Suggestioni Lilla

11 Luglio Lug 2019 1829 11 luglio 2019

Quando a raccontare i disturbi alimentari è un romanzo

Nel suo libro La circonferenza di una nuvola Carolina Capria descrive la vita di alcune adolescenti che soffrono di Anoressia, Bulimia, Binge Eating e il loro percorso di cura. 

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Carolina Capria La Circonferenza Di Una Nuvola Disturbi Alimentari

«Ci sono quelle che vorrebbero essere ovunque ma non qui, e quelle che invece sperano di rimanere […] il più a lungo possibile perché hanno il terrore di ritornare in balia di loro stesse e del mondo. Ci sono ragazze alte e basse, magre da reggersi a stento in piedi e grasse da non riuscire a vedere i propri piedi. Brune, bionde, castane. […] Eppure qualcosa ci accomuna (…)». Hanno tra i 12 e i 16 anni, soffrono di Anoressia, Bulimia, Binge Eating (BED, disturbo da alimentazione discontrollata), e sono le ‘inquiline’ di Villa Erica (nome di fantasia), una struttura sanitaria per la cura dei disturbi alimentari, a cui sono approdate per ritrovare se stesse e riprendere in mano le loro giovani vite inquinate dalla malattia: «Ciascuna di [loro] in questo momento della vita sta sperimentando il proprio personalissimo modo di non essere abbastanza.». È tra le quattro mura di questo luogo che si intrecciano le storie delle adolescenti protagoniste di La circonferenza di una nuvola (HarperCollins Editore, 2019), il romanzo di Carolina Capria, che racconta quanta sofferenza possa provocare il peso delle aspettative altrui e delle pressioni esterne sulle giovani: «Mi interessava provare a descrivere il dolore che può causare sentirsi osservati, costretti, giudicati, e rendersi conto, a un certo punto della vita, che il proprio corpo sarà sempre un po’ anche degli altri - che lo guarderanno, costringeranno, giudicheranno indipendentemente dalla nostra volontà. E volevo parlare di quanta forza ci sia nella sorellanza, nel riconoscersi l’una nell’altra», ci ha detto Carolina. Lei, classe 1980, milanese d’adozione), non l’hai mai attraversato in prima persona il dramma che vivono le sue protagoniste, ma per scrivere il libro ha ascoltato tantissime storie di chi un disturbo alimentare l’ha vissuto direttamente sulla propria pelle. Le vicissitudini e, soprattutto, i vissuti della protagonista 16enne Lisa e delle sue coetanee Fran, Susi, Reda e Mat, rispecchiano le vite di tante ragazze che, come loro, realmente si credono «inutili e pesanti, nulla di speciale, errori» e che ogni giorno combattono la loro lotta estenuante contro la malattia.

UNA SOFFERENZA (IM)PALPABILE

Sono arrivate a Villa Erica in balia di una tormenta che le ha portate a perdere la bussola, annullando ogni loro riferimento temporale in un eterno presente di indicibile sofferenza: non ricordano più chi sono state, non sanno più chi sono, né tantomeno chi vorrebbero essere da grandi. Si aggrappano ai pensieri ossessivi sul peso e sul cibo come un drogato alla sua dose, in preda al delirio di onnipotenza che caratterizza la malattia e che le porta a credere di essere più forti dello stesso istinto di sopravvivenza e che farsi violenza privando il corpo del nutrimento di cui necessita, sfidando la morte a colpi di digiuni e abbuffate, e poi ancora digiuni e abbuffate, sia l’unica strategia vincente per poter tollerare il loro straziante dolore. Per anni si sono «allenate a mangiare di nascosto, a vomitare di nascosto, a vivere di nascosto», e così sono diventate 'campionesse di ossa e bugie'. Ma i loro corpi non mentono, si sono adoperati nei modi più inimmaginabili per salvarle: quello minuscolo di Reda è coperto dai segni, incisi, della sua rabbia e da una fine peluria che la protegge dal freddo, quello di Fran è tenuto in vita da un cuore bradicardico, che batte più lento di tutti gli altri. E poi c’è chi ha trovato ingegnosi espedienti per nasconderlo quel corpo: Susi, Binge-Eater da sempre etichettata come «la Cicciona», lo avvolge perennemente in abiti color nero, «il lutto con cui piange la sua vita sbagliata», mentre l’esile figura di Mat affoga in felpe giganti… I loro denti cariati o dallo smalto corroso dai succhi gastrici, i loro occhi incavati, le loro ciocche di capelli sottili e fragili che cadono sono solo dei segnali d’allarme, una disperata richiesta d’aiuto lanciata dai loro corpi sofferenti, malnutriti e maltrattati, ma che affonda le sue radici in profondità: «i chili, il peso, il cibo, sono i rami spezzati e i detriti che si porta giù una valanga, ma non sono la valanga, né ciò che la scatena». Le loro sono anime ferite, che necessitano di cure e ascolto incondizionato, dopo essere state inghiottite in un «buco nero» che ha strappato loro sogni, progetti, interessi, amicizie e che per alcune di loro rischia di trasformarsi in un ineluttabile destino di morte certa.

«I loro denti cariati, i loro occhi incavati, le loro ciocche di capelli sottili e fragili sono solo dei segnali d’allarme, una disperata richiesta d’aiuto lanciata dai loro corpi».

