29 Novembre Nov 2018 1638 29 novembre 2018

Le protesi al seno aumentano il rischio di tumore?

Il tema è tornato d'attualità dopo l'inchiesta dell'inglese The Guardian sul possibile legame tra il loro impianto e l’insorgenza del linfoma anaplastico a grandi cellule.

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Di protesi mammarie a rischio ormai se ne parla da anni. Da quando nel 2010 in Francia la società Poly Implant Prothèse (Pip) finì al centro di uno scandalo (ancora in corso) a causa di rotture anormali dovute all’utilizzo di materiale difettoso e in particolare di gel silicone di tipo industriale. Il tema è tornato d'attualità dopo l'inchiesta pubblicata dall'inglese The Guardian il 26 novembre 2018. Inchiesta nella quale si torna a sottolineare il preoccupante legame tra l’impianto di determinate protesi e l’insorgenza di una rara forma di tumore del sistema immunitario: il linfoma anaplastico a grandi cellule (ALCL). Del problema se ne occupa dal 2011 anche il Food and Drug Administration (FDA), l'ente americano per la regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, che in un rapporto sul tema spiega come al 30 settembre 2017 risultino 414 casi segnalati con nove morti, mentre fino al marzo dello stesso anno fossero 359. Circa metà dei casi si sarebbe verificata entro 8-9 anni dall'operazione di ricostruzione del seno.

LE SEGNALAZIONI DAL MONDO

Dal 2011 il livello di allerta dei medici si è alzato in tutto il mondo tanto che sono arrivate le prime segnalazioni anche da altri Paesi. In Australia, ad esempio, sono stati confermati 46 casi di linfoma ALCL legato alle protesi mammarie, con tre vittime. In Francia, nel 2015, l’Istituto nazionale per i tumori aveva denunciato 18 casi, sollevando un ampio dibattito giunto fino in Italia, tanto che il Ministero della Salute aveva emanato una nota in cui assicurava attenzione sul tema, sottolineando come l’esiguità dei casi non permettesse ancora di mettere in discussione la sicurezza delle protesi. Anche gli oncologi dell’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) e i chirurghi plastici della SICPRE (Società italiana di chirurgia plastica, ricostruttiva ed estetica) avevano preso posizione, mettendo a tacere ogni allarmismo e rassicurando le pazienti sulla continua vigilanza in merito. Nel 2016, infine, anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva affrontato la questione, definendo in via provvisoria (accettata in seguito come definitiva dal punto di vista clinico) un tipo specifico di ALCL: ossia quello associato a protesi mammarie (BIA-ALCL).

COME SI SVILUPPA IL TUMORE

Questa forma di neoplasia si svilupperebbe a seguito della mastoplastica additiva, operazione in cui le protesi inserite nell'organismo vengono riconosciute come corpi estranei e, per tale motivo, contrastate dal sistema immunitario attraverso un'infiammazione dei tessuti che le circondano. Tale processo porta alla formazione di una cicatrice interna, che circonda l'intera protesi. In rari casi, però, accade che nello spazio tra cicatrice e protesi si sviluppa questo particolare tipo di linfoma. Normalmente la patologia è trattabile con la semplice rimozione delle protesi. Raramente, infatti, si incorre in conseguenze gravi, sebbene nei casi peggiori siano necessari trattamenti più pesanti come chemio e radioterapia. La formazione sembra essere legata al tipo di protesi utilizzate: quelle ruvide sono infatti più pericolose di quelle lisce nell'incidenza di questo tipo di cancro.

I SINTOMI CHE DEVONO METTERE IN GUARDIA

Sintomi come gonfiore anomalo della mammella, dolore sordo che diventa acuto quando si fanno particolari movimenti o si assumono posizioni che comprimono la zona, ma anche formazione di noduli attorno all'area della protesi dovrebbero comunque mettere in guardia. L'FDA ha però sottolineato che «se una donna con le protesi non ha problemi non c'è motivo di rimuoverle dato che il linfoma sembra essere molto raro». Viene inoltre ribadita nel comunicato dell'ente americano l'importanza della prevenzione attraverso regolari mammografie e, nel caso di protesi in silicone, la risonanza magnetica per verificare eventuali rotture.

I CONSIGLI PER I MEDICI

L’FDA si è limitato per il momento a dare consigli al personale medico, suggerendo loro di prestare attenzione alle donne con protesi mammarie che a distanza di almeno 6 mesi dall’intervento presentino un «sieroma periprotesico tardivo freddo», ossia un rigonfiamento con accumulo di liquido intorno all’impianto non dovuto a infiammazioni o traumi recenti. Le donne che presentano questo sintomo devono seguire uno specifico iter diagnostico: a fronte di una positività agli esami dell'agoaspirato, è necessaria una manovra terapeutica di rimozione delle protesi che, in assenza di ulteriori sintomi clinici, è risolutiva per debellare la patologia.

I TIMORI DELLE PAZIENTI

Molte pazienti, che hanno raccontato recentemente le loro storie al Guardian, hanno lamentato il fatto di non essere state informate adeguatamente dai chirurghi prima di sottoporsi all’operazione e di non avere ricevuto sufficienti informazioni sui rischi delle protesi ruvide, che continuano comunque ad essere quelle maggiormente utilizzate durante le operazioni, dato che la loro superficie poco omogenea garantisce, a detta dei chirurghi, risultati più naturali e con minori complicazioni (come ad esempio i rischi di spostamento all’interno della mammella).

LA RISPOSTA DEI PRODUTTORI DI PROTESI

Uno dei principali produttori di protesi, Allergan, ha detto di essere «pienamente impegnato» nello studio del problema, in modo da comprendere meglio i fattori di rischio e fornire informazioni più complete alle future pazienti. L’azienda farmaceutica sta inoltre sperimentando nuovi materiali e soluzioni, per migliorare gli interventi futuri. Mentor, altro grande produttore, ha tenuto a sottolineare i vantaggi delle protesi ruvide, a cominciare dalla maggiore stabilità degli impianti, che riduce di fatto il rischio che le protesi cambino posizione, eventualità in cui sarebbero necessari nuovi interventi (anche piuttosto invasivi).

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