27 Settembre Set 2019 1825 27 settembre 2019

Intervista a Marta Dillon, fondatrice di Ni Una Menos

A tu per tu con l'attivista femminista, sempre a fianco delle donne, troppo spesso vittime di uomini violenti e diritti negati. In Argentina e nel resto del mondo. 

 

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Marta Dillon Ni Una Menos 2

Marta Dillon ha 53 anni. È una madre e una moglie, persino una nonna. Figlia della desaparecida Marta Taboada, lavora come giornalista e fa anche la sceneggiatrice. È sieropositiva dagli Anni 90, lesbica, comunista. Capace di far registrare sua figlia con tre genitori, ovvero lei, l’attuale compagna, la cineasta Albertina Cerri, e l’ex marito (che ha donato il seme), è la più popolare attivista impegnata nelle battaglie per i diritti Lgbtq. È anche la fondatrice del movimento argentino ‘Ni Una Menos’, «nato nel 2015 dalla necessità di dire basta alla violenza machista e patriarcale» che stava dilagando nel Paese. Marta Dillon è tante cose. Diremmo che è la sacerdotessa del femminismo sudamericano, se non avesse un certo astio (eufemismo) nei confronti di certi sacerdoti, ma alla fine lo diciamo lo stesso, per essere un po’ ‘contro’, come lei. L’abbiamo raggiunta per parlare proprio della violenza di genere in Argentina, un’emergenza che non ha sfumature ma solo due colori: rosso, come il sangue delle tante vittime di femminicidio, una ogni 27 ore secondo statistiche ufficiose («Ci separa un oceano, ma in realtà non siamo così lontani», osserva). E nero, come il futuro delle bambine a cui è negata l’infanzia, costrette a portare a termine una gravidanza dopo aver subito inconcepibili abusi.

DOMANDA. A metà settembre, quattro donne sono state uccise in un solo weekend. Impressionante.
RISPOSTA.
Purtroppo è così. Nonostante la nostra lotta e tutti i cambiamenti che siamo riuscite a produrre, il numero di femminicidi non solo non è diminuito, ma è addirittura aumentato. La mancanza di risposta da parte dello Stato, che non concede un budget per aiutare coloro che subiscono violenza, e l'indifferenza nei confronti dei più poveri nella nostra costante crisi economica fanno parte delle cause.

Da dove nasce tanta violenza?
Gli uomini stanno perdendo il loro ruolo di ‘capofamiglia’, in quanto la lotta femminista sta scardinando la gerarchizzazione maschilista della società: le donne dipendono sempre meno dagli uomini e questa perdita del valore sociale della mascolinità si riempie di violenza, con sempre più crudeltà. In Argentina ogni giorno una donna viene uccisa per il solo fatto di essere donna, o travestito, in alcuni casi. Questa realtà sembrava talmente naturale che i femminicidi venivano raccontati come crimini privati, commessi da pazzi o uomini buoni travolti dalla passione.

Possiamo dire che Ni Una Menos è nato dal bisogno di verità?
Ni Una Menos è nato per condividere la nostra rabbia, per svelare le strutture patriarcali e economiche, sociali e culturali che causano la violenza sessista. E in base alle quali, a peggiorare le cose, le vittime sono sempre incolpate: per come erano vestite, perché erano da sole di notte, per la loro vita sessuale, etc. Siamo sempre vigili e in mobilitazione, in costante comunicazione con le compagne femministe di tutto il mondo: solo con la lotta transfemminista e transnazionale. Solo così possiamo affrontare l’aumento dei femminicidi e la mancanza di aborto legale, che sono emergenze non locali ma mondiali.

