8 Ottobre Ott 2019 1200 08 ottobre 2019 Aggiornato il 08 ottobre 2019

Debora Omassi racconta cosa significa essere donna nell'esercito

Nel romanzo Libera Uscita la scrittrice spiega come ha scoperto un’identità che credeva di non possedere. E denuncia maschilismo che in quel mondo raggiunge «livelli inimmaginabili».

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Debora Omassi Libera Uscita

Una mattina ti svegli e d’improvviso ti sembra tutto molto chiaro: vivi, ragioni e affronti ogni aspetto della vita come un ragazzo. Peccato che sei nata femmina, in un corpo che come tale si presenta. Questo quello che è successo a Debora Omassi, che un paio d’anni fa si è accorta di non riconoscersi più e di non riuscire a fare i conti con ciò che la genetica raccontava di lei. Una scoperta che l’ha spinta ad andare a cercare l’uomo che invece era convinta di essere nell’ambiente più maschile del mondo, l’esercito, dove si è arruolata ed è rimasta per circa quattro mesi prima di scappare a gambe levate dopo aver capito che il suo posto non poteva essere in una realtà scandita da insulti quotidiani e umiliazioni di ogni genere. Da quell’esperienza che l’ha segnata indelebilmente è nato il romanzo Libera Uscita, edito da Rizzoli. «Scriverlo non è stato semplice, perché l’impatto con la vita militare si è rivelato così brusco che una volta terminata quell’esperienza non ho più voluto pensarci per circa un anno. Poi a un tratto ho trovato il coraggio di affrontare il passato e in cinque mesi ho creato la storia», ci ha raccontato.

DOMANDA. Una storia a metà strada tra realtà e fantasia, quanto c’è di autobiografico?
RISPOSTA.
Buona parte del racconto della vita in caserma lo è. Tutte le descrizioni e le sensazioni che prova la protagonista Barbara sono le mie e c’è molto di me in lei, mentre altre vicissitudini sono frutto della fantasia, compresa la storia d’amore che fa colonna portante, anche se quando mi sono arruolata avevo anch’io un fidanzato, col quale una volta uscita da lì ricostruire un rapporto non è stato semplicissimo.

Quando hai deciso di arruolarti?
Nel 2017, a seguito di una crisi d’identità che mi ha portato a non sentirmi più bene col mio corpo e con l’idea di essere una ragazza. Soffrivo molto e a un certo punto invece di continuare a tormentarmi ho agito, andando a cercare il maschio dentro di me. Ricordo che pensai: «Se deve venir fuori, quale luogo migliore per agevolarlo se non il più maschilista di tutti»? Adesso mi rendo conto si sia trattato di un momento di incoscienza totale ma allora mi sentivo soffocare in una vita già preordinata, avevo appena comprato casa e vivevo di un lavoro a tempo indeterminato da tempo, troppa stabilità per una ragazza di 24 anni.

Una volta nell’esercito però a sorpresa invece del ragazzo è uscita la tua femminilità...
Sì, anche se in realtà con questo termine faccio ancora un po’ a pugni. Direi piuttosto che certe situazioni estreme mi hanno sbattuto in faccia chiaramente il fatto di essere una ragazza e di avere un corpo con limiti, esigenze, bisogni e necessità specifiche. Prima ignoravo o forse combattevo tutto ciò ma anche se i dubbi non sono svaniti del tutto alla fine ho capito che stare in un ambiente che ti considera solo un soldato e non una persona, indossando una divisa che nasconde e spersonalizza fino a farti scomparire non aiuti certo ad affermare il proprio io.

Il romanzo 'Libera Uscita'.

Ci sono stati momenti più di altri in cui ti sei sentita donna?
Sì, alcuni più seri come tutte le volte che non sono riuscita a fare pipì o ho ricevuto un rapporto perché il tempo previsto era di soli due minuti, mentre per spogliarsi di abiti e armi ne servono molti di più. E poi altri più frivoli, come rendersi conto di avere voglia di svegliarsi mezz’ora prima al mattino per farsi uno chignon perfetto davanti allo specchio. Piccoli gesti forse, che però ti mettono di fronte il tuo sesso, anche se l’istante dopo invece di indossare i tacchi imbracci il fucile.

Oltre a ritrovare te stessa sei partita anche con l’idea di studiare la divisione femminile dell’esercito italiano: ci sei riuscita?
Sì, prendendo molti appunti durante le guardie notturne e sperimentando sulla mia pelle tutto ciò che accadeva.

Cosa hai scoperto?
Gli uomini non prendono sul serio le ragazze presenti, che invece si impegnano tantissimo e credono in quello che fanno. Vengono al massimo sopportate e costantemente umiliate: devono farsi valere dieci volte rispetto a colleghi, senza alcun riconoscimento.

Immagino anche che il maschilismo sia estremo.
Raggiunge livelli davvero inimmaginabili. È impossibile ad esempio piegarsi per allacciarsi la stringa di una scarpa senza ricevere battute sconce e anche le relazioni interpersonali con gli uomini sono complicate: se non dai confidenza sei una stronza, se sei gentile vieni etichettata come una facile.

Hai sempre combattuto con la tua parte femminile o questo senso di inadeguatezza è comparso all’improvviso?
Non saprei, sicuramente sono da sempre una persona irrequieta che è passata spesso da un estremo all’altro. I miei genitori hanno cresciuto me e mia sorella come ragazze forti e da piccola praticavo sci a livello agonistico in un ambiente molto maschile ma che mi piaceva tanto. A 17 anni ho smesso e il rapporto con la mia famiglia si è incrinato. In quel periodo di solitudine, durante una gita a Milano alcune persone mi fermarono per strada proponendomi di entrare in un’agenzia di moda. Accettai e iniziai a lavorare come fotomodella.

E pensare che il mondo della moda è un mondo ultra-femminile.
Esatto, infatti nonostante ci sia rimasta fino ai 21-22 anni non mi sono mai riconosciuta in quell’universo. Ho sempre fatto fatica a usare il corpo come strumento di lavoro, quindi a un certo punto ho mollato tutto e ho preferito fare la commessa, anche se in quel momento è iniziata la mia crisi interiore.

Prima di arruolarti come l’hai affrontata?
Andavo in analisi e ho fatto il grosso sbaglio di identificarmi con la disforia di genere quando in realtà si è trattato solo una fase di passaggio. Mi sono sempre discostata da quel termine, sono certa non sia quello calzante per me.

Come stai adesso?
Sono serenissima, se c’è una cosa che ho imparato nel tempo è che non devo preoccuparmi di nulla, se un giorno mi sento una ragazza mi comporto come tale, se quello successivo preferisco vivere da maschio lo faccio. La femminilità ha mille sfumature e il mio lato maschile non è scomparso con l’uscita dall’esercito, semplicemente l’ho accettato e ci convivo senza per forza dover diventare un uomo come credevo. Sto bene nel mezzo.

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