13 Dicembre Dic 2018 1315 13 dicembre 2018

Il reddito di maternità è una buona idea?

Il Popolo della Famiglia ha presentato un ddl per destinare mille euro netti al mese alle donne che scelgono di stare a casa e accudire i figli: aiuto necessario o misura sessista?

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Reddito Maternita

E se le donne fossero pagate per stare a casa e fare figli? La proposta del Popolo della Famiglia di istituire un’indennità di maternità per le casalinghe presenta luci e ombre che la rendono ambigua: valorizzazione del lavoro domestico femminile o disincentivo alla parità di genere dentro e fuori casa? Aiuto economico alle famiglie o 'monetizzazione' della maternità? E infine: strumento basato sul diritto alla libertà di scelta delle donne (fare figli o meno, lavorare o stare a casa) o su una visione della famiglia anacronistica e scissa dalla realtà presente? Luci e ombre che stanno facendo discutere. C’è chi si indigna, ma c’è anche il rischio che uno stipendio percepito 'solo' per fare un figlio, oggi come oggi, faccia gola...

UNO 'STIPENDIO' PER LE MAMME FULL TIME

Il 9 novembre Il Popolo della Famiglia ha presentato in Cassazione un disegno di legge per istituire un Reddito di maternità e destinare mille euro netti al mese alle donne che scelgono di stare a casa per occuparsi a tempo pieno dei figli, rinunciando a qualsiasi altro impiego. L’indennità potrà durare fino a otto anni (dalla nascita o adozione del figlio), ripartendo da zero all’arrivo di ogni nuovo bebè, e diventa un vitalizio dopo il quarto figlio o in presenza di bambini con disabilità. Viene invece interrotta (revocata?) se la mamma trova un lavoro extradomestico.

PREGI E LIMITI DI UNA PROPOSTA CHE DIVIDE

Secondo Carolina Pelligrini, consigliera alle Pari opportunità della Regione Lombardia, «a questo ddl va riconosciuto il merito di riproporre all’attenzione pubblica un tema, quello della maternità, che ancora oggi in Italia è problematico e rispetto al quala l’attuale contesto economico e politico non è favorevole». Mancano stabilità lavorativa e certezza economica, misure di welfare a sostegno della genitorialità e una cultura (anche politica) che promuova la parità di genere dentro casa e nel mondo del lavoro. «La proposta del Popolo della Famiglia sottolinea la rilevanza del fattore economico nella scelta di fare un figlio e accudirlo a tempo pieno in un’epoca in cui uno stipendio non basta più, ma ignora altri aspetti legati alla condivisione del lavoro di cura da parte di entrambi i genitori, all’aspirazione femminile a una realizzazione anche extradomestica, a una visione complessiva della famiglia inserita in una struttura sociale incapace di supportarla».

DI MAMMA CE N’È UNA… MA I GENITORI SONO DUE

Il pregio principale del ddl del partito di Adinolfi è anche il suo più grave limite: quello di porre al centro dell’attenzione la figura della mamma. Così facendo si contribuisce a perpetuare un modello di società male breadwinner che ritiene normale far ricadere sulla donna (lavoratrice o meno) il 70% dei compiti legati all’accudimento dei figli, anche a scapito di altre forme di gratificazione personale. «Più corretto sarebbe invece concentrarsi sul diritto alla 'genitorialità', e consentire a ogni famiglia di scegliere e organizzare liberamente le proprie dinamiche, in un contesto di condivisione dei compiti e dei ruoli domestici e non solo».

INDENNITÀ O RISARCIMENTO?

L’idea di riconoscere alla madre casalinga italiana lo status di lavoratrice a tutti gli effetti ha diviso l’opinione pubblica, suscitando le polemiche di chi vede nella misura un modo per strumento per disincentivare la permanenza femminile nel mondo del lavoro. «Secondo l’ultima Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri nel 2016 dei circa 37000 licenziamenti avvenuti dopo il primo anno di vita di un figlio, il 78% ha riguardato le madri lavoratrici, e solo il 7% è stato motivato con la volontà di dedicarsi ai figli a tempo pieno». Va da sé che tutti gli altri casi sottintendano un’implicita rinuncia al lavoro per necessità di cura familiare, «rinuncia che ancora oggi ricade in capo soprattutto alle madri». In questo senso il Reddito di maternità sembra porsi come 'indennizzo' per la rinuncia della donna al proprio ruolo sociale e alla realizzazione personale attraverso il lavoro, piuttosto che che come strumento di valorizzazione del lavoro domestico.

UNA PROPOSTA COERENTE CON IL GOVERNO

Il ddl si inserisce in un contesto politico che non brilla per interventi a sostegno della famiglia e a favore della parità di genere. Sebbene infatti la legge di bilancio 2019 abbia prorogato il Bonus bebè (con un aumento del 20% per ogni figlio successivo al primo, ma con una durata di soli 12 mesi invece dei precedenti 36), il Bonus nido (aumentandolo da 1000 a 1500 euro) e il Congedo di paternità (aumentandolo da 4 a 5 giorni), secondo Pellgrini «continua a mancare un’organizzazione strutturata e coerente della famiglia come entità collocata in un contesto attualmente sfavorevole, e nella quale si intrecciano necessità economiche, desiderio di genitorialità condivisa, bisogno di realizzazione personale anche extradomestica».

LA LIBERTÀ È IN VENDITA?

Dal punto di vista meramente economico, la prospettiva del Reddito di Maternità è allettante: l’importo dell’assegno supera quello di un eventuale Reddito di cittadinanza e, senza la necessità di pagare asilo nido o baby sitter, è più di quanto resti in tasca a molte mamme lavoratrici costrette ad affidare ad altri l’accudimento dei propri figli. Di fatto spesso restare a casa col bebè è una scelta che conviene, ma secondo la consigliera Pellegrini «con il Reddito di maternità così come concepito nel ddl, diventerebbe un’opzione obbligata anche in seguito. Infatti, considerando che le donne italiane diventano mamme sempre più in ritardo (secondo gli ultimi dati Istat relativi al 2017 l’età media delle primipare è 32 anni) e che l’indennità potrà essere percepita per otto anni, va da sé che le opportunità di ingresso della donna nel mondo del lavoro allo scadere del diritto all’assegno (cioè mediamente a 40 anni) diventino pressochè nulle». E allora meglio continuare a «sfornare pargoli». Si torna così alla provocazione da cui eravamo partiti: le donne saranno pagate per fare figli?

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