26 Settembre Set 2019 1550 26 settembre 2019

Pink Tank, il libro sul sessismo della politica italiana

Perché il nostro Paese non ha ancora avuto una donna premier o presidente della Repubblica? L'autrice Serena Marchi lo ha chiesto alle dirette interessate. 

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Pink Tank Libro Serena Marchi 3

«Durante le consultazioni del Presidente della Repubblica per la formazione del nuovo Governo, trapelava il nome della costituzionalista Marta Cartabia come possibile nuovo premier. È durato solo poche ore. Fumata nera. Ancora una volta». Sul suo blog la giornalista Serena Marchi non nasconde certo l’amarezza riguardo al fatto che il mandato bis a Giuseppe Conte abbia fatto svanire la possibilità di vedere una donna, per la prima volta, alla guida dell’Italia. Amarezza, ma certo non stupore: stiamo pur sempre parlando dell’autrice di Pink Tank – Donne al potere, potere alle donne (edito da Fandango, nelle librerie dal 26 settembre), volume che attraverso interviste a tante protagoniste della politica nostrana prova a spiegare il (colpevole) ritardo del nostro Paese. Senza badare alle appartenenze politiche, Serena Marchi ha incontrato Emma Bonino, Paola Binetti, Daniela Santanchè, Anna Finocchiaro, Irene Pivetti, Monica Cirinnà, Giorgia Meloni, Cècile Kyenge, Mara Carfagna, Mariapia Garavaglia, Rosa Menga, Emanuela Baio, Elly Schlein, Elisabetta Gardini, Laura Boldrini, Marianna Madia, Luciana Castellina e Livia Turco, facendosi raccontare cosa sognavano da bambine, perché hanno iniziato a fare politica e gli ostacoli che hanno dovuto superare. Insomma, ha cercato di capire perché le donne sono così poco considerate ai piani alti della politica, chiedendole alle dirette interessate. E LetteraDonna, a sua volta, lo domanda a lei.

Serena Marchi.

DOMANDA. L’Italia è agli ultimi posti in Europa per la rappresentanza politica delle donne. Qual è il motivo di questo ritardo?
RISPOSTA. La politica non è altro che lo specchio del nostro Paese: sostanzialmente accade quello che si può osservare nella vita di tutti i giorni. «L’Italia è un Paese sostanzialmente maschilista e la politica è l'espressione della nostra nazione», dice Daniela Santanchè in Pink Tank. Si fa fatica a fidarsi delle donne, e spesso le stesse donne non si fidano delle altre donne. Ma non è solo colpa del paternalismo: si percepisce anche la mancanza di coraggio, da parte delle donne, di provarci, a raggiungere il potere. Lo affermano per esempio Emma Bonino, Irene Pivetti, Mariapia Garavaglia e Daniela Santanchè.

Che difficoltà incontrano le donne italiane quando decidono di impegnarsi in politica?
Innanzitutto la conciliazione dei tempi tra vita privata e politica. La cura dei figli e della famiglia grava ancora principalmente sulle spalle delle donne. E spesso i tempi della politica, come quelli del lavoro, si accavallano con i ritmi e le incombenze della vita privata. Paola Binetti dice: «Ogni donna che occupa un posto di prestigio importante deve facilitare la vita delle altre donne. Stiamo obbligando ancora le donne a scegliere tra famiglia e lavoro… credo che le leader debbano rimuovere gli ostacoli per permettere a chi ha meriti, capacità e volontà di andare avanti». Mariapia Garavaglia però ricorda anche che, nel passato, grandi donne politiche hanno avuto il sostegno dei compagni. I quali, capendo la forza e la capacità delle proprie mogli, hanno deciso di fare qualche passo indietro nella carriera per lasciare loro la possibilità di realizzarsi.

Chi tra le intervistate ha avuto più difficoltà a farsi strada in politica?
Cècile Kyenge: ha dovuto stringere i denti e lottare, anche all’interno del suo stesso partito, per dimostrare di meritarsi un posto e per sopravvivere di fronte ad attacchi e insulti che, con la politica e la sua preparazione, hanno davvero poco a che fare. Anche la sua è una storia personale molto umana, toccante e intensa che credo pochi conoscano.

Dal punto di vista umano, appunto, quale storia ti ha colpito di più?
Sicuramente quella di Livia Turco. Non conoscevo la sua storia personale e nulla sapevo della sua infanzia. L’ex ministra mi ha aperto le porte della sua vita privata facendomi capire quanta strada abbia percorso e quanto sia profonda e matura la sua passione per la politica.

Hai intervistato donne insultate a più riprese, in quest’epoca dei social.
Il tema degli insulti gratuiti, che non c’entrano con la politica, è stato toccato da quasi tutte le intervistate. Boldrini, Meloni ma anche Schlein, Cirinnà, Carfagna, Kyenge. Quella degli haters è una realtà recente, nuova, che in passato era molto meno accentuata. L’avvento dei social network ha ampliato le offese e gli attacchi, fino a qualche anno fa molto meno diffusi. Cècile Kyenge racconta: «Resisto agli attacchi sui miei canali social anche grazie a delle e proprie sentinelle che, negli ultimi anni, mi aiutano a contrastare le falsità su di me. Sono dei giovani che si sono organizzati in maniera autonoma per darmi una mano».

