20 Agosto Ago 2019 1143 20 agosto 2019

Senso di colpa ed 'Effetto dobby': quando le donne finiscono nella trappola

Abbiamo la tendenza, spesso immotivata, a colpevolizzarci e a autopunirci in maniera eccessiva. La psicologa Elena Carbone ci spiega da dove deriva, e quando il meccanismo degenera e non è più «sano».

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Senso Di Colpa Nelle Donne Effetto Dobby

È stato ribattezzato «Effetto Dobby», dal nome di un personaggio fantastico di Harry Potter, ma cela un grande disagio psicoemotivo: è la tendenza, spesso immotivata e soprattutto femminile a colpevolizzarsi e a autopunirsi in maniera immotivata o comunque eccessiva. Tra le sue conseguenza più gravi, oltre alla perdita di autostima, anche la tendenza delle donne maltrattate a legittimare la violenza del partner, ritenendola «meritata».

DONNE ELFIO: DAL FANTASY ALLA REALTÀ

Nella saga di Harry Potter, Dobby è un elfo domestico che si autopunisce, facendosi del male da solo, quando non soddisfa - o crede di non soddisfare - le aspettative dei suoi padroni. Per quanto proiettato nel mondo del fantasy e rappresentato in chiave comica, il comportamento di questo personaggio rispecchia un meccanismo patologico che molte persone (soprattutto donne) sperimentano quotidianamente nel mondo reale.

IL (SANO) BISOGNO DI FARE AMMENDA

La psicologa e psicoterapeuta Elena Carbone ci ha spiegato che «il senso di colpa sano nasce per incentivare lo sviluppo sociale e la comprensione di regole morali ed etiche. È una sorta di 'dispiacere empatico' che permette di immedesimarsi nello stato d’animo dell’altro e di capire di aver provocato un dolore o un disagio, facendo scattare la paura di essere allontanati o rifiutati». Proprio il desiderio di non perdere i legami affettivi suscita la necessità psicologica di 'espiare' la propria colpa e porvi rimedio. «In questi termini la colpa ha una funzione adattiva: accresce il senso di responsabilità senza intaccare l’autostima bensì consentendo il miglioramento personale».

COLPA REALE O IMMAGINARIA?

«Il meccanismo senso si colpa - punizione- riabilitazione sociale diventa patologico quando la persona finisce col sentirsi sempre colpevole e con l’avvertire il costante bisogno di punirsi -o di essere punita-» prosegue l’esperta. In questo caso viene a mancare del tutto la percezione positiva di sé e del proprio valore: la persona si convince di essere inadeguata a interagire efficacemente con l’ambiente in cui vive (autoefficacia) e questo non ha solo effetti deleteri sull’autostima, sull’identità e sulla capacità di agire, ma anche sulle relazioni sociali.

IL SENSO DI COLPA È DONNA

Il senso di colpa accomuna uomini e donne, è innato (fa la sua comparsa a partire dal 18esimo mese di vita) e legato al bisogno di accettazione da parte del gruppo. Tuttavia, per retaggio sociale, il genere femminile è abituato all’accudimento e alla responsabilità verso gli altri, alla necessità di soddisfare determinate aspettative dalle quali dipende l’elogio o il biasimo da parte della famiglia e della comunità. «Questo – spiega la psicologa - ha portato le donne (per loro natura più introspettive e riflessive dei maschi) a introiettare più profondamente le norme morali di riferimento e a sviluppare un maggiore senso di responsabilità verso il prossimo (marito, figli, genitori) e soprattutto verso quel giudice interiore rappresentato da sé stesse».

LE ASPETTATIVE TROPPO ALTE NEI CONFRONTI DELLE DONNE DI OGGI

Nella società attuale molti cliché legati all’immagine dell’«angelo del focolare» sono caduti, ma hanno generato nuovi stereotipi carichi di aspettative. La donna di oggi si sente in dovere di riuscire nel difficile compito di gestire i molteplici ruoli (lavoratrice, moglie, mamma e sempre più spesso anche badante) che l’emancipazione le ha concesso: dare prova di efficienza serve a esorcizzare psicologicamente secoli di sottomissione ma anche a dimostrare pubblicamente che le lotte per la parità sono state legittime. Non riuscirci significa invece deludere le aspettative sociali e -inconsciamente- mettere a rischio la credibilità della «donna nuova».

