Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

8 Ottobre Ott 2019 2059 08 ottobre 2019

La denuncia di un'escort trans: «Nessuna è puttana e felice»

Alessia Nobile si prostituisce da 15 anni. Ma non ha scelto di farlo. È stata costretta da una società che non l'ha accettata: una vera violenza psicologica. L'intervista. 

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Alessia Nobile Escort Trans Violenza 2

«È sempre difficile raccontare la violenza e la discriminazione, ma sopprimerle attraverso il silenzio fa ancora più male». Inizia così una lettera arrivata alla redazione di LetteraDonna. È uno sfogo amaro, in grado di far male anche a chi lo legge. Lo ha scritto Alessia Nobile, la prima transessuale pugliese diventata anagraficamente donna senza essersi sottoposta all’intervento di riassegnazione chirurgica. «Sognavo una vita come tante altre: l'amore, un fidanzato, un marito, una famiglia e un lavoro», ci racconta spiegando invece com’è andata: «Nulla di tutto questo è accaduto. Presto, molto presto, mi sono ritrovata sola, abbandonata da parenti e amici, rifiutata dal mondo del lavoro a causa del pregiudizio, rimbalzata sempre con delle scuse ai colloqui». Una vera e propria violenza psicologica da parte della società, che ha messo spalle al muro Alessia, costringendola a ‘lavorare’ come escort. E a vivere sulla propria pelle altra violenza, sempre con la paura addosso, fino al pensiero del suicidio: «Per me è una morte lenta e duratura. Giorno per giorno la prostituzione ti toglie qualcosa. Nessuna è puttana e felice».

DOMANDA. Da quanti anni ti prostituisci?
RISPOSTA.
Una quindicina. In pratica da quando ho completato il processo di transizione e, da un momento all’altro, mi sono sentita rifiutata da tutti. Ho dovuto darmi questa alternativa. In mezzo comunque ci sono stati periodi in cui mi sono fermata: preferisco guadagnare qualcosa in meno ma salvaguardare la mia salute psicologica.

E che cosa hai fatto in questi periodi?
Durante la stagione estiva mi è capitato di lavorare per qualche mese come barista. Altre volte invece ho incontrato uomini che mi hanno preso a cuore, aiutandomi, e io mi sono fermata per rispettarli. Ma sono situazioni in cui non mi sono mai ‘seduta’: le persone si invaghiscono di te, ma dopo un po’ vanno via.

Nella lettera dici la prostituzione non è un lavoro. Che cos’è allora?
È un indumento che tante persone transgender indossano per essere accettate, o quasi, dalla società. Agli occhi di tanti, la parola transessualità è sinonimo di prostituta, nonché di sesso e denaro, ma non è assolutamente così. A volte mi chiedono: «Hai lavorato oggi?», come se vendere il proprio corpo fosse normale. Ma non lo è. E io ce l’ho con questa società bigotta, che ci accetta solo in questa veste, senza darci la possibilità di avere un lavoro vero.

La ritieni una forma di violenza psicologica?
Sì, perché la prostituzione non è una scelta, ma una costrizione. Tutti pensano che abbia scelto di farlo per soldi. Ma io non voglio denaro, preferirei avere la vita che ho sempre voluto. Magari tra le escort nate donne c’è chi ha scelto. Per le transessuali ha scelto la società. L’alternativa sarebbe stata il suicidio.

Hai inviato alla redazione di LetteraDonna delle foto, in cui si possono vedere dei lividi sul tuo corpo.
Mi vendo a uomini che spesso scavalcano il consenso tacito, che calcano la mano senza rendersi conto che di là c’è un essere umano. Se vogliono stringere forte lo fanno, se vogliono mordere idem. Lo fanno senza chiedersi se le sto facendo male o meno, perché hanno pagato. È un calvario.

Perché non dici ‘no’?
Perché non posso permettermi lusso di perdere un cliente. E io allora nella maggior parte dei casi mi zittisco. Anche se si tratta di rapporti consensuali, è una violenza indotta: subisco tutto questo perché nella vita non mi è concesso di fare altro, ed è raccapricciante.

Hai detto «nella maggior parte dei casi».
Ultimamente ho dovuto stoppare qualche cliente, troppo rude: «Stai andando oltre, prendi i tuoi soldi e vattene». Lo dico quando mi accorgo che mi stanno trattando come un bene di consumo e non come un essere umano. Fermo anche chi mi dice di voler venire prima, per farne due: non è una gara di orgasmi, non sei a un buffet.

