3 Ottobre Ott 2019 1646 03 ottobre 2019

Intervista all'attivista contro il caporalato vittima di commenti sessisti

«Non ti lamentare se ti stuprano», le hanno scritto. Diletta Bellotti ha vissuto un mese in una baraccopoli, poi per denunciare lo sfruttamento dei braccianti ha dato vita alla protesta #pomodorirossosangue.

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Immaginate di essere una giovane donna, che ha abbracciato una causa al punto da mettere a rischio anche la sua vita, per darle visibilità. Immaginate adesso di aver ideato una forma di protesta itinerante, sempre per lo stesso motivo. Ecco, immaginate ora di ricevere, per il vostro impegno, critiche tutt’altro che costruttive e, in alcuni spiacevoli casi, persino commenti sessisti. Piuttosto avvilente, no? È esattamente ciò che sta succedendo a Diletta Bellotti, 24enne romana che, in lotta contro il caporalato, ha prima trascorso un mese nella baraccopoli pugliese di Borgo Mezzanone e poi ha girato per le piazze d’Italia con la campagna #pomodorirossosangue, per dare voce agli invisibili. Tricolore italiano, pomodori maturi, sangue finto: una metafora di ciò che accade nei campi, dove i braccianti vengono sfruttati e muoiono, anche, sotto al sole. Vittime del caporalato, dell’indifferenza, dell’ignoranza, della connivenza. «La maggior parte dei commenti che ho ricevuto sono di ragazzi etero, bianchi: mi scrivono che non posso portare avanti una lotta perché sono troppo bella, che non posso protestare così perché mi si vedono le tette, che non posso mostrare le caviglie, che non sono credibile se su Instagram metto anche foto della mia vita normale», racconta a LetteraDonna Diletta, che al momento si trova in Etiopia, dove lavora alla Delegazione dell’Unione Europea: «Noi donne attiviste veniamo sempre oggettificate e sessualizzate. Le offese che ricevo vanno solo a confermare quanto io debba validare la mia lotta davanti ai maschilisti, ogni giorno».

@Beatrice Puddu

DOMANDA. Quando e come è nato il tuo attivismo?
RISPOSTA.
Ho fatto un master in Diritti Umani e Migrazione Internazionale a Bruxelles, con tesi sul movimento dei braccianti di Boncuri del 2011. Essendomi interessata al tema, ho cercato di capire come potessi dargli visibilità con l’attivismo. Ci ho lavorato un paio di anni, poi ho sentito la necessità di andare sul posto, in Puglia.

E così sei andata nella baraccopoli di Borgo Mezzanone.
Sì, ci sono rimasta un mese, maggio-giugno 2019. Preferisco comunque usare l’espressione insediamento informale, dato che si è sviluppato accanto al Cara di Borgo Mezzanone, il centro di accoglienza ufficiale. Inoltre ‘baraccopoli’ ha una connotazione marginalizzante.

Avevi qualche aggancio?
Un amico di un amico di un amico, etc. Ho cercato un appoggio per mesi, finché non l’ho trovato. Ho chiesto se potevo andare a vivere là per un po’ e questo ragazzo ha accettato. Sono arrivata a Borgo Mezzanone senza conoscerlo e ora siamo super amici, ci sentiamo ogni giorno e lo sto aiutando con le pratiche del permesso di soggiorno.

Dove hai alloggiato e come trascorrevi le giornate?
Dormivo nel retro di una bottega di generi alimentari, dove lavoravo durante il giorno. Prima di partire e all’inizio avevo un po’ di paura, poi mi sono integrata abbastanza. Non ho nemmeno provato ad andare a fare la raccolta nei campi, innanzitutto perché serve una certa preparazione fisica e poi perché sarebbe stato pericoloso: i caporali controllano tutto, non mi avrebbero accettato.

Una ragazza bianca, in un insediamento dove vivono esclusivamente persone di origine subsahariana, non sarà comunque passata inosservata.
Infatti ho dato nell’occhio. Pensavano fossi una giornalista o una spia. La mafia nigeriana, così come quella foggiana, sapeva che ero lì. Mi hanno seguita e una volta sono stata anche minacciata con un coltello. Ogni volta che parlavo con qualcuno facevo finta di essere straniera, fingevo di avere un accento strano, rispondevo in francese o dicevo di essere marocchina.

Quali sono le condizioni delle donne in una realtà del genere?
Ti rispondo parlando della mia esperienza personale e non di numeri confermati. Da quello che ho visto il 90% delle donne africane è costretta a prostituirsi nei bordelli dell’insediamento. Ne ho conosciute alcune, molto giovani, 18enni o meno, per la maggior parte nigeriane. Le donne lì mi facevano sempre più paura degli uomini: avevano sacrificato di più, lavoravano il doppio, erano vittime di violenze, abortivano nel retro di una baracca. Erano aggressive, dovevano esserlo, dovevano pretendere, dovevano prendersi tutto da sole. A Bruxelles ho lavorato in centro per vittime di tratta: in Italia cercato di indirizzare queste ragazze vulnerabili, traumatizzate o incinte, verso associazioni in grado di aiutarle, ma è molto difficile tirarle fuori da lì, perché sono anche vittime di violenza psicologica.

Le violenze sessuali sono molto frequenti?
Sì, lo stupro viene usato come arma di guerra, in un ambiente che di fatto è di conflitto. In particolare contro le donne dell’Est in Calabria, dove a quanto ho letto la situazione è davvero complicata. Ma gli abusi sessuali si verificano ovunque: nell’Agro Pontino alcuni appartenenti alla comunità sikh sono stati denunciati da donne abusate. E anche a Borgo Mezzanone.

