7 Marzo Mar 2018 1345 07 marzo 2018

Cristiana Capotondi a DiMartedì: «Molestie sessuali? Legate al potere»

Su La7, l'attrice presenta il film Nome di donna, dice la sua sulla politica italiana e affronta gli scandali che hanno sconvolto il cinema.

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Le molestie sessuali nel mondo del cinema e, più in generale, nel mondo dello spettacolo sono state affrontate tantissime volte dagli addetti ai lavori fuori dal set, sia in Italia, sia all'estero. E proprio nel nostro Paese, l'8 marzo 2018, nel giorno della Festa della donna, è in programma l'uscita di Nome di donna, un film che tratta proprio questa tematica, in cui Cristiana Capotondi è la protagonista. Nella pellicola diretta da Marco Tullio Giordana, l'attrice interpreta Nina, una ragazza che si trasferisce al Nord per lavorare in una prestigiosa clinica per anziani, dove lavorano molte altre donne. Ma c'è un problema: il direttore nasconde «delle abitudini un po' moleste», racconta la Capotondi, ospite a DiMartedì, il talk show condotto da Giovanni Floris su La7. Il film è stato solo il primo passo dell'intervista che si è poi spostato sul tema più generale. «Secondo me è una questione legata al potere perché credo che il potere sia un potenziatore delle deviazioni: non si è totalmente in sé, non si è totalmente centrati e si può avere difficoltà a rimanere con i piedi per terra. È una questione che nel mio settore è stata portata avanti da tante donne».

PER UNA DISCUSSIONE CULTURALE

Il riferimento di Cristiana Capotondi va probabilmente a quella lettera, contestata da più parti, intitolata Dissenso comune. E infatti, su specifica domanda di Floris, così risponde: «Nel merito della lettera non siamo tutte d'accordo. [...] Sono d'accordo nel metodo, nel non andare a cercare un mostro ma cercare di spostare sul piano culturale la discussione». Meno spazio ai singoli casi, insomma, come Brizzi e Weinstein, e più dibattito: «La cosa che mi preme di più è che questa discussione non sia un colpo di coda di un certo tipo di femminismo, che acuisca invece di unire i rapporti tra uomo e donna». Capotondi non risparmia qualche critica all'attenzione riservata dai media ai casi che coinvolgono il cinema, e sempre in questo senso ci tiene a sottolinerare la specificità di Nome di donna: «Il nostro film sposta l'asse su delle categorie professionali e sul quotidiano di donne che non hanno la nostra visibilità e per le quali la denuncia è molto complessa». La storia del film di Giordana, infatti, è quella di una donna che «deve affrontare una battaglia in solitudine perché ci sono donne che, nonostante queste abitudini moleste del direttore, tutto sommato, si trovano a proprio agio. Rompe anche questa diffidenza nei confronti dell'ipotesi che cambi lo status quo: quindi, uno strumento, da molte donne considerato tale, come il corpo per ottenere qualche piccolo vantaggio, con questa denuncia, smette di essere utilizzato».

PROTESTA NO, VISIONE SÌ

Ma c'è spazio anche per qualche riflessione politica post-elettorale: «Sono una sostenitrice delle istituzioni e mi piacerebbe che dalle istituzioni arrivassero delle risposte per le emergenze percepite o reali che le persone in questi anni stanno vivendo». Capotondi è anche preoccupata per la profonda spaccatura che divide il Nord dal Sud, e che secondo lei andrebbe ricomposta per presentarsi in Europa come un Paese unito, unico modo per presentarsi come leader credibile del continente. E anche se non dice esplicitamente per chi ha votato lei, dalle sue parole si può comunque intuire: «Ho cercato di votare sulla base di valori che condivido rispetto alla parte politica che ho votato. Il voto di protesta secondo me non fa bene al Paese, perché il Paese ha bisogno di una visione».

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