2 Gennaio Gen 2019 1613 02 gennaio 2019

A che punto siamo con la procreazione medicalmente assistita in Italia

Ha compiuto 40 anni e fatto nascere più di otto milioni di bambini nel mondo. Ma nel nostro Paese in fatto di PMA siamo ancora in ritardo. Il punto della situazione con il dottor Filippo Maria Ubandi.

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Procreazione Medicalmente Assistita Italia

Era il 25 luglio 1978 quando, nel Regno Unito, veniva alla luce Louise Brown, la prima bambina concepita mediante fecondazione in vitro. Nei 40 anni successivi la Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) ha permesso la nascita di più di otto milioni di bambini nel mondo, ampliato di gran lunga le possibilità di diventare genitori e alimentato in alcuni Paesi un vero e proprio baby design business. In Italia le difficoltà di concepimento riguardano una coppia su cinque, ma in fatto di PMA siamo ancora in ritardo. Abbiamo fatto il punto della situazione con il dottor Filippo Maria Ubandi, direttore di GENERA (Centro di medicina riproduttiva) della Clinica Valle Giulia di Roma.

DI MAMMA CE N’È (ANCORA) UNA?

Di recente, in Texas, una coppia di giovani donne ha dato alla luce il primo bambino concepito con la tecnica dell’effortless reciprocal: l’embrione è stato concepito in vitro grazie allo sperma di un donatore e agli ovociti di una delle mamme, impiantato nel suo utero per cinque giorni e poi trasferito nel grembo dell'altra fino al termine gravidanza, dando così a entrambe le genitrici la possibilità di vivere fisicamente l’esperienza della maternità (e aggirando l’obbligo burocratico per il partner non biologico di adottare il figlio dell’altro). Si tratta di un caso estremo, che dimostra come rispetto a un passato non troppo lontano, l’approccio alla genitorialità sia divenatato più spregiudicato, suscitando perplessità etiche sull’uso legittimo della scienza in materia di creazione e manipolazione dell’essere umano. Ma la situazione varia molto da Paese a Paese, e l’Italia (purtroppo o per fortuna) è in ritardo da tanti punti di vista.

DIVENTARE GENITORI NEL BELPAESE

In Italia la PMA ha subito a lungo molte limitazioni burocratiche, etiche, religiose: «Dal 2004 fino alla sua abrogazione nel 2014, la legge 40 ha impedito in Italia le tecniche di PMA eterologa (cioè con ovociti o gameti non appartenenti ai partner), lasciando aperta per i potenziali genitori solo la strada della PMA omologa (quella in cui sia l’ovulo che il seme provengono dalla coppia che desidera avere il bambino), spingendo molti a rivolgersi a cliniche estere per ampliare le loro possibilità di concepire». Il dottor Ubaldi spiega che «oggi nel nostro Paese gli aspiranti genitori possono accedere a due tecniche di procreazione assistita: l’inseminazione intrauterina (IUI) o PMA di I livello, con cui gli spermatozoi dopo previa preparazione vengono inseriti dentro la cavità uterina al momento della presunta ovulazione, e la fecondazione in-vitro o PMA di II livello, in cui i gameti maschili vengono o messi insieme agli ovociti preventivamente prelevati dopo stimolazione ormonale (FIV) o micro-inseminati nei singoli ovociti (ICSI)».

IL 'TURISMO PROCREATIVO' DEGLI ITALIANI

Anche se ormai le coppie italiane che necessitano di tecniche di PMA eterologa possono essere trattate legalmente in Italia (sebbene con ovociti e spermatozoi provenienti da Banche estere), la tendenza a guardare oltre i confini nazionali per concepire non si è fermata. Secondo l’Osservatorio del Turismo Procreativo, fino al 2016, circa 10 mila coppie all’anno si sono rivolte a cliniche straniere, in gran parte dell’Est Europa, dove i trattamenti sono economicamente più vantaggiosi, anche se non necessariamente più efficaci o sicuri.