Che cosa possiamo fare per migliorare le loro condizioni?
Ho parlato con medici, chiedendo loro di fare informazione, di distribuire preservativi, ma niente. È l’intero sistema italiano che non si rende conto delle necessità delle donne. E infatti da noi sono principalmente le donne ad andare nei campi, guadagnando poco o nulla. Lavorano come quelle dell’Est, ma con 30 anni in più, iniziando da giovanissime come la ministra Teresa Bellanova. E muoiono nei campi, come se fosse normale.

Hai citato Italia, Est Europa, Africa. Principalmente di che nazionalità sono le persone sfruttate dal caporalato?
Nei campi lavorano soprattutto uomini provenienti dall’Est Europa, seguiti dagli africani. Poi ci sono le donne, quasi tutte appunto dell’Europa Orientale o italiane. Ma i dati non sono attendibili e cambiano continuamente.

Nell'insediamento informale avevi anche conosciuto una ragazza dell'Est, giusto?
Sì, una romena di etnia rom, credo l’unica altra ragazza non nera dell’insediamento. È morta una settimana dopo che me n’ero andata: è stramazzata in un campo, aveva la polmonite e un disturbo psichiatrico per cui doveva essere seguita giornalmente. Mi aveva anche detto di essere incinta. Non poteva lavorare nei campi dieci ore al giorno e prostituirsi quando tornava a casa. Non poteva inalare i fumi di plastica bruciata. Invece era proprio la sua vita. L’avevo segnalata perché sapevo che stava male, ma purtroppo il modello patriarcale della società italiana si riflette anche in queste comunità, dove le donne, meno integrate, poco sicure, con ancora meno diritti rispetto agli uomini, vivono in una situazione di violenza strutturale.

@Fabrizio Fanelli

Sei rimasta a Borgo Mezzanone un mese. Poi hai iniziato la tua protesta itinerante.
A giugno ho girato molto: Roma, Milano Bologna Napoli, Torino, Firenze e altre città. Volevo vedere se con pomodori, sangue e bandiera italiana il messaggio sarebbe passato. Durante questo ‘tour’ ho avuto modo di parlare con diverse persone, che a seconda della regione avevano spesso una conoscenza diversa del fenomeno del caporalato.

Hai intenzione di riprendere la protesta al ritorno in Italia?
A questo punto credo che sia più importante scrivere e dare visibilità ai braccianti stessi che protestano contro il caporalato piuttosto che continuare a protestare io stessa. L’ho fatto perché volevo attirare l'attenzione sul fenomeno in sé. Volevo se ne parlasse di più. Tutti questi attivisti sono inascoltati e per me è essenziale che sia la loro voce a prevalere.

La tua forma di protesta ha scatenato reazioni opposte.
In tanti mi hanno scritto di aver cambiato abitudini alimentari per mangiare in modo etico, e questo mi fa davvero piacere. Altri invece hanno dimostrato fin da subito avversità nei miei confronti. Sono stata criticata per come mi vestivo e parlavo, perché stavo sfruttando i social nel modo sbagliato, sono stata accusata di essermi appropriata di una causa non mia, cosa che tra l’altro ho sempre specificato.

Da cosa nasce questo ‘odio’?
Dal fatto che sono una ragazza che sta facendo qualcosa che non era mai fatto prima: questa lotta è molto segregata e marginalizzata. Una volta, durante la permanenza a Borgo Mezzanone, ho scritto che avevo paura e qualcuno mi ha risposto: «Poi non lamentarti se ti stuprano, è normale, sei andata là». Saranno dieci, più o meno, gli uomini che mi scrivono tutti i giorni, attaccandomi e sessualizzandomi. Purtroppo c’è una continua oggettificazione. Ma non posso liberarmi del mio corpo. Ho tentato anche di rendermi più semplice nei modi, nell’aspetto, ma non è bastato a rendermi abbastanza bambina.

In che senso?
Tutte le figure femminili che negli ultimi anni sono state in grado di farsi ascoltare, pensiamo a Greta e Malala, sono state ‘infantilizzate’: l’analisi che ho fatto è che nei dibattiti vengono ascoltate solo le ‘bambine’ che non sono sessualizzate. Nel 2018 ho partecipato a un incontro alle Nazioni Unite, dove una ragazza ha parlato degli abusi sessuali subiti. Perché lei sì, quando a tante donne prima non era stata data attenzione?

E da dove nasce questo bisogno di sessualizzare?
È alla base del patriarcato, che vede le donne come oggetti da opprimere, su cui esercitare il proprio potere. Nel momento in cui sei sessualizzata diventi vittima di una critica e analisi costante. Sono oggetto dell’opinione pubblica non per la mia lotta ma perché sono donne.

Non ti sono arrivate critiche da donne? A volte riuscite a essere davvero cattive tra di voi…
No. Non mi è successo. La cosa che mi ha fatto impressione è che le ragazze mi scrivono, con messaggi lunghi e profondi, lo fanno solo quando hanno qualcosa da dire. Gli uomini invece si sentono sempre in diritto di parlare, come se la loro opinione fosse fondamentale, anche quando metto una foto del cane.

Che cosa ti scrivono le ragazze?
Mi raccontano quanto le ho cambiate, mi dicono che quello che faccio è importante, mi scrivono anche per chiedermi consigli su libri da leggere. Il ragazzo medio della Paese occidentale, invece, non è abituato a decostruire la sua posizione nella società postpatriarcale e per questo non riesce a comprendere nessun tipo di lotta politica come qualcosa a cui poter dare un contributo reale. Figuriamoci quelle femministe.

La tua è una lotta femminista?
Nasco come transfemminista e ho sempre fatto parte di collettivi femministi. La lotta al caporalato non è specificamente femminista, ma come ogni lotta politica ha sempre una matrice femminista: io non posso intraprendere nessuna lotta politica se prima non sono rispettata come essere umano.

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