Esiste una rete di solidarietà tra le prostitute? Magari c’è l’abitudine di sconsigliare alcuni clienti…
No, non comunichiamo tra noi. Ognuna è indaffarata a guadagnarsi il pane quotidiano, non c’è tempo per pensare a queste cose. Il nostro è un mondo basato sul ‘forse’: devi lavorare il più possibile, perché non sai mai se il giorno dopo riceverai qualcuno.

Secondo te questi clienti ‘estremi’ ti rispettano meno perché sei transessuale?
No, non si sentono più liberi di fare certe cose perché sono trans. È che spesso arrivano persone che amano il sadomaso e il fetish, gente che ha una bella famiglia e mi usa come sfogo, sfruttando il tempo per cui mi ha pagata. In realtà non incolpo nemmeno loro, perché è grazie ai clienti che sopravvivo. Ripeto, ce l’ho con la nostra società. Poi, se parliamo di rispetto, quello manca soprattutto nella vita di tutti i giorni.

Puoi farci qualche esempio?
Ti racconto due aneddoti. Una volta sono andata dal benzinaio. Alla richiesta di dieci euro diesel, mi ha detto: «Vieni un attimo là dietro con me?». A quel punto gli ho chiesto perché e lui: «Ah, non fai la trans?». Come se transessualità, come ti ho detto prima, fosse sinonimo di prostituzione. E come se dovessi vendere il mio corpo 24 ore su 24.

Il secondo aneddoto?
D’estate sono stata in Salento. Abitavo al piano terra, in una zona dove stavano molti ragazzi di colore, lì per la raccolta delle angurie. Venivano a bussarmi alla porta di continuo, chiedendo di farli entrare: «Siamo poveri, senza soldi, dai». Solo perché sono trans pensi che sia una puttana? E anche se fosse, che mi conceda gratuitamente? Ma come ti permetti?

Hai mai subito aggressioni?
No, ma per essere più sicura non ricevo clienti di notte. Voglio evitare problemi. Di giorno può venire il padre di famiglia, che invece di notte dorme insieme alla moglie. Dopo una certa ora gira gente più strana e circola più droga. Non sai mai chi può entrarti in casa. In strada, dove è più facile essere rapinate e aggredite da chi si spaccia per cliente, ho perso una cara amica.

Mi dispiace molto, davvero.
Si chiamava Ambra, ed era transessuale come me. È stata uccisa a settembre del 2018: l’hanno trovata in un vicolo, con un coltello conficcato nella nuca, in una zona di Bari dove c’è un giro di prostituzione. Non c’è ancora un assassino. Ecco, prima hai parlato di solidarietà tra prostitute: se ci fosse stato uno sportello antiviolenza per persone transessuali, un numero da chiamare, chissà, forse oggi Ambra sarebbe ancora viva.

Manca un po’ di attenzione sul tema della violenza sulle transessuali?
I centri antiviolenza sono pensati per le donne e non, anche, per noi. Meriteremmo più attenzione. Abbiamo dei diritti che in realtà non ci sono riconosciuti. Il 20 novembre si celebra il Transgender Day of Remembrance, ma perché non si parla di noi anche, esempio, l’8 marzo? Perché non ci invitano agli incontri sulla violenza di genere?

Immagino che l’assassinio di Ambra non sia entrato nel drammatico conto dei femminicidi in Italia.
Esatto. Ma chi uccide una transessuale commette un femminicidio. In tante sono state ammazzate o si sono suicidate in carcere, perché quando vieni arrestata ti mettono nel reparto maschile e puoi fare solo quello. Anche questa esclusione è una forma di violenza.

Non posso non farti un'ultima domanda. Digitando il tuo nome su Google, si trovano passi di una tua intervista radiofonica a La Zanzara, come: «Parto per Sanremo dove gareggerò ma con delle canzoni colorate e con un altro microfono: quello di carne». Perché?
Ho capito cosa vuoi dire. Mi hanno contattata perché sono stata la prima transessuale non operata a ottenere la riassegnazione del sesso all’anagrafe. Quella con Giuseppe Cruciani è stata una chiacchierata dai toni comici, tipici della sua trasmissione, ma in realtà abbiamo anche parlato di cose serie, facendo emergere una realtà molto dura e triste esistente in Italia.

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