27 Settembre Set 2019 1655 27 settembre 2019

La storia ultramillenaria dello sciopero del sesso

Nel corso dei secoli le donne hanno scelto più volte di non concedersi come forma di protesta. Ma rimane un dubbio: e se fosse un’arma a doppio taglio?

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Sciopero Sesso Storia

Dal 411 a. C., anno in cui andò in scena la prima rappresentazione della Lisistrata al 10 maggio 2019, quando Alyssa Milano ha lanciato l’hashtag #SexStrike, la storia è costellata da esempi di ‘sciopero del sesso’ indetti dalle donne per far valere la propria opinione e affermare la propria volontà in un mondo dominato dagli uomini. Nella commedia di Aristofane si trattava di far cessare una guerra del Peloponneso che stava logorando la società ateniese, oggi la protesta è contro la cosiddetta legge dell’heartbeat, che in Georgia vieta di interrompere la gravidanza non appena diventa udibile il battito del cuore del feto.

IL MONDO ALLA ROVESCIA

L’intenzione dell’antico commediografo non era celebrare il women power contro le discriminazioni di genere tipiche della società greca, ma piuttosto rappresentare un mondo ‘alla rovescia’ in cui il comando passa nelle mani di chi è abitualmente sottomesso. Lo psicologo e sessuologo Giorgio Quaranta spiega che «oggi l’astinenza imposta dalle donne ai loro compagni configura un’altra forma di capovolgimento, nella quale il sesso diventa concessione, premio e privilegio che spetta alle donne amministrare a proprio piacimento. Quello che resta immutata è la consapevolezza della potenza di questa forma di lotta, che trasforma il piacere in merce di scambio per far valere il proprio punto di vista».

DAL 'DOVERE' AL 'VOLERE'

Il boicottaggio del sesso si basa su un presupposto fondamentale: quello del diritto femminile a disporre di se stesse, del proprio corpo e dei propri desideri. Secondo l’esperto, «se in passato era normale pretendere dalle donne che soddisfacessero il desiderio maschile sottomettendosi passivamente alle richieste di mariti e compagni o, più drammaticamente, anche di perfetti estranei, oggi questo non accade più». Il #MeToo ha portato all’attenzione pubblica e fatto da cassa di risonanza a una consapevolezza che le donne hanno conquistato da tempo: quella di essere padrone di se stesse, libere di autodeterminarsi, di desiderare il sesso e di scegliere se, come, quando e con chi farlo (o non farlo).

DIRE 'NO' È UN SACRIFICIO

Per le donne contemporanee, praticare l’astinenza per contrapporsi all’androcentrismo è dichiaratamente un sacrificio. «Significa negare il piacere anche a se stesse, non solo all’altro», spiega Quaranta. Per questo, proprio come le protagoniste della commedia aristofanea, anche molte follower di Alyssa Milano hanno accolto il tweet dell’attrice con qualche riserva: «Le donne ci hanno messo secoli per conquistare il diritto di manifestare i propri desideri, vivere liberamente la propria sessualità e assumere un ruolo attivo nell’intimità di coppia. Per questo rinunciarvi, anche solo temporaneamente, è difficile ma al tempo stesso tanto più significativo», perché vuol dire rinunciare a delle prerogative faticosamente conquistate in nome di qualcosa di più urgente e importante.

ASTINENZA NON (SOLO) FEMMINISTA

Non sempre la privazione sessuale attuata dalle donne ha un fine autoreferenziale: sono molti gli esempi celebri di sciopero del sesso indetti dalle donne con lo scopo di ottenere dei vantaggi per tutta la comunità (uomini compresi). È emblematico il caso della Colombia, dove a più riprese (nel 1997, nel 2006 e poi nel 2011) le donne hanno aderito al ‘Movimento delle gambe incrociate’ per ottenere il cessate il fuoco tra guerriglieri, trafficanti di droga e paramilitari, per convincere le gang criminali a consegnare le armi, e per indurre il governo a riparare le strade. Anche in Liberia (nel 2003), in Kenya (nel 2009), nelle Filippine (2011) e nel Sudan del Sud (2014) le donne (in alcuni casi prostitute comprese) hanno scioperato per ottenere la fine delle rivalità politiche e delle guerriglie interne al loro Paese. In Togo, nel 2012, la coalizione all'opposizione del governo ha invitato le donne ad astenersi dal sesso per una settimana come forma di protesta contro il presidente, per motivare gli uomini a incentivare un cambiamento politico dopo 45 anni di dittatura mascherata. Infine vale la pena di citare il caso dell’Italia, dove nel 2008, durante la preparazione dei festeggiamenti per il Capodanno, centinaia di donne napoletane hanno giurato che avrebbero esiliato dal letto i loro compagni e mariti se le autorità non avessero preso serie misure per impedire che i fuochi d'artificio causassero danni alle persone.

CASTITÀ DI GRUPPO

C’è più di una ragione se lo sciopero del sesso è uno strumento di lotta prevalentemente (esclusivamente?) femminile. Quaranta spiega che «da quando si è cominciato a parlarne liberamente, si è appreso che il sesso piace alle donne almeno quanto agli uomini». Tuttavia, continua l’esperto, «la sessualità femminile è meno istintiva, più razionale perché mediata da fattori che coinvolgono l’aspetto psico-emotivo. Se questi vengono meno, anche la pulsione sessuale cala e il piacere fisico si riduce. Per questo le donne hanno un maggiore controllo sulla propria libido e riescono a lasciarla in stand by anche per lunghi periodi». Cosa che gli uomini difficilmente sono disposti a fare. Inoltre le donne sanno trarre forza dalla solidarietà: condividere le difficoltà e lottare per un obiettivo comune rinsalda la loro forza di volontà e alimenta la loro determinazione. Per questo gli scioperi del sesso hanno più successo quando portati avanti da un considerevole numero di donne.

UN'ARMA A DOPPIO TAGLIO

Secondo alcuni indire lo sciopero del sesso per combattere il maschilismo è più controproducente che utile: da un lato sembra reiterare la retorica sessista che vuole le donne passivo oggetto del desiderio maschile, disposte solo a ‘concedersi’, senza partecipare attivamente e consapevolmente all’intimità fisica della coppia; sul fronte opposto rischia di trasformare il sesso in merce di scambio o strumento di ricatto che le donne stesse possono utilizzare per negoziare i loro diritti, confermando la loro impossibilità di combattere la discriminazione ad armi pari con gli uomini. Invece che proclamare uno sciopero del sesso, le donne potrebbero rifiutarsi di svolgere tutti quei compiti quotidiani che dovrebbero essere condivisi ma che ancora troppo spesso ricadono solo sulle loro spalle. Sarebbe un modo efficace per dimostrare che l’egocentrismo maschile impedisce a mogli, compagne e fidanzate di sentirsi apprezzate, supportate e valorizzare, e che toglie loro energia fisica e mentale, dimostrando dunque che la discriminazione non è solo ingiusta, ma nemmeno sexy.

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