9 Ottobre Ott 2019 1922 09 ottobre 2019

Lucia Annibali: «Perché ho seguito Matteo Renzi»

Ha detto addio al Pd, passando a Italia Viva. Lo ha fatto senza esitazioni. A LetteraDonna ha spiegato il motivo e la sua personale idea di femminismo.

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A fine settembre 2019, in un’intervista al Quotidiano Nazionale, Matteo Renzi ha denunciato il maschilismo della politica italiana, in cui «le donne vengono considerate con condiscendenza o solo per evitare troppe recriminazioni», definendo «incredibile la misoginia che si riversa sulle politiche». Anche per questo, ha spiegato poi su Twitter, ha deciso di lasciare il Pd e fondare Italia Viva, definito «il primo partito femminista italiano». Tra i parlamentari che l’hanno seguito in questa nuova avventura c’è Lucia Annibali, un po’ stufa (come ha raccontato sempre al QN) di essere vista un simbolo della violenza di genere dopo la sua storia di ‘non-amore’ finita con un'aggressione con l'acido e con tanta voglia dentro di passare ai fatti, di fare qualcosa, davvero, di serio e importante per le donne: «Più che un partito, vorrei che Italia Viva fosse un luogo in cui le donne possano riconoscersi, trovando qualcuno che desideri occuparsi di loro».

DOMANDA. Perché ha deciso di lasciare il Pd?
RISPOSTA.
È successo naturalmente, e non ho niente da recriminare nei confronti del partito, dove non vantavo una lunga militanza. Mi è stato chiesto di aderire a questo nuovo progetto e ho detto sì, con serenità e convinzione, sapendo che la mole di lavoro sarebbe aumentata, visto che per adesso siamo un gruppo piccolo. Italia Viva è un progetto che valeva la pena costruire e seguire, è una sorta di evoluzione: punta a un modo diverso di fare politica, mettendo le persone in grado di valorizzare le proprie competenze.

Che rapporto ha con Renzi?
Ci siamo conosciuti a Palazzo Chigi. Lui si era insediato da poco e io ero a Roma per ricevere dal il presidente Giorgio Napolitano l'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine al merito della Repubblica italiana. È stato un incontro istituzionale, che poi ha segnato l’inizio di un percorso. Renzi trasmette energia, ha una certa velocità nel parlare e vedere le cose. E gli sono grata per la fiducia che mi ha dato: come ho detto, è stato naturale seguirlo in questa avventura.

E con Maria Elena Boschi?
Con lei ho un rapporto di collaborazione molto bello, d’altra parte ho iniziato proprio come sua consulente per le Pari Opportunità, ma anche di stima e affetto. È una figura che rappresenta un punto di riferimento anche per condivisioni e confronti personali: mi sono sempre trovata bene con lei.

Renzi si è detto femminista. Ma secondo Giulia Blasi (lo ha scritto su Esquire, ndr), un leader assoluto maschio che si circonda di donne è il contrario di un serio progetto femminista.
Credo che sia importante avere una voce che pensa alle donne, davvero, non in modo banale ma con dei contenuti. Starà poi a Italia Viva dimostrare di poter essere un partito femminista, attento a certi temi. E poi, in fondo, non è nemmeno detto che le donne sappiano occuparsi di altre donne…

Tra l’altro esisteva già un partito dichiaratamente femminista: Possibile. Perché non è andata con loro?
Era un altro momento. La questione femminile è comunque talmente complessa che non si può racchiudere in una sola parola o in un partito. Dobbiamo favorire e valorizzare il contributo delle donne, così come le loro proposte. Devono diventare un punto di forza della società, certo non quello debole.

Al momento è così?
Sono viste così. È debole la loro partecipazione a vita politica, sociale, economica. Dobbiamo scardinare i ruoli che hanno gli uomini e le donne, insiti nella struttura e cultura della società. Dobbiamo essere capaci di analizzare il valore della donna e di metterla in grado di esprimere le sue potenzialità. Il racconto della figura femminile è stereotipato e insufficiente, quando invece c’è tanto di positivo e di forte da raccontare.

