Sessismo

Sessismo

26 Agosto Ago 2019 1521 26 agosto 2019

Una petizione contro il sessismo dell'Oxford Dictionary

L'ha lanciata su Change.org l'italiana Maria Beatrice Giovanardi, attiva nella comunicazione inerente violenza e discriminazione femminile. L'intervista.

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Maria Beatrice Giovanardi Petizione Oxford Dictionary

Sapevate che secondo uno dei più prestigiosi dizionari al mondo, l’Oxford Dictionary, la donna è piccola, fragile, di strada, brava (in senso dispregiativo), di proprietà dell’uomo o addirittura cagna? Immaginiamo di no, così come non ne era a conoscenza Maria Beatrice Giovanardi, giovane emiliana a Londra da cinque anni, attiva nel marketing e nella comunicazione inerente a violenza e discriminazione femminile, che nel gennaio 2019 si è imbattuta nell’avvilente scoperta. «Stavo conducendo una ricerca lavorativa. Cercando sinonimi del termine ‘donna’ mi sono trovata a leggerne una ventina nell’estensione online del testo dell’ateneo, tutti o quasi molto offensivi e discriminanti, accompagnati da frasi esemplificative del tipo ‘La signora incarnerà la donna in carriera, professionale, intelligente ma sexy’, oppure ‘Ti ho detto di essere a casa quando torno, piccola donna’», spiega a LetteraDonna. Ad aggravare ulteriormente la situazione il fatto che i maggiori motori di ricerca prendano in licenza i contenuti proprio dall’Oxford Dictionary: «Questo può indubbiamente influenzare le conversazioni online visto che scrivendo ad esempio ‘notizie donna’ in Google i risultati che appaiono sono quasi sempre su quella falsariga. Cosa che ovviamente non avviene per l’uomo, descritto come professional, working o intellectual», continua Maria Beatrice, che ha lanciato una petizione su Change.org per chiedere ai responsabili della pubblicazione che vengano eliminate tutte le frasi offensive e si ampli la voce del dizionario includendo esempi rappresentativi di minoranze come lesbiche o transgender.

DOMANDA. Come è nata l’idea di ricorrere a questo strumento?
RISPOSTA.
Il primo step è stato provare, insieme a una Ong londinese con la quale collaboro, a contattare direttamente i vertici di Oxford University Press, a cui fa capo il dizionario, ma dopo aver atteso per mesi una risposta che non è mai arrivata ho pensato che rendere pubblica questa battaglia fosse l’unica strada percorribile.

Come sta andando?
Bene, al momento le firme sono quasi 30 mila e tanti si sono avvicinati a noi, a partire dal Guardian che ha dedicato alla causa un articolo dettagliato pochi giorni dopo il lancio della campagna. Nemmeno l’interesse mediatico per ora ha spinto qualcuno di Oxford a fare chiarezza. Ma forse almeno un po’ di fastidio lo stiamo dando, visto che da quando i media hanno iniziato ad accendere i riflettori sul caso le pagine social del dizionario non sono più aggiornate, mentre prima contavano diversi post al giorno.

Com’è possibile che una realtà dal blasone indiscusso come l’Oxford University possa scivolare su un comportamento simile?
Ho parlato con diversi linguisti e docenti e una di loro, proprio di Oxford ma non coinvolta nel progetto, mi ha svelato che tutti i termini ripresi dalla versione online sono frutto di ricerche automatiche e che non esistono fondi sufficienti per effettuare un controllo su di esse. Un tempo per formulare i contenuti venivano utilizzati solo libri, mentre ora il bacino dal quale si attinge è l’intero universo internet, utilizzato come fonte e strumento d’analisi senza filtri.

In sostanza, se l’Oxford Dictionary descrive la donna così è perché è il mondo a farlo, almeno quello virtuale.
Esatto, questo fenomeno aberrante si spiega proprio con la presa di coscienza di come sessismo e idea di subordinazione all’uomo siano usuali online. Su Twitter le volte in cui una ragazza viene definita bitch (‘cagna’, ndr) non si contano: oltre a essere illegale, è inaccettabile che un simile accostamento venga introdotto in un’analisi dati.

Un atteggiamento purtroppo non solo virtuale ma tristemente noto anche offline, almeno in Italia. È così anche nel Regno Unito?
A livello istituzionale la visione patriarcale della società è dominante anche qui, nonostante la recente messa in atto di alcune politiche volte a migliorare la situazione. Io vivo a Londra che è una realtà cosmopolita e progressista, ma nei piccoli centri le cose sono diverse. Ultimamente a seguito di alcune indagini pubbliche si sta facendo molto per contrastare il gender gap, ma la strada per la vera uguaglianza è ancora lunga.

E gli inglesi come si pongono di fronte a certi temi?
Sono quasi sempre molto educati e hanno paura di offendere, io ad esempio non ho mai subito episodi di sessismo. Proprio per questo che non capisco come una delle Università più importanti al mondo permetta il persistere al proprio interno di una situazione così preoccupante, dimostrando di non avere alcun interesse verso tutte quelle donne e bambine che ricevono ogni giorno abusi e molestie. I casi sono in continuo aumento: credo che istituzioni come Oxford dovrebbero essere le prime a contrastare certi fenomeni, per auspicare la nascita di una realtà un po’ meno preoccupante di quella attuale.

Paradossalmente però c’è anche chi difende la scelta del dizionario.
Sì, in nome di una presunta difesa della cultura anglosassone, una critica che ci viene mossa è che la volontà di eliminare certi esempi lessicali rischi di cancellare la realtà storica secondo la quale le donne siano da sempre vittime di oppressione. Veniamo accusate di voler rendere il dizionario un documento prescrittivo e non descrittivo, mentre a mio avviso è proprio il contrario visto che denigrare non significa descrivere. Alcune parole esistono nel lessico inglese e quindi devono essere presenti su un dizionario, ma non accostare a noi.

Prevedete altre azioni oltre alla petizione?
Sì, stiamo scrivendo una lettera aperta insieme a diverse organizzazioni che ci hanno supportato, tra le quali quella che ha dato vita al movimento #Metoo, Time’s Up, e se anche questa sollecitazione dovesse cadere nel vuoto lo step successivo sarà arrivare tramite la professoressa di Oxford con cui sono in contatto all’interno dell’Università, per un confronto faccia a faccia con i responsabili.

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