Otto Marzo

Festa della Donna

9 Marzo Mar 2018 1223 09 marzo 2018

Dentro al corteo dell’8 marzo a Milano con Non una di meno

Uomini, donne e bambini insieme. Abbiamo ascoltato, gridato, ballato insieme per dire basta al maschilismo, alle molestie e allo sfruttamento.

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Corteo Milano Non Una Di Meno

Milano. L'8 marzo alle 17.50 scendo dalla metro verde in Stazione Centrale. Direzione: corteo femminista di Non Una Di Meno. Salgo con le scale mobili ed esco in Piazza Duca D'Aosta, il punto di partenza. Non vedo nessuno, sarò in anticipo, mi dico. Mi fermo davanti a una camionetta della polizia e chiedo a quattro uomini in divisa (pensando non fossero i più adatti): «Sapete dov'è la manifestazione?». «Ci avevano detto che sarebbero partiti dal Pirellone», rispondono. Così mi sposto. Da lontano intravedo una folla ferma, colorata dai cappotti di uomini e donne, decine di striscioni e qualche parrucca rosa. Sento un sorriso che si fa spazio sulla mia bocca. Accelero il passo e mi immergo tra di loro, osservando, guardando i loro visi, immaginando chi sono, perché sono qui, perché sono così tanti.

Ci sono le attiviste che reggono cartelli con slogan come «Non più vittima ma ribelle», «Scegliere sul nostro corpo è scegliere sulle nostre vite», «La prostituzione non è il mestiere ma l'oppressione più antica del mondo». Ce ne sono altre con un megafono in mano che raccontano storie di donne uccise e dimenticate, e che intonano frasi in rima da urlare tutti insieme. Ci sono bambini con il ciuccio sulle spalle dei genitori, bambine che vanno ancora all'asilo con il cartello «Girl Power». Chiedo alla mamma di una di loro se posso farle una foto - credo sia straniera - lei annuisce. Penso che quella piccolina non saprà il significato della scritta che tiene tra le mani, ma che sua madre sta facendo un buon lavoro.

Prima di partire con il corteo si resta fermi quasi un'ora. E si respira un'atmosfera bella: c'è la durezza delle storie calpestate, il grido di chi le racconta è molto crudo. Mi entra dentro e mi fa sospirare, come quando si parla di Antonietta Gargiulo, la donna di Latina che proprio l'8 marzo, ancora ricoverata in terapia intensiva, ha scoperto che le sue due figlie sono morte. Ci sono parole dolorose, silenzio e anche tanta musica: quando parte una canzone di Lady Gaga tutti iniziano a ballare. Poi ci sono le birre, le ragazze giovani che ridono sedute per terra e si raccontano chissà cosa. Può sembrare un contrasto troppo forte, ma non lo era: si respiravano partecipazione, solidarietà, unione.
C'era grande consapevolezza, senza drammi. Eravamo lì per renderci visibili, per dire «Ehi, ci vedete? Ci siamo, valiamo. Rispettateci». Abbiamo scelto di farlo (anche) sorridendo.

Mi avvicino a tre ragazze. Scopro che hanno solo 19 e 16 anni. Stupita, guardo il viso di Margherita, la più piccola, timidissima e completamente struccata, con le sembianze di una bambina. Ma dalla sua bocca escono parole convinte. «Posso chiederti perché sei qua?». Sorride imbarazzata e dice: «Beh, perché sono questioni importanti queste». Mi racconta che frequenta il Carducci, e che ha scelto di partecipare al corteo per un motivo semplice: «Mi ritengo femminista». A 16 anni, penso, io che sono nata nel 1989, non sapevo nemmeno il significato preciso. Le chiedo cosa pensa di chi dice che femminismo sia una brutta parola, mi spiega che vale per tanti suoi compagni di scuola, soprattutto ragazze, paradossalmente: «Lo ritengono estremista. Non è così: il femminismo è semplicemente la parità».

Mi rivolgo alla sua amica Marta, 19 anni, spigliata e un po' buffa. Ha gli occhiali da vista e i capelli riccissimi. «Tu che sei maggiorenne avrai votato alle elezioni. Cosa pensi del risultato?». «Lasciamo perdere! Sono stata una settimana in casa a piangere», dice ridendo. La sento bella agguerrita e le chiedo tra dieci anni con chi si candiderebbe: «Di sicuro con Liberi E Uguali. La donna che ha fatto di più per i nostri diritti è Laura Boldrini, che in quanto donna subisce un linciaggio mediatico atroce». Anche la Meloni viene spesso attaccata, sottolinea, «non sopporto le sue idee, ma quello che non va bene è prendersela con un candidato esclusivamente per il suo sesso». E di Berlusconi che mi dici?, le chiedo ridendo: «Uno schifo. Per fortuna non lo hanno votato in così tanti». I vostri genitori che dicono che siete qui, sono contenti? «Mia mamma c'è, è qua in giro», dice Marta.