SAREMO SEMPRE BAMBINE CATTIVE?

Impegnate a tenere insieme la loro esistenza multitasking e ad affermarsi con forza in società e nel mondo del lavoro, le donne mostrano sempre più spesso la loro debolezza psicoemotiva nella sfera privata. Le loro insicurezze riguardano soprattutto la gestione domestica e gli aspetti affettivi della loro esistenza: temono di essere «cattive madri», “cattive mogli”, compagne poco presenti, figlie incapaci di prendersi cura dei propri genitori anziani. Secondo la dottoressa Carbone, «proprio da qui nasce il senso di colpa - spesso immotivato - che fa regredire donne adulte allo stato psicologico sperimentato durante l’infanzia, quando essere rimproverate le faceva sentire «bambine cattive» e la punizione serviva come strumento liberatorio, per espiare la colpa e tornate a 'meritarsi' l’affetto dei grandi».

QUANDO LA PRESUNTA COLPA LEGITTIMA LA VIOLENZA

Anche le vittime di soprusi, umiliazioni, violenze possono svilppare un senso di colpa. Spiega l’esperta che «dopo un evento traumatico compaiono spesso sensazioni di disorientamento, incredulità, rabbia ma anche di auto-denigrazione e colpevolizzazione, che alimenta nelle donne il dubbio di aver fatto qualcosa di sbagliato o di essere “sbagliate” e dunque di aver in qualche modo “meritato” l’aggressione subita». È il caso per esempio delle donne vittime di stupro che sviluppano un senso di colpa per «non aver previsto il pericolo» o «non essersi sapute difendere» o, più frequentemente, di quelle che subiscono maltrattamenti domestici da parte del partner ma scelgono di non denunciarlo perché convinte di essere responsabili di un comportamento atto in qualche modo a riparare i loro (presunti) torti» conclude la psicologa.

E DIVENTA UN'ARMA DI MANIPOLAZIONE

Sul versante opposto rispetto alle personalità inclini ad autopunirsi, ci sono quelle che utilizzano il senso di colpa come strumento per manipolare l’altro. È il caso della personalità vittimistica o di quella borderline, che si pongono in una posizione di eterna sofferenza e disagio per indurre l’altro a sentirsi in colpa e tenerlo legato a sé, o della personalità narcisistica che cerca conferme della propria superiorità facendo sentire l’altro costantemente inadeguato.

USCIRE DALLA SPIRALE DEL SENSO DI COLPA

Secondo la dotoressa Carbone «l’effetto Dobby è caratteristico delle personalità con struttura nevrotica e si lega spesso ad altri disturbi psicoemotivi (depressione, stati ansiosi, dipendenza emotiva, disturbi ossessivo-compulsivi, ecc)». Per risolverlo può essere necessario rivolgersi a un professionista. «La terapia cognitivo-comportamentale è utile per migliorare il proprio dialogo interiore, recuperare la giusta prospettiva sui propri 'doveri sociali' e ridimensionare l’entità delle proprie mancanze. Recuperare autostima, capacità di agire e di esprimere a pieno la propria personalità» conclude la dottoressa..

PENSARE UN'EDUCAZIONE DIVERSA

Il senso di colpa è frutto delle regole sociali e genitoriali. Per cambiare le prime bisogna attendere gli esiti di una trasformazione culturale (già avviata) che rimuova definitivamente l’idea di un 'peccato (sociale) originario' che pende sul genere femminile e lo costringe a fare ammenda per qualsiasi presunta mancanza. Più facile sarebbe agire sul versante psicopedagogico, fornendo ai neogenitori gli strumenti adatti per educare i loro figli (e le loro figlie) secondo un meccanismo norma-punizione che non trasformi il 'sano' senso di colpa per una trasgressione a una norma, nella fonte di un disagio esistenziale a lungo termine. Evitare che la percezione della 'colpa' legata alla singola azione logori l’autostima e metta in discussione il diritto ad essere amati e rispettati, significa non trasformare delle «bambine cattive» in donne disposte a rinunciare alle proprie aspirazioni per far fronte ai propri «doveri affettivi», a lasciarsi discriminare nel mondo del lavoro o ad accettare maltrattamenti tra le pareti domestiche.

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