22 Gennaio Gen 2019 1313 22 gennaio 2019

Le donne tossicodipendenti e quella fragilità doppia che ancora non capiamo

Esiste una questione femminile che le espone maggiormente al reato di violenza sessuale? Se sì perché non se ne parla come di un allarme sociale?

  • ...
Tossicodipendenza Donne Violenza Sessuale

Non sappiamo cosa è successo con precisione a Desirée Mariottini e non conosciamo nel dettaglio le ultime tragiche ore di Pamela Mastropietro. Le indagini sono ancora in corso, le dinamiche da chiarire. Eppure attraverso la cronaca parziale possiamo comprendere come il consumo di droghe e la tossicodipendenza femminile siano in qualche modo legati al rischio di subire una violenza sessuale. Sia per il contatto con ambienti marginali nei quali si può verificare un abuso, sia per le condizioni di inferiorità fisica o psichica, sia per la ricattabilità (commercio sessuale, ndr) che si verifica nel fornire una prestazione sessuale in cambio di una dose. Tuttavia il fenomeno non suscita ancora un forte allarme sociale e soprattutto raramente è analizzato tenendo conto della prospettiva di genere. Perché spesso chi vive una dipendenza più o meno severa, ha una doppia fragilità: di donna e di donna tossicodipendente. Se persino i soggetti femminili comuni fanno fatica a contrastare sul piano giuridico e culturale gli stereotipi peggiori sulla violenza sessuale, come l’attribuzione di responsabilità che si scatena per una gonna troppo corta, una fiducia malriposta nell’uomo sbagliato, per aver camminato sole di notte o per aver bevuto, l’effetto si moltiplica nel caso di una persona verso cui la società ha spesso un atteggiamento di indifferenza o di condanna.

LOTTA ALLE DROGHE TRA TOLLERANZA ZERO E RISCHIO DI ESCLUSIONE SOCIALE

In tutta Europa si discute di come conciliare l’approccio legale e penale con quello di inclusione sociale e di protezione della salute della persona. Oggi sono gli allarmi sulla sicurezza, il proibizionismo, la ‘tolleranza zero’, a dettare la linea maggiore delle politiche italiane contro la droga. Con la legge Fini-Giovanardi e la Jervolino-Vassalli non ci siamo certo distinti per aver integrato l’approccio sanitario e di recupero a quello prettamente punitivo. La prospettiva esclusivamente securitaria è invece da bilanciare con cura quando c’è il rischio di spingere le donne che hanno vissuto una violenza a un maggiore silenzio e verso quelle situazioni che possono sfociare nell’abuso.

LE DONNE TOSSICODIPENDENTI A RISCHIO DI VIOLENZA SESSUALE: UNA CONDIZIONE SU CUI FARE LUCE

Il nostro Ministero della Salute ammette per primo sul suo sito che studi specifici di genere non sono disponibili e che è forte invece l’esigenza di sviluppare ricerche che differenzino le peculiarità nel trattamento del fenomeno. Sulla base delle poche conclusioni ministeriali disponibili si può dire che le donne tossicodipendenti tendono a essere maggiormente stigmatizzate e che si caratterizzano per una ridotta capacità di chiedere aiuto. La comunità di San Patrignano si è accorta della questione femminile nel consumo di droga lanciando nel 2018 la campagna Io ho scelto la vita e iniziando a registrare dal 2012 il numero delle neo entrate vittime di abusi fisici e sessuali. Una su tre è stata ha subito violenze. Conoscere le differenze di genere aiuterebbe i servizi a prevenire e differenziare gli interventi anche nel momento della cura e del trattamento, a valutare l’aumentato rischio di violenza sessuale e a trattare il trauma in maniera specifica.

«Alla domanda se l’abuso fosse in relazione con l’assunzione di droghe, le intervistate hanno risposto di sì nel 65% dei casi».

Dati del programma europeo Daphne III.

