12 Luglio Lug 2018 1919 12 luglio 2018

Perché introdurre la «flagranza di reato differita» per fermare i violenti

È la possibilità di arrestare entro 48 ore dai fatti l’autore di una aggressione. Ed eviterebbe molti di casi di violenza annunciati.

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Violenza sulle donne e carenze legislative: lo spunto per parlarne di nuovo, questa volta lo hanno offerto alcuni recenti e terribili casi di cronaca, anche se in realtà del tema specifico si dibatte da tempo. Parliamo della necessità, secondo molti, sottoscritta inclusa, di far sì che la legge si doti dello strumento della «flagranza di reato differita».

Partiamo dalle vicende che sono entrate all’onore delle cronache in questi giorni. Sulla 27esima ora del Corriere della Sera, una ragazza di nome Francesca ha raccontato di essere stata pesantemente molestata da un uomo a Roma, arrestato poi in flagranza di reato e accusato di una serie di reati a sfondo sessuale. Nonostante la terribile situazione, la pronta reazione della ragazza, che ha trovato subito il coraggio di denunciare, ha scongiurato il peggio.

Il 12 luglio una testata online ha invece raccontato un’altra terribile violenza, a danno questa volta di una donna e di sua figlia a Centobuchi in provincia di Ascoli. Un uomo di 42 anni ha aggredito violentemente la moglie e una delle figlie minorenni della donna. Entrambe a causa delle ferite sono ricorse al Pronto Soccorso dove è stata certificata la violenza subita con una prognosi di 21 e 10 giorni. Anche in questo caso, non essendo stato colto in flagranza, l’aggressore è stato soltanto denunciato per lesioni ma è restato a piede libero.

Quest'ultimo caso non è altro che l’ennesima prova di una mancanza denunciata da tempo dai centri antiviolenza, dalle associazioni femministe e dalle parlamentari attente alla questione. Ma non solo. A dire che vi sia la necessità di proporre la cosiddetta «flagranza differita» sono anche molti pubblici ministeri e le Forze dell’Ordine che spesso lamentano l’impossibilità di bloccare i violenti.

E non confortano affatto i dati secondo cui un quarto delle denunce per violenza venga archiviato, che le assoluzioni siano sempre moltissime e che, sempre secondo la legge, un comportamento molesto può essere cancellato legalmente con un multa da 250 euro.

Questa situazione trova radici, come al solito, in un enorme problema culturale. Questo tipo di reati sono per la legge italiana qualcosa che sembra appartenere ad una eccezionalità o comunque solo a una sfera del privato. Una lettura completamente sbagliata e anacronistica, a mio parere, vista la quantità di donne che ammettono di aver subito molestie e abusi almeno una volta nella vita.

Il tema della violenza maschile sulle donne, dopo la prima preziosa indagine Istat del 2006, non è più una «invenzione» delle femministe allarmiste, come spesso siamo state chiamate. I dati parlano chiaro e i numeri sono spaventosi: circa 7 milioni di donne tra i 14 e i 70 anni in Italia dichiarano di aver subito una qualche forma di violenza.

Eppure, nella percezione generale e nella agenda politica (tra gli interventi di ieri sul tema abbiamo notato solo quello di Mara Carfagna) il tutto resta un problema di «serie B». E questo nonostante il numeri dei femminicidi non accenni a diminuire (sono 44 dall’inizio del 2018) e nonostante le cronache riportino continuamente di casi di violenza di genere. La violenza sulle donne non rientra ancora nel grande tema della sicurezza e dell’ordine pubblico.

Non ho conosciuto una sola donna in vita mia che, superata la meravigliosa età dell’incoscienza, non sappia di doversi guardare le spalle in luoghi deserti, nei grandi eventi o semplicemente su un treno dove si rimane da sole. Tutte noi sappiamo cosa è la paura, la sensazione di poter diventare in un secondo preda. Una condizione di limitazione della libertà che le donne subiscono da sempre e a qualunque latitudine. Perché oltre a questa palese ingiustizia dobbiamo anche subire l’affronto di non poter fermare un aggressore, quando vi siano indizi conclamati del reato commesso?

La flagranza differita, cioè la possibilità di arrestare entro 48 ore dai fatti l’autore di una aggressione, potrebbe essere dopotutto semplicemente una questione di mero buon senso, se consideriamo che le indagini, anche in casi dove vi siano indizi di tutta evidenza, hanno dei tempi tutt’altro che immediati.

Se è vero che di introdurre questo strumento si era peraltro già parlato nella Commissione d’inchiesta sui femminicidi insediata al Senato nella scorsa legislatura, forse è arrivato il momento di fare qualcosa di concreto. Magari prima della prossima aggressione «che si poteva evitare».

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