Geplaatst door Marta Dillon op Vrijdag 24 maart 2017

Cosa ricorda della prima mobilitazione di Ni Una Menos?
Fu una grande manifestazione. Scendemmo numerose in strada, ribaltando l’idea che i nostri corpi non contassero e creando uno slogan che è diventato globale. Facemmo nostra la frase della femminista italiana Silvia Federici «Lo chiamano amore, noi lo chiamiamo lavoro non pagato» (‘Eso que llaman amor es trabajo no pago’, in spagnolo), evidenziando come lo strumento della disoccupazione femminile sia un modo con cui il capitalismo ci espropria dal nostro tempo, dalla nostra vitalità e dalla nostra forza lavoro: non tolleravamo più che la divisione sessuale del lavoro potesse essere considerata naturale.

Cosa è cambiato da allora?
Da allora la tolleranza alla violenza di genere è cambiata radicalmente e ‘femminismo’ ha smesso di essere una parolaccia, per diventare motivo di orgoglio. Di femminismo ormai si discute nelle aree più povere così come nelle università, tra le donne migranti e tra le quelle indigene, tra adolescenti e persino bambine. Anche se continuano a vittimizzarci, non siamo solo vittime. Ni Una Menos è riuscito a far dialogare diverse forme di attivismo femminista, che è molto vivo in Argentina.

Geplaatst door Ni una menos op Maandag 25 maart 2019

A inizio 2019 ha fatto il giro del mondo la storia della ragazzina di 11 anni costretta a portare a termine una gravidanza, dopo un abuso sessuale da parte del comoagno della nonna.
La storia di Lucia, così l’hanno chiamata sui media, ha messo in evidenza le conseguenze della mancanza di diritti riproduttivi, dell’aborto clandestino e dell'influenza dei fondamentalismi religiosi nelle politiche pubbliche. Una bambina di 11 anni, violentata e incinta a causa di quell’abuso, è stata rinchiusa in una stanza d’ospedale e obbligata a proseguire la gravidanza, manipolata, fatta sentire in colpa e portata a credere, insieme alla madre, che l’aborto avrebbe messo a rischio la sua salute: tutto ciò è stata una tortura.

Vogliamo ricordare com’è andata a finire questa incredibile vicenda, che ha dato vita alla campagna #NinasNoMadres?
Si è aspettato talmente tanto, addirittura sei mesi, che alla fine Lucia è stata sottoposta a un taglio cesareo, con tutti i rischi del caso, perché non c’erano alternative più sicure. I medici che l’hanno aiutata, ovviamente, sono stati attaccati dagli integralisti religiosi. (Precisazione: dall’utero di Lucia, sottoposta a un’interruzione di gravidanza, è stato estratto un feto di sei mesi, dal peso di 660 grammi, a cui è stato dato il nome Faustina. Aveva pochissime possibilità di sopravvivere e infatti è morta dieci giorni dopo, per gravi complicazioni respiratorie, ndr)

Scusi, ma in Argentina la legge non dice che l’aborto è legale in caso di stupro?
Nel 2012, una ‘acordada’ (una sentenza che ha forza di legge, ndr) della Corte Suprema de Justicia de la Nación ha stabilito che l’aborto non è punibile in questi casi, e che si può effettuare senza autorizzazioni. Il problema nel caso di Lucia, come nel caso di molti altri che non hanno avuto lo stesso impatto, è che a seconda del territorio la legge viene interpretata diversamente. Inoltre, i medici subiscono pressioni da parte dei fondamentalisti religiosi che minacciano di denunciarli, e perciò prima di praticare l’interruzione di gravidanza tendono a chiedere tutte le autorizzazioni del caso. Qui iniziano i ritardi, gli interventi dei media e dell’opinione pubblica, le violazioni della privacy, etc. I governanti del Tucumán, che si trova nel nord dell’Argentina, l’hanno dichiarata una provincia pro-vita, dunque hanno incrociato le braccia decidendo di ignorare la sentenza.

