11 Ottobre Ott 2019 1914 11 ottobre 2019

Ludovica Rampoldi: «Non mi sono mai sentita discriminata»

La sceneggiatrice di 1994 si racconta: «Mai limitata dal mio essere donna». E sul suo lavoro dice: «Romanzare gli eventi storici mi diverte di più».

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Ludovica Rampoldi Sceneggiatrice 1994 Serie Tv

L’industria cinematografica italiana e dell’audiovisivo è composta da un discreto numero di donne. Alcune di queste non sono in primo piano ma nel loro lavoro sanno e cercano di eccellere con grande passione e determinazione. Tra queste possiamo inserire Ludovica Rampoldi, sceneggiatrice. Una di quelle donne che con la penna in mano e una buona dose di ricerche alle spalle riesce a mettere nero su bianco personaggi e storie che arrivano dalla realtà non privandole dello spessore realistico e inserendole perfettamente nel contesto della finzione. Ludovica Rampoldi, insieme ai fidati colleghi Alessandro Fabbri e Stefano Sardo, firma la sceneggiatura della trilogia seriale di 1992, 1993 e 1994. L'ultima, in onda su Sky Atlantic dal 4 ottobre, è la chiusura della serie tv che dal 2015 racconta gli anni del cambiamento politico italiano, e forse anche sociale, del passaggio alla “nuova” Repubblica e dell’ascesa di Silvio Berlusconi.

DOMANDA. Potremmo definirti la protagonista femminile del dietro le quinte di 1992, 1993 e 1994. A chiusura di questa serie, è stato difficile confrontarsi con altri due sceneggiatori maschi, due registi maschi e un cast per lo più al maschile? O è vero che una donna con tanti uomini lavora molto bene?
RISPOSTA.
Non ho mai sentito neanche lontanamente il fatto di essere discriminata dai miei colleghi o dai registi uomini con cui lavoro per il fatto di essere donna né che il fatto di essere donna in quest’operazione qui mi relegasse solo a prendermi cura dei contenuti più “femminili” qualunque essi siano perché poi non mi è chiaro. Tutto quello che ho scritto in questo caso è un political drama, reagisco sempre in modo strano alla domanda ‘perché una donna scrive queste cose?’. È un prerequisito ovvio per qualunque scrittore uscire dai propri panni e riuscire a raccontarne altri. Così come nessuno si stupisce se un grande autore fa un ritratto femminile particolarmente riuscito, sarebbe bello che nessuno si domandasse o percepisse come strano il fatto che una donna si addentri in territori non tipicamente ritenuti femminili, ecco! Non ho mai sentito da parte dei mie colleghi maschi, con cui ho un rapporto più che decennale, o registi diminuire le mie idee perché provenienti da una donna, assolutamente.

Nel cinema, e più in generale nell'audiovisivo tutto, si parla spessissimo di quote rosa e parità, anche se solo di registe e attrici. Da sceneggiatrice donna, in Italia avverti questa scissione tra mondo maschile e femminile?
Abbiamo un sacco di esempi di sceneggiatrici che lavorano senza alcun problema in territori crime, di genere e al 90% maschili come Barbara Petronio che ha scritto le due stagioni Suburra – La serie o Maddalena Ravagli che scrive Gomorra – La serie e Zero Zero Zero. È vero che nella regia sono molte di meno le donne. Mentre nel mondo degli sceneggiatori non so bene se in termini numerici c’è una effettiva parità ma in termini di peso non credo ci siano discriminazioni forti o almeno io non le ho mai percepite.

Passando alla serie 1994. In un episodio di questa stagione sentiremo dire a Leonardo Notte, interpretato da Stefano Accorsi, «siamo un Paese per vecchi». Era il 1994, siamo al 2019 ed è una frase attualissima, oltre che grande citazione cinematografica.
Sono frasi che appartengono al personaggio di Leonardo Notte, lo stesso che nella prima stagione diceva «moriremo democristiani». Lui è un purosangue che morde il freno perché vorrebbe partire al galoppo e invece è trattenuto perché in questo Paese le rivoluzioni non si fanno. Si fanno piccole riforme passo dopo passo. Questa frase che citi, che dirà nel quinto episodio di questa stagione, incarna il suo essere futurista.