Poco dopo un signore mi lascia un volantino dal titolo Litanie per lotto marzo. Inizia così: «Siamo marea luminosa/ che nessuno ancora osa/ siamo marea e bufera/ siamo la gioia vera». Chiedo a quest'uomo se posso rubargli un minuto. Si chiama Giorgio e ha 55 anni. «Che ci fai qui? Bello vedere uomini», gli dico. «Partecipo: sono solidale. Il femminicidio è un'emergenza pazzesca». Femminismo è una parola che conosce bene e che rispetta: «Quando andavo al liceo esisteva ancora il collettivo delle donne, nel '75-'76. Erano incazzatissime, sai. Io vengo da questa formazione». «Il femminismo è tornato negli ultimi anni, no? Da Trump in poi abbiamo ricominciato a scendere in strada», sottolineo. Lui mi dice: «Forse è più visibile. Ma per me non è mai sparito».

Mi sposto. La musica a tratti è travolgente. Poi si spegne a lascia spazio agli slogan gridati. In un momento di quiete mi avvicino a un gruppo di donne, amiche, sulla cinquantina.
Parlo con una di loro, si chiama Monica e ha 59 anni, di Monza, dove nel 2017 aveva cercato di organizzare un corteo simile senza successo. Non a caso si occupa di politiche anti violenza. «Sono qui perché sono femminista», mi risponde secca. Mi dice che finalmente si sente rapprensentata da Non Una Di Meno. Prima, invece? «C'era Se Non Ora Quando, ma non erano vere femministe». Perché? «Non mettevano in discussione i meccanismi del neocapitalismo, c'è un grande differenza». Si, perché NUDM parla di femminicidio e stupri, ma anche di precariato, violenza economica (il tema di quest'anno), prostituzione, razzismo. «Non tutti i ribelli possono essere uguali», continua Monica, «ma questo finalmente è un movimento posizionato, e io ci credo».

Intorno alle 19.15 il corteo disordinato parte. C'è chi balla dietro al camionicino di Non Una Di Meno, chi tiene cartelli colorati, chi ha qualche mimosa che spunta dallo zaino. Ci sono musicisti che suonano la tromba e marciano con noi. Si sorride, ci si lascia andare, ci si stupisce guardandoci uno con l'altro, una con l'altra. Siamo qui per gli stessi motivi. Lo stupore divertito si legge anche nei visi dei passanti che stavano tornando a casa dal lavoro o andando al supermercato.
Durante il percorso ci si ferma a protestare davanti a tre luoghi simbolici: il negozio di Pandora in Corso Buenos Aires, che a dicembre 2017 aveva promosso una campagna natalizia gravemente stereotipata («e voi, lo volete un ferro da stiro per regalo?»). Poi davanti alla sede del quotidiano Libero, per schierarci insieme contro le sue prime pagine tremendamente sessiste («siete nel nostro mirino»), infine davanti all'agenzia ManPower, contro lo sfruttamento del lavoro che non vogliamo più accettare.
Mentre camminavamo in massa per le vie di Milano, era il carro di Non Una Di Meno davanti a noi a darci le dritte. Se c'era musica a palla si ballava, se c'erano testimonianze, diverse una dall'altra - dalle molestie sessuali al razzismo e alla disabilità - tutte crude e senza sconti, si ascoltava, ci si emozionava, si applaudiva. Come quella di Martina, da ascoltare in questo video, tagliente come una lama.

«Me ne sono andata di casa perché vittima di violenza da parte di mio padre. Ma sono al primo anno di università e non...

Geplaatst door LetteraDonna op vrijdag 9 maart 2018

Me ne sono andata di casa perché vittima di violenza da parte di mio padre. Ma sono al primo anno di università e non mi posso permettere di tagliare completamente i ponti con la mia famiglia. Perché ho bisogno che mi paghino l'università, i libri e i mezzi pubblici. Una parte della mia vita e del miuo futuro dipende ancora dai miei genitori. Faccio un lavoro in cui vengo iper sfruttata e che la legge italiana non tutela da nessun punto di vista, di cui ai miei genitori non posso parlare. Sono una sex worker, l'ho scelto. E nonostante questo più della metà del mio guadagno va al sito per cui lavoro. Sono mesi che sopravvivo economicamente dopo una vita passata a sopravvivere fisicamente e mentalmente. Ho scelto di non subire più violenza fisica e psicologica, ma il nostro Stato non sostiene questa scelta se non denunci, e io non posso farlo. Me ne sono andata di casa, ma che scelta è quella tra impazzire per la violenza fisica e psicologica e l'esaurirsi perché non si hanno mai soldi per essere tranquille? Ho finito la mia prima sessione di esami e l'ansia non mi è scesa neanche un po', avevo completamente finito i soldi. Riesco a vivere perché le mie compagne e i miei compagni nei momenti in cui sto affogando riescono a darmi supporto materiale e mi fanno rimanere a galla. Ma vivo perennemente sull'orlo del baratro. E a volte mi chiedo se ce la posso fare davvero a reggere una vita così. Ho 21 anni e non li sento perché sono sempre stata maltrattata. Non li sento perché non posso permettermi di andare a bere una birra fuori se qualcuno non me la offre. E non li sento perché sono sempre così stanca che non ho neanche le forze per uscire. La violenza di genere la vedi anche sulla faccia di chi la subisce, e la mia faccia è una faccia stanca, che non sa se ce la fa. Se reggo è perché lotto, perché mi rifiuto di accettare tutto questo. Se reggo è perché so che quest'oppressione non è solo la mia, e perché siamo qui tutte insieme a dire che non ne possiamo più.

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