volta che esce di casa, è salvaguardata.
Si è laureata all’università di Teheran con una magistrale in pittura. Mi mostra i suoi bellissimi dipinti in acquerello che seguono dettagliatamente le regole e stile dell’arte iranica. Finiture che rappresentano la fauna e la flora del Paese. Lei lavora come freelance, in un Paese con una vasta crisi economica. «Spesso finisci a fare lavori che però poi non ti vengono pagati», mi dice. «Non solo io, ma molte persone, a lavoro terminato, si sentono dire che non ci sono soldi, quindi praticamente finisci per lavorare gratuitamente. Questa incertezza é così persistente che ogni volta che qualcuno di propone di fare un lavoro, non so mai se effettivamente verrò pagata».

NASI NUOVI, SELFIE E INSOFFERENZE FEMMINISTE

Sebbene sia già passato qualche giorno io non riesco ancora a destreggiarmi con il mio hijab e chiedo a Shirin come riescano a portalo su tutto il tempo. «L’hijab è l’ultimo dei miei problemi», mi dice. Lei la incontro a Shiraz, dove mi ospita, nell’appartamento pagato dai suoi genitori. Camminiamo nel Parco Azadi dove qualche ragazzo inizia a sentirci parlare in Inglese e ci fa il verso. Lei gli risponde a tono: é stanca. Tra tutte le ragazze che incontro è lei che mostra una totale insofferenza verso il sistema patriarcale. Vorrebbe camminare senza dover essere sempre additata, chiamata, avvicinata e vorrebbe trovare un lavoro part-time. Ma non ci riesce, è piú complicato per le ragazze, perché molti lavori non possono essere svolti da loro. E tutto il suo pessimismo verso la condizione femminile in Iran si riversa su di me, estranea, a cui peró sente di poter liberamente parlare di tutto questo. Dopo il parco l’accompagno alla sua lezione di yoga. Al di fuori della sala dello studio, un signore sonnecchia, sebbene dovrebbe vigilare in modo che nessun uomo entri, mentre le ragazze meditano e seguono l’insegnante nelle svariate pose. Fuori, impilate sugli scaffali ci sono tutte scarpe da donne.

«Avendo restrizioni relative all’abbigliamento, le ragazze sognano nasi perfetti, e quasi tutte spendono mille dollari per ottenerne uno tramite la chirurgia».

NASI NUOVI, SELFIE E INSOFFERENZE FEMMINISTE

Sebbene sia già passato qualche giorno io non riesco ancora a destreggiarmi con il mio hijab e chiedo a Shirin come riescano a portalo su tutto il tempo. «L’hijab è l’ultimo dei miei problemi», mi dice. Lei la incontro a Shiraz, dove mi ospita, nell’appartamento pagato dai suoi genitori. Camminiamo nel Parco Azadi dove qualche ragazzo inizia a sentirci parlare in Inglese e ci fa il verso. Lei gli risponde a tono: é stanca. Tra tutte le ragazze che incontro è lei che mostra una totale insofferenza verso il sistema patriarcale. Vorrebbe camminare senza dover essere sempre additata, chiamata, avvicinata e vorrebbe trovare un lavoro part-time. Ma non ci riesce, è piú complicato per le ragazze, perché molti lavori non possono essere svolti da loro. E tutto il suo pessimismo verso la condizione femminile in Iran si riversa su di me, estranea, a cui peró sente di poter liberamente parlare di tutto questo. Dopo il parco l’accompagno alla sua lezione di yoga. Al di fuori della sala dello studio, un signore sonnecchia, sebbene dovrebbe vigilare in modo che nessun uomo entri, mentre le ragazze meditano e seguono l’insegnante nelle svariate pose. Fuori, impilate sugli scaffali ci sono tutte scarpe da donne. Mi dirigo verso il parco Eram, dichiarato patrimonio mondiale dell'UNESCO nel 2011 come il simbolo dei giardini persiani. Tutte le ragazze che si susseguono davanti ai miei occhi hanno un selfie-stick in mano e nasi perfetti, pronte ad usare entrambi per le foto che andranno a scattare e postare su Instagram. Qui il tasso di chirurgia plastica nasale è uno dei piú alti al mondo. Avendo restrizioni relative all’abbigliamento che le copre quasi completamente, e potendo loro mostrare solamente il volto, le ragazze Iraniane sognano nasi perfetti, e quasi tutte spendono circa mille dollari e piú per ottenerne uno tramite la chirurgia plastica.

MUSICA SOLO PER LE MIE ORECCHIE

L’unica ragazza che mi parla di Dio e del Corano la incontro sul pullman che si dirige da Esfahan a Yadz. Si chiama Maral, che nella lingua farsi significa «cerbiatto». Ci sediamo vicine, anche perché donne e uomini che non si conoscono non possono sedersi gli uni di fianco agli altri. Lei ha appena finito di dare il suo ultimo esame all’universitá e sta tornando dalla sua famiglia per festeggiare insieme una festivitá musulmana. Mi vuole far ascoltare della musica attraverso le sue cuffiette e le chiedo chi sia il suo artista preferito. Lei mi dice: Rihanna e io mi stupisco pensando a quanto lontani siano i due mondi. Io allora tiro fuori il mio cellulare e le faccio vedere un video di 20 secondi che ho registrato all’ultimo concerto di Beyoncé. Lei è estasiata. Le piacerebbe tantissimo vedere i loro concerti live, ma a molti artisti internazionali, e anche nazionali, è negata la possibilitá di esibirsi, perché non consoni secondo i canoni imposti dalla casta religiosa.
In parte mi vergogno dei miei privilegi, ma poi mi ricordo che non lo sono. Sono essenzialmente diritti legati alla libertá individuale. Quasi tutte le societá, si sono sviluppate partendo da un modello patriarcali e anche noi donne italiane abbiamo dovuto raggiungere e rivendicare diritti e libertá fondamentali, e ancora lottiamo. Se il destino della donna è un destino comune a livello globale, allora guardo Maral con degli occhi diversi. Quelli di qualcuno che sa che presto o tardi anche lei e tutte le ragazze che ho incontrato potranno sentire il vento tra i capelli.

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