1 Ottobre Ott 2019 1600 01 ottobre 2019

Paola Agosti, la donna che fotografava le donne

Una mostra, in programma fino al 16 novembre a Roma, celebra la reporter che in 50 anni di carriera ha testimoniato con i suoi scatti il femminismo e ritratto dalle operaie alle scrittrici. 

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Paola Agosti Fotografa

Mezzo secolo di carriera. Da festeggiare con la mostra Paola Agosti. Cronache e leggende in calendario alla s.t. foto libreria galleria di Roma dal primo ottobre al 16 novembre. Cinquanta immagini in bianco e nero, selezionate dal curatore Matteo Di Castro, che celebrano la fotoreporter torinese d'origine e romana d'adozione. Sempre impegnata nel documentare il suo tempo, l'artista ci ha raccontato che solo recentemente si è accorta di aver ritratto donne per tutta la vita: «Ho ripreso il femminismo, le operaie, le scrittrici, ma senza prefiggermelo, perché mi guidava la mia sensibilità». Nei primi anni di lavoro ha reso immortale l’apertura della Casa delle donne di Roma. Di quel periodo Paola ricorda che non intendeva essere una militante femminista, perché voleva «lasciare una documentazione e lavorare da reporter, ma oggi mi colpisce quando mi dicono che i miei scatti sono stati portanti». Scatti che sono finiti anche su Noi donne, la rivista dell’Unione Donne in Italia che, fondata nel ’44, si occupava di Regioni del nostro Paese viste attraverso la sensibilità femminile: «Grazie a loro ho conosciuto realtà a cui non mi sarei mai avvicinata», spiega lei. E quando le chiediamo cosa l'aveva colpita particolarmente non ha dubbi: «L’attaccamento al lavoro delle piemontesi, come mezzo per raggiungere la propria autonomia, e le ultime mondine, che facevano la stagione lontano da casa, nel vercellese, perché in gran parte erano di provenienza emiliana».

DALLE OPERAIE ALLE PROTAGONISTE DELLA LETTERATURA ITALIANA

Negli Anni '80 poi è entrata nelle fabbriche di quello che all’epoca era il triangolo industriale Genova-Torino-Milano: «Mi colpiva vedere le giovani faticare alla catena di montaggio. Mi tornano in mente il reparto di verniciatura della Fiat, i primi computer alla Olivetti, le donne che lavoravano i filati nell’industria tessile biellese, poi quelle impegnate alla Indesit che faceva lavatrici. Da quegli scatti è nato il libro La donna e la macchina», ci ha detto facendo riferimento al testo che per la prima volta faceva luce in maniera esaustiva sulla condizione femminile all’interno delle industrie. Nel suo percorso però Paola ha anche incontrato scrittrici, poetesse e saggiste italiane. Cinquantasei in tutto, e altrettanti ritratti: «Ricevetti l’incarico di fotografare queste donne che avevano dai cinquant’anni in su. Fra loro c’erano anche Laudomia Bonanni e Amelia Rosselli». Di quel progetto si porta ricordi bellisimi, importanti: «Come quelli con Luce d’Eramo, con Lalla Romano, che era amica dei miei genitori, con Natalia Ginzburg, che mi aveva appassionato con il suo Lessico famigliare, perché rifletteva il mondo della mia famiglia, quello in cui ero cresciuta». Certo alcuni scatti non sono stati così semplici da realizzare. Maria Luisa Spaziani, ad esempio, «non voleva essere ripresa a casa sua, ma in studio, per un posato con tanto di luci. Quindi acconsentii e realizzai un ritratto di quel tipo, ma alla fine capii che non mi apparteneva e che non avrei potuto includere una foto del genere nel mio lavoro. Allora la chiamai, spiegandole la situazione, lei capì e la fotografai a casa sua. E il risultato finale le piacque», ricorda l'artista.

«Fui poi colpita dalla reazione di Anna Maria Ortese, che fotografai a Rapallo, in un bar sotto casa. Quando vide gli scatti mi chiese di fare piazza pulita anche dei negativi, perché non si piaceva. È una cosa che non mi è mai più ricapitata. All’epoca, avendo fra i 36 e i 38 anni, non capivo come una donna potesse avere un problema con la sua immagine, e forse proprio per questo la sua lettera mi fece riflettere. Comunque decisi di lasciar circolare le mie foto, che nel tempo divennero il suo volto», continua Paola.

LO SCRIGNO NELL'ARCHIVIO

Quando le chiediamo quali siano le iniziative in cantiere, lei risponde che il suo «archivio conta 360mila negativi, attorno alle 40mila diapositive, più le foto analogiche, che non so quante siano». E da un simile patrimonio possono nascere altre mostre o altre pubblicazioni, sulla falsariga de Il destino era già lì, con al centro le figure a cui aveva dato voce lo scrittore Nuto Revelli, che si è sempre battuto per gli ultimi e i dimenticati. Nel libro, che raccoglie vecchie interviste, fatte negli Anni '70 e '80, sono immortalati il lavoro e la fatica delle donne della montagna povera cuneese.

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