12 Luglio Lug 2018 1453 12 luglio 2018

Sull'assegno di divorzio pesa il lavoro per la famiglia

La Cassazione modifica la sentenza Grilli che aveva archiviato il criterio del "tenore di vita". La sociologa Chiara Saraceno spiega perché è una vittoria. 

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Divorzio Saraceno Cassazione

Una rivoluzione. La Cassazione l'11 luglio ha ribaltato quanto stabilito nel 2017 con la sentenza sull'ex ministro Vittorio Grilli che aveva archiviato il parametro del tenore di vita in vigore per quasi 30 anni nello stabilire l'entità dell'assegno di mantenimento all'ex coniuge. Ora le Sezioni Unite, cioè l'organismo di vertice che ha il compito di risolvere contrasti e decidere su questioni di particolare importanza, confermano che non può esservi nessun automatismo legato al mantenimento di uno 'status', ma precisano anche che nel decidere l'assegno di divorzio non ci si può limitare a verificare se l'ex è capace o meno di mantenersi. Spesso, infatti, quel che il marito ha costruito, lo ha fatto anche grazie all'aiuto della propria moglie e alla rinunce che questa ha compiuto.

In altre parole, un matrimonio non può garantire nessuna «rendita di posizione», ma un progetto di vita insieme non può chiudersi con un "arrivederci e grazie" in ragione di una concezione più moderna dell'unione di persone singole ed economicamente indipendenti. Per questo nello stabilire l'assegno di divorzio «si deve adottare un criterio composito» che tenga conto «delle rispettive condizioni economico-patrimoniali» e «dia particolare rilievo al contributo fornito dall'ex coniuge» alla vita familiare, al «patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all'età».

SANCITO IL DOVERE DI SOLIDARIETÀ

All'assegno di divorzio - è spiegato nella sentenza 18287 relativa al divorzio di due imprenditori emiliani - «deve attribuirsi una funzione insieme assistenziale, compensativa e perequativa»: questo comporta che esiste da un lato il dovere di solidarietà, dall'altro un diritto a veder sanata un posizione di svantaggio. Il giudice dovrà quindi verificare «se l'eventuale rilevante disparità della situazione economico-patrimoniale degli ex coniugi» sia collegata alle scelte sulla vita familiare «adottate e condivise», «con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti». Inoltre, non può trascurarsi «la perdurante situazione di oggettivo squilibrio di genere nell'accesso al lavoro, tanto più se aggravate dall'età».

La sentenza inciderà su alcuni procedimenti in corso per i quali era stato adottato il metro di giudizio della sentenza Grilli. E offrirà forse un argomento in più alla difesa di Veronica Lario nel divorzio dall'ex premier Silvio Berlusconi, alla quale la Corte d'Appello di Milano nel novembre scorso ha tolto il diritto all'assegno mensile di oltre 1 milione di euro.

Chiara Saraceno.

SARACENO: «RICONOSCIUTO IL CONTRIBUTO DEI CONIUGI»

«Mi sembra una sentenza equilibrata, finalmente», commenta soddisfatta la sociologa della Famiglia Chiara Saraceno. «Bisogna tener conto di cosa è successo nel matrimonio e quanto ciascuno ha dato, non solo in termini materiali, a differenza di quanto stabiliva la sentenza Grilli».

Saraceno, da sempre contraria all'abolizione del parametro del tenore di vita come aveva spiegato Letteradonna, non ha dubbi. «Spesso capita», aggiunge, «che nel matrimonio c'è qualcuno che guadagna e qualcuno che ci perde. E non è questione di una parte più debole e una più forte: non c'è solo il guadagno economico ma anche la produzione di benessere tramite lavoro gratuito». Questa sentenza, mette in chiaro la sociologa, «non è asimmetrica, riconosce che il matrimonio è anche un'impresa comune e come tale deve essere vista anche quando cessa».

NELL'ORGANIZZAZIONE FAMILIARE C'È ANCORA DISUGUAGLIANZA

Per Saraceno il pronunciamento degli Ermellini, «tutela, per esempio, la donna che ha rinunciato alla propria carriera per dedicarsi alla famiglia. Non c'è solo una questione di sopravvivenza e di assegno di mantenimento, qui viene riconosciuto il ruolo e il contributo dato dai coniugi». Molte donne, infatti, sacrificano la propria professione per prendersi cura della famiglia, dei figli, e spesso fanno un passo indietro per permettere al marito di fare carriera. «La capacità di guadagno del coniuge», aveva messo in chiaro Saraceno, «non dipende solo da lui ma anche dalla moglie che, di fatto, lo libera da una serie di mansioni come possono essere i servizi, la cura della casa e soprattutto la cura dei figli».

Insomma, con questa sentenza la Cassazione rigetterebbe la filosofia del "chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato ha dato". «Bisogna tenere conto del contributo che la coniuge in questione ha messo sul piatto durante il matrimonio, e poi si valuta se a sua volta è in grado di mantenersi o meno», conclude la sociologa. «Non dimentichiamo che viviamo in una società dove nell'organizzazione familiare c'è una forte disuguaglianza nei confronti delle donne».

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