E tu cosa ne pensi? Il nostro è un Paese per vecchi?
Il nostro è sicuramente un Paese in cui è difficile che a un giovane venga riconosciuta o affidata una grossa responsabilità. Siamo tutti considerati giovani fino ai quarant’anni che è una cosa che fa abbastanza ridere. Aldilà di questo in 1992, 1993 e 1994 raccontiamo anche come il passaggio tra la prima e la seconda Repubblica abbia invece da una parte fatto esplodere uno status quo per cui una serie di persone, che fino a quel momento erano marginali e non influenti nella vita politica, si sono trovate grazie a correnti improvvise catapultate nelle stanze dei bottoni. È un po’ quello che è accaduto con tutta la classe politica di Forza Italia, pescata dai pubblicitari come il nostro personaggio Pietro Bosco, un dropout che finisce a diventare nell’arco di tre stagioni sottosegretario dell’Interno. Se ci pensi, è successo più o meno lo stesso nelle nuove classi politiche con il Movimento 5 stelle: gente che viveva ai margini della vita pubblica si è trovata improvvisamente in parlamento. Ci sono quindi nel nostro sistema degli strappi che consentono un ricambio di generazione e di classe sociale.

C'è una scena di cui a livello testuale e di narrazione vai particolarmente fiera?
Si tratta di due episodi di questa stagione che mi sembrano fortemente innovativi, e sono il primo e il quinto. Il primo perché, come abbiamo visto, è ambientato tutto in uno studio televisivo, tra palco e backstage, compresso quasi in tempo reale perché avviene durante il tempo del confronto tra Occhetto e Berlusconi. L’altro episodio, il cinque, è tutto ambientato nella Villa di Berlusconi in Costa Smeralda. In questo episodio ci siamo presi tantissime libertà anche di registro, mescolando ingredienti molto diversi tra loro come i film della vecchia Hollywood con invece un tono più scanzonato, la politica con il sesso, le citazioni alte e basse. Siamo andati più a briglia sciolta e il risultato è stato una bellissima sorpresa per noi tre.

Credo che questa sia la stagione più romantica delle tre. Mi sbaglio?
In questa stagione, di fatto, abbiamo tre protagonisti. Il nostro corpo personaggi si è sfoltito perché ognuno aveva esaurito il suo arco di narrazione, alcuni sono morti, altri sono partiti. Oltre i personaggi storici ci sono quindi Leo, Pietro e Veronica. Sono loro i tre grandi protagonisti e sono tre poli su cui si costruisce anche un triangolo sentimentale. Abbiamo voluto mischiare vicende sentimentali con vicende politiche e anche a raccontare come le une a volte vanno a influire sulle altre.

Hai firmato la sceneggiatura di molti successi del nostro tempo come Gomorra - La serie e anche Il Traditore. Che rapporto hai con la storia che ci circonda?
Il romanzare gli eventi reali è un approccio che mi piace tantissimo, che mi diverte molto e che mi trovo a fare spesso. Anche recentemente sto scrivendo storie ispirate a personaggi reali o a fatti realmente avvenuti. Questo mi porta a fare un tipo di lavoro leggermente diverso: nel momento in cui scrivo una storia liberamente inventata, quando presento il mio protagonista, lo faccio agire e la domanda ‘chi è?’ ha risposta in quello che fa; quando invece mi accosto a un personaggio reale, quello che fa già lo so perché è nei libri di scuola, negli atti processuali, quindi la domanda non è più ‘cosa fa?’ ma ‘perché?’ e nello scandagliare le motivazioni di quel personaggio rispondo alla domanda ‘chi è?’. A partire da fatti avvenuti devo cercare di mettermi nei panni, nella testa, nei desideri, nelle paure di personaggi realmente esistiti per andare a rispondere alla domanda ‘perché ha fatto queste cose?’. È un modo molto interessante di raccontare.

Un personaggio del reale che ti piacerebbe proporre sul grande schermo?
Un personaggio che è molto affascinante, Alighiero Noschese, un comico che ha una storia che lambisce in qualche modo delle zone oscure della storia di Italia. Lui è un famoso imitatore che imitava tutti i politici dell’epoca. Riusciva a riprodurre qualsiasi voce ma non ne aveva una propria, o comunque era alla ricerca di una sua identità che non aveva perché era sempre abitato dalle identità degli altri.

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