Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

22 Luglio Lug 2019 1844 22 luglio 2019

La onlus che assiste le donne incinte e abusate

Intervista a Paola Persico, cofondatrice e responsabile del Centro di Aiuto alla Vita dell’ospedale Vittore Buzzi, che a Milano sostiene le vittime di maltrattamenti durante la gravidanza. 

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Violenza Donne Incinte

È una forma di violenza che ne contiene molte altre: dai maltrattamenti fisici agli abusi psicologici, fino allo stupro e ai pestaggi. Si concretizza tra le mura domestiche, come accade di frequente, e in qualsiasi parte del mondo. E si consuma sulla pelle di tante donne diverse, per età ed estrazione sociale. Perché i profili delle donne incinte vittime di violenza sono tanti e sono eterogenei. Sono adulte, studentesse, casalinghe, mamme, figlie, fidanzate che, una volta scoperta la gravidanza, diventano bersaglio di compagni aggressivi, mariti violenti o padri che, se giovani, le allontanano da casa o le costringono ad abortire.

250 CASI SOLO NEL 2019

A Milano, dal 2012, le accoglie l’associazione di volontariato Centro di Aiuto alla Vita dell’ospedale Vittore Buzzi: la onlus sostiene infatti i casi di maternità difficile attraverso servizi di accoglienza e assistenza psicologica, sociale, legale ed economica. Il centro monitora i casi più complessi per circa nove mesi dopo il parto e in sette anni, in tutto ha seguito circa mille mamme, di cui 250 solo nel 2019. Paola Persico, nella vita psicologa e psicoterapeuta, è tra le fondatrici e oggi è la responsabile del centro: «Da quelle che non sanno se portare a termine la gravidanza a quelle che hanno subito le peggiori violenze: sono tante le donne che si rivolgono a noi cercando disperatamente aiuto ».

DOMANDA. Quante sono le persone che subiscono violenza mentre aspettano un bambino?
RISPOSTA.
Secondo gli ultimi dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, il 30% del totale delle violenze di genere avviene su donne incinte. Si tratta di una percentuale molto alta, che negli anni è aumentata.

Quando si manifesta?
Dal primo concepimento: molte volte le famiglie di origine, il compagno o le persone con cui vivono non accettano la scelta di tenere il bambino e si oppongono.

In questi casi cosa accade?
Noi assistiamo persone picchiate, che arrivano da noi con ecchimosi sugli occhi o sulla pancia, costrette ad abortire, donne lasciate sole perché il compagno sparisce o minaccia di farlo. Ragazze vittime di violenza domestica anche al settimo o all’ottavo mese. Se la gravidanza non viene accettata dall’uomo e va avanti, di solito, va avanti anche l’abuso.

Che cosa scatena la violenza?
Di frequente accade a coppie che avevano già qualche conflitto. Poi, però, con l’arrivo e la presenza di un bambino esplode la non accettazione di questo figlio e, di conseguenza, una forma di aggressività sulla donna che ‘non obbedisce’, in quanto vuole tenerlo. In un certo tipo di uomo, il cambiamento della quotidianità può turbarne l’ordinario: si tratta di personalità maschili infantili, egocentriche, che focalizzano tutto su loro stessi, che non accettano si intrometta qualcuno di nuovo. Molte volte, però, è anche un fatto economico: una bocca in più da sfamare può generare, in alcuni soggetti, questo tipo di reazione.

Se dovesse individuare un motivo alla base di questo ‘disagio maschile’?
Dal punto di vista psicologico io direi che, alla base della violenza, c’è un grande egoismo di fondo.

Chi sono le vittime?
Anche in questo caso è violenza trasversale: ho visto donne arabe, italiane, adulte e anche ragazzine adolescenti allontanate perché incinte e costrette a vivere in una casa famiglia, con i loro piccoli, per essere al sicuro, perché la vita in casa diventa un focolaio di sofferenza e di abuso.

In che stato arrivano da voi queste future mamme?
Sono molto fragili, anche perché la gravidanza è un momento particolare nella vita di una persona. Nei loro volti c’è una disperazione diversa. Quando veniamo a conoscenza di queste situazioni attiviamo lo ‘sportello rosa’: all’interno del centro ci sono esperti, tra cui la dottoressa Nadia Muscialini, psicologa dell’ex soccorso rosa dell’ospedale San Carlo, e l’avvocato Greta De Luca, che indirizzano la persona nei casi più gravi verso polizia e carabinieri. Noi, come Centro di Aiuto alla Vita, le riceviamo, segnaliamo e poi le continuiamo a seguire.

Quali sono i passaggi dell’assistenza messa in atto dal Centro di Aiuto alla Vita?
Io avverto subito l’avvocato e sulla futura mamma inizia un monitoraggio settimanale. Poi bisogna valutare caso per caso: se la violenza è ‘solo’ psicologica, e quindi non ci sono maltrattamenti fisici, può capitare i partner capiscano e sui loro passi, assistendo poi la compagna. Se la situazione è peggiore ci rivolgiamo ai nostri esperti, perché non possiamo permetterci di lasciare una donna in balia della violenza.

Può farci un esempio concreto di un caso particolare di maltrattamento che avete seguito?
Una donna incinta, picchiata all’ottavo mese, è stata rinchiusa dentro casa dal compagno che, a suo dire, non aveva mai manifestato tratti aggressivi. In quel caso, lui aveva un’altra donna e non voleva in alcun modo sentirsi legato né a lei né al suo bambino. Lui poi è stato subito allontanato, anche perché è fondamentale preservare l’incolumità della donna e del nascituro.

Cosa succede, invece, quando sono delle ragazzine a essere incinte?
Che, in tanti casi, le famiglie le portano con la forza a interrompere la gravidanza. Non parlo solo di adolescenti, ma anche di giovani che vanno all’università. I danni per chi è indotto ad abortire sono enormi, si tratta di traumi difficili da superare. In questi casi interveniamo, magari insieme allo psichiatra, se il percorso da fare è più lungo, perché capita che questo bambino venga rimpianto per tutta la vita.

Come si supera un trauma del genere?
È molto difficile, perché è un momento di grande debolezza. Le ricadute si registrano negli anni, perché ci sono aspetti che riemergono con il tempo, che tendono a recidivare. È una cosa che va superata con la psicoterapia, anche più di una volta nella vita.

È più complicato denunciare il partner violento quando di mezzo c’è un figlio?
Certo, esiste una grossa conflittualità in una donna in casi di questo tipo. Da una parte non li vogliono più vedere il maltrattante perché il trauma di essere picchiate selvaggiamente le spinge ad allontanarsi. Subito dopo, però, vi è un momento di sconforto: il sentimento che c’è stato con questa persona non sparisce immediatamente.

Cosa deve fare un centro come il vostro in questi casi?
Le vittime vanno accompagnate secondo la loro volontà, preservandole però se c’è un marito violento. La violenza, se ripetuta, è molto pericolosa».

Il Codice Rosso è diventato legge. Cosa pensa di questo testo?
Ne sono assolutamente contenta. Qualsiasi provvedimento salvaguardi la donna va benissimo, dato che prima non ce n’erano. Alcuni lo criticano, è vero, ma trovo sia fatto piuttosto bene. È chiaro che si può perfezionare in alcune cose. Ecco, forse suggerirei di fare ulteriori corsi a tutti gli operatori che si trovano di fronte una persona vittima di abuso. C’è bisogno di molta sensibilità.

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