«Peso ancora 39 chili?», continua a chiedersi ossessivamente la protagonista Lisa: è come un mantra che continua a ricordarle quell’inferno dal quale è arrivata, da dove è partita, e dove però, grazie al percorso di cura che ha intrapreso, non tornerà più. Perché quel numero lascerà pian piano posto alle parole, ai fiori, ai colori, ai sapori, a una ‘nuova’ Lisa che non ha più bisogno di affamare più il suo corpo per farsi ascoltare. È lei stessa a esplicitare un dubbio esistenziale che è emblematico, lo stesso quesito che arrovella tante persone che soffrono della sua patologia: «Se smetterò di essere malata fuori, come faranno tutti ad accorgersi che lo sono dentro?». Ovvero, davvero è possibile vedere a occhio nudo un dolore invisibile, toccare a mani nude una sofferenza impalpabile? La paura di guarire, di tornare ad abitare un corpo sano - paradossale agli occhi di chi non combatte contro questi disturbi - è uno degli ostacoli più duri da superare per chi soffre di un Disturbo Alimentare. Per vincerla, è necessario tornare a credere che il mondo possa accorgersi del disagio interiore anche senza che esso si manifesti in maniera evidente – concreta e palpabile in alcuni casi, fino a diventare quasi evanescente in altri - attraverso il sintomo, attraverso il corpo; un corpo portato agli eccessi, eccessivamente sottopeso o eccessivamente sovrappeso, come facce di una stessa medaglia.

COSA SIGNIFICA «DIVENTARE NORMALI»?

È un quadro vero, più che verosimile, quello dipinto da Carolina, che descrive realisticamente la quotidianità di adolescenti che hanno molto in comune con le ragazzine dei giorni nostri. Basti pensare, ad esempio, che nella ‘non-vita’ di Lisa si è già insinuato anche il pericolo della thinspiration (letteralmente, ‘ispirazione al magro’), che viaggia sul gruppo WhatsApp che a casa frequentava di nascosto o che l’accompagnava nelle notti insonni trascorse a guardare video delle YouTubers dispensatrici di consigli su come perdere peso o nascondere il cibo. L’autrice disegna magistralmente i confini di un universo in cui i giorni trascorrono sempre uguali, tra piccoli litigi, la temuta ora del pasto e l’odiata pesata settimanale. Finché un giorno la protagonista, per sbaglio, urta uno dei quadri appesi in corridoio, dietro al quale ritrova nascosto un messaggio firmato da un’anonima misteriosa. Quel messaggio non è l’unico, è accompagnato da molti altri disseminati dietro ai tanti quadretti appesi in struttura e ricamati dalle degenti: tutti raccontano la storia di una ragazza che voleva disperatamente essere normale, al punto da inventare una vita diversa, da custodire dietro a quelle cornici, da immaginare in un mondo «oltre lo specchio». Una normalità a cui tutte queste ragazze ambiscono, fatta di pranzi con gli amici al bar, uscite serali in compagnia, abbracci sinceri, risate liberatorie e viaggi alla scoperta del mondo. Comincia allora una sorta di caccia al tesoro delle protagoniste, dentro e fuori Villa Erica, da cui fuggono insieme per scoprire la verità sull’autrice e trovare un nuovo motivo per lottare.

Carolina Capria.

ESSER-I UNICI E MUTEVOLI, COME UNA NUVOLA

A Villa Erica, che pian piano si trasforma nel loro ‘luogo sicuro’, le ragazze troveranno una via, il loro modo unico e particolare - come unica e particolare è ciascuna di loro - per rivendicare il loro diritto di stare al mondo e di respirare a pieni polmoni le emozioni che ogni nuovo giorno può regalare: torneranno a sentirsi finalmente accolte dalla vita. Arriveranno ad accettarsi per come sono realmente, im-perfettamente umane: «Non sono estranea, diversa, strana, esagerata, sbagliata, infelice…Sono quello che sono, qualunque cosa sia, e mi sembra vada bene». Scopriranno che «la salvezza non è mai in una stanza vuota e in una porta chiusa», perché nessuno si salva da solo; sono le parole a creare ponti umani, ad aprire mondi di nuove possibilità. Accetteranno che «non è colpa di nessuno» e che perciò si può placare la furia scatenata dal loro disperato bisogno di trovare perdono e di pagare il prezzo per una colpa che non hanno commesso, per una malattia che non hanno scelto, per una sofferenza così grande e profonda che nessuna ragazzina dovrebbe mai provare. E scopriranno che in quel cambiamento che tanto hanno temuto - perché la malattia ha impedito loro di vedere un’alternativa plausibile - risiede la vera chiave per la loro ‘assoluzione’. Lisa sembra intuirlo quando alza gli occhi al cielo si sofferma a pensare a come basti poco, un soffio di vento, perché una nuvola cambi forma, e a come sia impossibile impedire che ciò avvenga: «Provo a disegnarne il contorno (…) mi accorgo di descrivere delle circonferenze, gabbie precise, tutte identiche, in cui costringere qualcosa che rivendica la libertà di essere unico.» Ogni nuvola è diversa, ogni nuvola rivendica il diritto di essere mutevole, proprio come i corpi e le vite di queste ragazze. A ciascuna di loro e, di conseguenza, ai loro ‘alter ego’ reali, l’autrice rivolge un monito prezioso, da custodire gelosamente in un angolo della loro mente per i momenti in cui la tempesta tornerà a bussare alla loro porta: «Sei perfetta e bellissima mentre occupi e calpesti il mondo senza chiedere permesso e senza scusarti. […] Non permettere mai a nessuno di farti credere che per te sia giusto il silenzio e che ti basti un cantuccio». A tutti i lettori, indistintamente, Carolina chiede di non sminuire mai la sofferenza altrui, di qualunque natura essa sia, e di non trattarla mai con superficialità: «Se qualcuno che amiamo sta male, dobbiamo innanzitutto riconoscere il suo dolore come reale e concreto, e rispettarlo». Perché non c'è disagio che non meriti di essere accolto, non c'è dolore che non meriti ascolto e rispetto.

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