Dobbiamo sottolinearlo: si tratta spesso di insulti con una connotazione sessista.
Monica Cirinnà cita gli insulti irripetibili rivolti ad Angela Merkel qualche anno fa. E ricorda come i profili social di Laura Boldrini, Giorgia Meloni, Maria Elena Boschi e di tante altre politiche siano pieni di insulti personali di bassissimo livello. Insulti che agli uomini, per l’aspetto fisico o il sesso, non vengono rivolti. Marianna Madia sottolinea che «la donna in politica è ancora un elemento di novità», che «porta alla morbosità e sfocia spesso nel sessismo». Ma precisa: «Noi però siamo delle privilegiate perché dalla nostra esposizione mediatica possiamo far emergere il sessismo nei nostri confronti. Dobbiamo però renderci conto che la maggior parte delle donne subisce il nostro stesso identico trattamento e rimangono spesso sole, invisibili e chi lo infligge resta impunito».

Dalle tue interviste è emersa qualche differenza tra destra e sinistra?
La metodologia di lavoro che ho utilizzato ha lasciato completamente fuori dalla discussione le appartenenze, i partiti e le ideologie. Negli incontri ho mantenuto il focus su storie, idee ed esperienze personali. Il risultato è tangibile: non ci sono differenze sostanziali nella visione del mondo femminile tra donne di destra e sinistra, se si restringe il campo della discussione prettamente ai temi femminili. Forse le donne di schieramenti di destra hanno meno tabù sul potere. Hanno meno paura di possederlo e non si fanno problemi a dirsi «voglio il potere». Le donne di schieramenti di sinistra hanno più il ‘sentimento della secondarietà’, per dirla con Simone de Beauvoir, ossia di non sentirsi all’altezza per assumere ruoli di leadership. Ma le cose, per fortuna, stanno cambiando.

A proposito di leadership, a tuo modo di vedere quanto siamo lontani dall’avere una Presidente del Consiglio?
Non siamo molto lontani. I tempi sono più che maturi. Serve coraggio per guardare in faccia la realtà e rendersi conto che potrebbe essere una svolta fondamentale per l’Italia. Sono convinta che il primo partito o il primo schieramento che capirà veramente la forza rinnovatrice che potrebbe portare al nostro Paese una candidata premier, sarà quello vincente. Abbiamo donne di grande valore, in tutti gli schieramenti. Credo sia giunto il momento che siano loro a guidarci.

Le donne che hai intervistato hanno avuto occasione di confrontarsi con colleghe straniere sul sessismo della politica?
Sì, soprattutto le europarlamentari. Elly Schlein racconta che anche al Parlamento europeo esistono problemi di sessismo e di diversa considerazione di genere. Mentre Luciana Castellina racconta addirittura che «le ragazze in Italia sono messe meglio rispetto a gran parte dei Paesi europei» e di averlo capito quando è arrivata al Parlamento Europeo nel 1979: «Creammo una commissione interpartitica dove confrontarci tra donne. E lì scoprii che noi, in Italia, avevamo le legislazioni più avanzate».

Che cosa sognavano le ‘protagoniste’ di Pink Tank quando erano bambine?
Ognuna di loro aveva sogni differenti. Per esempio, Giorgia Meloni voleva fare la cantante, Monica Cirinnà la veterinaria, Mara Carfagna la ballerina, Laura Boldrini l’archeologa o la giornalista, Irene Pivetti l’astronoma, Elisabetta Gardini desiderava una casa piena di libri, Emanuela Baio sognava di diventare missionaria.

Cosa le ha spinte a entrare in politica?
Ognuna ha un perché differente. C’è chi ha respirato l’impegno politico fin da piccola, in casa, come Anna Finocchiaro, e chi invece ha deciso di dover fare qualcosa in prima persona dopo un fatto ben preciso, come Giorgia Meloni. C’è chi ha maturato l’idea giorno dopo giorno, come Elisabetta Gardini e Mara Carfagna, chi invece si è ritrovata nelle stanze dei bottoni improvvisamente, come la giovane Rosa Menga.

Tra le donne che hai intervistato ce n’è una che ammiri in modo particolare?
Ce n’è più di una. Ma non sarebbe professionale esprimere una preferenza. Il mio compito è stato quello di fotografare una realtà e raccogliere il punto di vista di chi vive la condizione femminile all’interno della politica. Lascio ai lettori farsi la propria idea.

E qualcuna di cui non avevi una grande stima e che invece ti ha fatto cambiare idea?
Ci sono stati degli incontri ai quali mi sono presentata con delle idee e delle aspettative che, poi, sono state completamente disattese. Sia in positivo sia in negativo. E questo mi conferma ancora una volta due cose: mai avere preconcetti e sentire sempre, direttamente, le idee e i pensieri dalle persone in questione.

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