I DATI DEL PROGETTO EUROPEO DAPHNE III

Nella scarsità di letteratura scientifica sul tema, il programma europeo Daphne III (terminato nel 2013) è uno dei pochi che ha messo in correlazione dipendenze patologiche e abuso sessuale. Nel gruppo italiano di 150 donne la percentuale di soggetti femminili che vivono una condizione caratterizzata dall’incoercibile bisogno di far uso continuato di sostanze psicotrope - anche se le diagnosi di tossicomania hanno molte sfaccettature - e che subiscono quotidianamente violenza, è molto alta. Il 77,5% delle donne intervistate l'ha vissuta. Alla domanda se l’abuso fosse in relazione con l’assunzione di droghe, le intervistate hanno risposto di sì nel 65% dei casi. Tra queste, il 47,50% ha indicato l’assunzione di sostanze come il «fattore primario», (ossia la dipendenza ha portato in vari modi all’abuso). Il 17,50% ha invece indicato l’abuso come “fattore primario”, (ovvero un trauma sessuale è all’origine della dipendenza). Nel 72,50% dei casi si parla di violenza ripetuta. Per il 57,50% si è trattato di commercio sessuale ai fini dell’assunzione di sostanze stupefacenti. Solo il 45% ha chiesto aiuto esclusivamente per la propria condizione e il 17,50% ha chiesto aiuto sia per lo stato di dipendenza che per l’abuso.

TOSSICODIPENDENZA COME AGGRAVANTE NEI CASI DI VIOLENZA SESSUALE ALLA PARI DELL’ALCOL

Dal punto di vista giuridico si potrebbe per esempio riflettere se lo stato di intossicazione cronica possa rappresentare o meno un’aggravante nei reati di violenza sessuale che si realizzano mediante abuso delle condizioni di inferiorità psichica della persona offesa. Oggi andiamo avanti con delle norme che non hanno prodotto sempre un approccio omogeneo. Servirebbe capire a fondo la malattia per attestarne le dimensioni di ridotta capacità di esprimere un consenso nelle situazioni di relazione con l’altro sesso. Se la somministrazione di droga volta a vincere la resistenza della vittima è contemplata dal nostro ordinamento come circostanza aggravante, lo stesso non sembra accadere con continuità in merito all’assunzione di alcol e droghe in maniera volontaria da parte della vittima. Prendiamo il caso dell’alcol. Una recente sentenza (luglio 2018) della Cassazione penale ha concluso che l'uso volontario di sostanze alcoliche incide sulla valutazione del valido consenso della vittima ma non sulla sussistenza dell'aggravante. Nel momento in cui l’assunzione è stata volontaria e non dietro somministrazione forzata, l’aggravante viene meno. Al contrario una sentenza della Cassazione di novembre 2018, (la sentenza n 50305), ha escluso che l’aggravante possa venire meno in caso di assunzione volontaria di droghe. A essere rilevante è la condizione compromessa della vittima e non il fatto che fosse stata causata da scelte volontarie.

«Spesso pensiamo a questi soggetti come persone da disciplinare e da punire, non come malati cronici da recuperare o come persone portatrici di un disagio da risolvere. Quasi mai come vittime di reati sessuali».

IL DOPPIO STIGMA: LA VIOLENZA COME PARTE DEL PROCESSO DI APPROVVIGIONAMENTO DELLA SOSTANZA

Esiste poi un atteggiamento che causa ancora una maggiore esclusione sociale. Se l’abuso sessuale si è consumato in cambio di una dose o la violenza è stata contigua a un episodio di spaccio o di consumo, il comportamento viene comunemente visto come la conseguenza tragica ma inevitabile di una condotta fortemente sbagliata dal punto di vista morale. Nel gravitare in certi ambienti di criminalità le donne se la sono cercata in virtù del loro vizio o della loro assurda debolezza. Nella percezione comune e nell’interpretazione ideologica-securitaria della tossicodipendenza dalla quale spesso derivano politiche repressive più che riabilitative, il consumo di sostanze è percepito non tanto come una malattia cronica multifattoriale, anche se il dibattito è aperto, ma come una scelta. Una scelta sbagliata e autolesionista viste anche le conseguenze alle quali si va incontro. Spesso pensiamo a questi soggetti come persone da disciplinare e da punire e non come malati cronici da recuperare o come persone portatrici di un disagio da risolvere. Quasi mai come vittime di reati sessuali. Sebbene sia un fatto che i tossicomani possano compiere dei reati che derivano o non derivano dalla loro condizione di dipendenza e che debbano certamente rispondere dei loro comportamenti illeciti, sarebbe importante riflettere se considerare il tema solo come una questione di ordine pubblico non possa produrre conseguenze negative sulla maggiore esclusione per intere categorie di persone e sull’incapacità di ridurre effettivamente l’abuso di sostanze e il rischio di violenza sessuale sulle donne.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso