30 Agosto Ago 2019 1758 30 agosto 2019

Intervista a Jo Squillo, regista di 'Donne in prigione si raccontano'

Il docufilm che ha ideato insieme a Giusy Versace e Francesca Carollo, girato del carcere di San Vittore, è stato presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. 

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«Spiacevole a dirsi, ma a volte il carcere è anche un luogo dove devi passare per forza per comprendere determinati aspetti. Noi desideriamo trasmettere che c'è sempre una via d'uscita. L’esperienza in prigione è indescrivibile finché non la si prova, speriamo tutte di averla raccontata nella maniera più giusta». Questa la schietta testimonianza di una delle detenute protagoniste del docufilm Donne in prigione si raccontano, presentato nel corso della 76esima Mostra del Cinema di Venezia. Il progetto, interamente realizzato all’interno del carcere di San Vittore di Milano, è stato ideato da Jo Squillo, Francesca Carollo e Giusy Versace, tre figure femminili che stanno spendendo professionalità e notorietà per sensibilizzare nei confronti delle donne e portare avanti delle cause che ci toccano tutte e tutti. «Le detenute che abbiamo raccontato hanno commesso dei reati e vogliono pagare per questo, ma allo stesso tempo esprimono il forte desiderio di ricevere un'altra possibilità», spiega a LetteraDonna Jo Squillo, che si è cimentata alla macchina da presa: lavori di questo genere possono servire a creare un dialogo tra il ‘dentro’ e il ‘fuori’, abbattendo pregiudizi ed etichette.

Jo Squillo, Giusy Versace e Francesca Carollo a Venezia.

DOMANDA. Quale sensazione ha provato entrando in carcere per la prima volta?
RISPOSTA.
Ho avvertito subito la mancanza di tutto ciò a cui siamo abituati per vivere, a partire dal cellulare. Complessivamente si potrebbe racchiudere in una parola: il mondo esterno. Ci sono infinite porte e sbarre che ti portano all'assenza totale di libertà. Mentre sei da esterno in carcere acquisisci un enorme carico di sofferenza ed emozioni, sapendo, però, che poi uscirai. Dentro si perde la percezione del tempo, tanto che quando si esce si è quasi storditi.

Rispetto all'immaginario che si ha dell'esistenza in prigione, quale passo ulteriore compie il vostro docufilm?
In primis pone l’accento sulla dignità e sull’opportunità della seconda chance. Nessuno nella vita è totalmente innocente. Bisogna soprattutto capire qual è la linea da non oltrepassare per non commettere dei crimini. Oggi capita che non ci sia più la percezione della realtà, complici le droghe o, nel caso degli amori malati, della mancanza di libertà. Molto spesso si commettono delle azioni che portano a un reato perché alla base si è subita una violenza. Le donne sono soltanto il 4% della popolazione carceraria e io ci tenevo a comprendere perché siano arrivate a compiere certi atti.

In merito a questo, cosa si può fare per diminuire la violenza di genere?
Bisogna operare una rivoluzione culturale. Per quanto riguarda le recluse sarebbe importante rompere il meccanismo entro-esco-rientro. Purtroppo vige un sistema che non crea ancora prospettive future e le bolla a vita come detenute. È necessario dar loro un’occasione e in virtù di quest'ottica abbiamo voluto insegnare un mestiere (quello dei cameraman, ndr).

In Donne in prigione si raccontano affrontate il tema della maternità in carcere...
È un tasto molto scottante. La prima volta in cui sono entrata, nella prima cella a sinistra, ho visto una donna che aveva appena partorito. In Italia esiste una legge che per un po’ tutela le madri, permettendo di convivere coi propri figli all'interno del carcere fino a una certa età del bambino. Abbiamo però raccolto anche le testimonianze di persone che ne erano state private da un'ora all'altra, con i piccoli dati in adozione.

In passato ha realizzato l'installazione Wall of Dolls, ora questo progetto. Avverti un senso di responsabilità avverti nei confronti del pubblico?
Una fortissima responsabilità. Per me è questo il vero significato dell'essere artista. Non solo esprimermi con il canto e la musica, ma impegnarmi in particolare a favore delle donne e del cambiamento culturale in virtù della socialità e di un mutamento di prospettiva.

Qual è la sua posizione rispetto al #MeToo?
Noi siamo scese in campo prima di loro, purtroppo abbiamo una visione di inferiorità nei confronti degli americani per cui quando si muovono loro scoppia la 'rivoluzione'.

E rispetto al movimento nostrano Dissenso Comune?
Abbiamo creato la Wall of Dolls prima. Ho sempre voluto sottolineare quanto fosse importante fare rete tra noi. Dunque, anche Dissenso Comune è un segnale positivo che va in questa direzione. Basta creare gli orticelli: è stata proprio questa convinzione che ci ha portato a creare l'omonima onlus otto anni fa.

Qual è la sua prossima mission?
Desideriamo portare Donne in prigione si raccontano nelle scuole e ai giovani anche per fargli comprendere che l'uso delle sostanze stupefacenti non permette di capire chi sei e cosa fai. Ci teniamo a farci portatrici di un messaggio di rispetto, dignità e comprensione nei confronti di queste persone che vogliono rinascere.

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