A.A.A. GAMETI CERCASI

Attualmente il principale problema in Italia è la difficoltà nel reperire gameti (soprattutto ovociti) da donatori italiani, perché a differenza che in altri Paesi, qui manca un sistema di rimborsi che incentivi questa pratica. Non deve trattarsi di una 'retribuzione' ma di un riconoscimento all'atto di solidarietà, paragonabile a quello dei donatori di sangue o midollo, che potrebbe tradursi in un rimborso per le spese sostenute e per la giornata lavorativa persa nel caso di donazione di sperma, o in forme di priorità nelle liste di attesa per le donne che si devono sottoporre a PMA di II livello omologa che donano volontariamente ovociti sovrannumerari non utilizzati (cosiddetto egg-sharing). «Per creare banche nazionali di ovociti e spermatozoi servono campagne di comunicazione per sensibilizzare e informare i giovani sulle problematiche relative all’infertilità e sulla possibilità di donare i propri gameti».

LA SCELTA DEL CENTRO

A differenza che in altre nazioni, in Italia manca un sistema di giudizio obiettivo che aiuti gli aspiranti genitori a orientarsi nella scelta del Centro di PMA. Nella maggior parte dei casi ci si affida al passaparola, alle opinioni che si possono leggere online nei forum dedicati all’argomento o ai mirabolanti risultati clinici che vengono riportati da taluni centri attraverso operazioni di marketing. Ubaldi mette in guardia dall’affidarsi a questo tipo di valutazioni e propone come alternativa quello di considerare il numero di trattamenti effettuati da una determinata struttura: «Il dato è reperibile nel Registro di PMA dell’Istituto Superiore di Sanità e, sebbene non non rispecchi in maniera completa la qualità del Centro di PMA, può essere comunque utile per indirizzare la coppia». Anche se «in attesa di strumenti oggettivamente più efficaci, il consiglio del proprio medico/ginecologo/andrologo rappresenta ancora oggi un prezioso strumento di decisione», conclude l’esperto.

I COSTI E LE ATTESE

L’Italia è uno dei Paesi con il maggior numero di centri di riproduzione assistita in Europa, pubblici, privati convenzionati e privati. Dal gennaio 2017, le cure e le prestazioni per la PMA (omologa ed eterologa) rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (Lea). Ubaldi spiega che «se da un lato questo sistema permette l’accesso alla fecondazione assistita anche alle coppie meno abbienti, dall’altra non ha ancora eliminato il problema della scarsa reperibilità dei gameti eterologhi e della disomogeneità degli standard qualitativi dei trattamenti tra le varie Regioni» (motivo per il quale ad esempio molte coppie del Sud migrano al Nord). Per questo molti continuano a rivolgersi ai centri privati, dove il costo dei trattamenti varia dai 3 mila ai 5 cinque euro (per le tecniche di PMA di II livello omologhe). Altro fattore che spinge verso le strutture private sono le tempistiche di accesso ai trattamenti: iscriversi in una lista del SSN comporta un’attesa va dai 3 mesi ai 2 anni a seconda della Regione. Non è un aspetto irrilevante, dal momento che le tecniche di PMA diventano sempre meno efficaci con l’avanzare dell’età della donna.

IN ITALIA MANCA ANCORA UN VERO DIBATTITO

Nonostante l’abrogazione di molti articoli incostituzionali della legge 40/2004, in Italia e in alcuni Paesi europei persistono tabù culturali, vincoli normativi e veti ecclesiastici, sconosciuti in altri luoghi del mondo, dove per esempio l’accesso alle tecniche di PMA è consentito anche alle donne single e il diritto alla genitorialità è assicurato anche alle coppie omosessuali (anche attraverso la pratica dell’utero in affitto). Grazie alle battaglie portate avanti da medici, giuristi e associazioni di pazienti dai medici, nel nostro Paese si sono fatti molti passi avanti, ma «ciò che manca ancora in Italia è l’apertura di un vero dibattito sull’argomento, che guardi oltre i tradizionali stereotipi di 'coppia' e 'famiglia', per proiettarsi verso nuovi modelli di genitorialità e non continuare a restare indietro rispetto al resto del mondo».

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