Che cosa significa per lei essere femminista?
Voler bene alle donne, desiderare di restituire un’immagine forte anche nei momenti di tristezza e difficoltà, rappresentarle in modo lucido senza drammatizzazione. Purtroppo, bisogna dirlo, non tutte le donne amano le donne.

E quindi un partito femminista su cosa dovrebbe lavorare? Mi viene in mente la tampon tax, ad esempio.
Sì, è un tema importante. Personalmente sto riflettendo molto sulla violenza economica, poco esplorata ma diffusa, che dice tanto sulla situazione delle donne all’interno di società e nucleo famigliare. Occorre creare strumenti per l’autonomia e l’autodeterminazione della donna, questo è un impegno che voglio assumermi. Si parla tanto di violenza fisica o psicologica, ma in Italia c’è un retaggio culturale che impedisce alle donne di essere libere economicamente.

Il sessismo della società italiana si ritrova anche nella politica?
Beh, mi sembra evidente. L’ho provato sulla mia pelle in campagna elettorale: «Sei conosciuta per la tua storia ma tanto i voti non li prendi», mi dicevano, e io facevo notare che, magari, potevo anche essere intelligente. Lo dico per esperienza personale, maturata in un anno di Parlamento: sta a ciascuna di noi guadagnare spazio, rispetto e riconoscimento con capacità e impegno. Non dobbiamo farci condizionare dagli altri, ma portarli a cambiare idea. Ormai sono abituata così.

Le è mai capitato di essere vittima di commenti sessisti, come succede spesso a Laura Boldrini?
Sì, mi è successo in campagna elettorale e anche prima, durante una diretta Facebook in occasione del referendum costituzionale. Insulti sessisti, alcuni davvero volgari. Tante donne, poi, mi avevano accusata dopo l’intervista al mio aggressore Luca Varani a Storie Maledette: mi hanno dato della matta e della rovinafamiglie, mi ha fatto molto male.

Lei è in prima linea contro la violenza sulle donne. Ha già espresso la sua opinione sul Codice Rosso. Trova che ci sia un modo sbagliato di affrontarla, anche da parte di chi la racconta?
Se fa riferimento all’intervista di Bruno Vespa a Lucia Panigalli, sicuramente c’è un modo errato di raccontare la violenza e i femminicidi. Purtroppo è un problema che non riusciamo a superare: le donne hanno bisogno che il loro racconto venga creduto, ma se le colpevolizziamo o minimizziamo l’accaduto perché siamo vittime di stereotipi, non possiamo dare loro riconoscimento della verità piena.

Per abbattere gli stereotipi, dobbiamo lavorare sulle giovani generazioni. È per questo che lei continua ad andare nelle scuole?
Ci vado dal 2014, da quando è uscito il mio libro. C’è sempre qualcuna che sta vivendo qualcosa, anche all’interno della famiglia e non solo della relazione. Dalle domande che gli studenti fanno e dai loro sguardi si capisce se c’è qualcosa. Questi incontri sono occasioni in cui i giovani si possono aprire: mi mandano email o mi lasciano bigliettini, è un momento formativo importante. Sì, è davvero importante agire il prima possibile.

Quando a luglio il Codice Rosso è diventato legge, lei ha subito espresso le sue perplessità. Ha cambiato idea per caso?
Avevo detto che si trattava di un’occasione mancata e continuo a pensarlo. Il Codice Rosso è stato un compromesso tra due forze dell’allora maggioranza, un’iniziativa di propaganda che non ha avuto il mio appoggio. Si tratta di un provvedimento che ha intuizioni giuste, ma che dimostra poco amore verso le donne e una visione superficiale rispetto della violenza di genere. Sul piano personale mi ha indignato l’avvilente dibattito in aula: presentare il tema in modo così stereotipato è la dimostrazione che non lo osserviamo dal punto di vista giusto.

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