In Argentina sono così forti le ingerenze degli ‘integralisti religiosi’, come li chiama lei?
Sì, ed è questa la loro realtà: disprezzo per la vita delle donne, autoritarismo, esclusione sociale dei più poveri, che non possono accedere ai servizi privati e sicuri se non nell’anonimato. Tutto questo mascherato dal rispetto per la vita: una vita nuda, meccanica, che poi ignorano completamente dal momento della nascita. Per fortuna la consapevolezza sociale è cresciuta e continuerà a crescere.

Quello di Lucia non è un caso isolato, vero?
Purtroppo è successo molte volte, e infatti l’Argentina è stata sanzionata dalla Corte Interamericana dei Diritti umani in due occasioni, con l’obbligo di scuse pubbliche e risarcimento economico per le vittime. Una volta per il caso di una ragazza con ritardo maturativo, incinta dopo una violenza, a cui non fu permesso di interrompere la gravidanza. Un’altra per quello di Ana María Acevedo, che non potrà fare niente con il risarcimento. È morta infatti di cancro, dopo che medici si sono rifiutati di somministrarle le cure perché era incinta. Facendo qualche numero, ogni anno sono circa tremila i bambini portati in grembo da ragazzine tra i 10 e i 13 anni di età. Ovviamente, tutti frutto di violenza sessuale.

Chi sono le vittime di questi abusi?
Premettendo che le vittime di abusi sessuali durante l’infanzia si possono appartengono a ogni ceto e territorio, riguarda soprattutto le ragazzine con meno risorse economiche e culturali, giovani afrodiscendenti o indigene che vivono in villaggi remoti. Allargando appunto il discorso a tutto il Sudamerica, fin all'inizio del colonialismo esiste un'estesa pedagogia che iper sessualizza, rendendo ‘disponibili’ i loro corpi. La mancanza di educazione sessuale e giustizia riproduttiva fa il resto. Senza dimenticare l'impunità diffusa per coloro che perpetrano abusi sessuali contro i bambini. La Chiesa Cattolica, che continua a mettere in atto pratiche colonialiste e a proteggere preti pedofili, ne sa qualcosa.

Che cosa dovrebbe fare il suo Paese?
Legalizzare l'aborto è un dovere della democrazia argentina e di tutti i governi che lo hanno negato. Tuttavia, non è l'unica misura necessaria. Le risposte devono essere intersezionali: rispettare i territori protetti dalle popolazioni indigene, riconoscere il debito storico con le persone di origine africana, distribuire ricchezza, garantire un'istruzione equa, riconoscere compiti di cura come lavoro, offrire educazione sessuale laica e femminista in tutti scuole e a tutti i livelli di istruzione. Queste sarebbero alcune misure urgenti.

E a che punto sono i diritti Lgbtq in Argentina?
In Argentina abbiamo leggi avanzate, riguardanti parità matrimoniale e il riconoscimento della volontà procreazionale, che consente a un figlio di essere legalmente riconosciuto all'interno della sua famiglia avendo due madri o due madri, o una madre travestita e una madre lesbica. C’è anche la legge sull'identità di genere, che riconosce l'identità percepita dal soggetto senza alcun intervento medico o psicologico, senza dimenticare quelle su fecondazione e quota di lavoro trans. Tuttavia, le sole leggi non sono sufficienti: nel governo di Mauricio Macri la destra ha consentito la violenza della polizia contro la comunità Lgbtq, in più dobbiamo sempre fare i conti con la violenza istituzionale nelle scuole e negli ospedali.

Sua madre è stata una rivoluzionaria. Ha combattuto ed è morta per il suo Paese. Crede che saranno le donne a cambiare l’Argentina?
Credo che mia madre non abbia combattuto per un Paese, ma affinché un altro mondo fosse possibile per tutti. A mia mamma non importava dei confini nazionali: era una rivoluzionaria che considerava l’intera America Latina come un solo territorio. Tornando alla domanda, penso che le donne abbiano avuto e abbiano un ruolo fondamentale nella difesa di altre forme di vita che non siano quelle dell'accumulazione capitalista. Senza dubbio.

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