22 Luglio Lug 2019 1530 22 luglio 2019

Nathalie Moellhausen: «Nella scherma c'è parità di genere»

Campionessa del mondo individuale col Brasile dopo esserlo stata a squadre con l'Italia. In lei convivono più culture. Il viaggio più bello? «Quello dentro di me». 

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Nathalie Moellhausen Mondiali Scherma

Vincere un Mondiale è il sogno di ogni atleta. Nathalie Moellhausen ne ha vinti due, con due bandiere diverse. Il primo, nel 2009, tirando per l'Italia, il secondo, dieci anni più tardi, ai Mondiali di scherma di Budapest 2019, coi colori del Brasile. Oro nella spada individuale l'anno dopo la vittoria della sua grande amica, Mara Navarria. D'altra parte lei è così: nata in Italia da papà tedesco e mamma italo brasiliana, residente a Parigi da 13 anni, sposata con il famoso chef argentino Natalio Simionato. Nei suoi occhi che hanno visto e vissuto il mondo si intrecciano culture, la sua bocca padroneggia cinque lingue diverse, il suo cuore batte per la scherma, che lei chiama la sua arte e che ama mischiare con l'altra arte, in ogni sua declinazione. Eroina dei due mondi, come Giuseppe Garibaldi ma al contrario, perché dall'Italia è passata al Brasile. Non per soldi ma per una sfida e per provare il sapore di un'Olimpiade di Rio da disputare “in casa”. O, meglio, in una delle sue case, perché lei non ne ha solo una.

DOMANDA. Che effetto le fa essere campionessa del mondo?
RISPOSTA.
È la sensazione più bella che abbia mai provato in vita mia. È difficile da realizzare, a volte guardo le foto e mi sembra di non essere io. Quella che vedo mi sembra una persona che ammiro, la persona che vorrei essere. Ed è esattamente quello che mi è successo più o meno per 25 anni guardando gli altri vincere.

E vincere per il Brasile che significato ha?
Rappresenta il coronamento del mio sogno, di un percorso costruito con un'intenzione molto forte di dedicarmi alla scherma che è la mia arte e poterla espandere nel mondo. Era questa la mia missione di schermitrice, non semplicemente quella di vincere per un Paese.

Cosa significa la scherma per lei?
È l'arte più bella del mondo e la scuola di vita più bella che ci sia.

Italiana, con padre tedesco, madre italo brasiliana, vive da anni a Parigi. Si sente cittadina del mondo?
Non penso sia la frase migliore. Mi sento italiana, brasiliana, francese e anche un po' argentina, visto che mio marito è argentino. C'è un po' di tutti questi Paesi in me. Sono cresciuto in una famiglia estremamente aperta, non ho mai avuto limiti, non mi sono mai fermata in un posto.

Com'è cambiare casa in continuazione?
Ha i suoi pro e i suoi contro. Quando sei così sradicato non sai più a cosa o a chi appartieni, ma è molto importante non identificarsi con quello che si fa o la bandiera che rappresenti. Importa capire quello che sei e ci vogliono anni e anni di introspezione a livello psicologico per imparare a conoscere il mondo che c'è dietro la tua maschera, un mondo che nessun altro conosce.

Come è nata la decisione di cambiare nazionalità?
Dopo Londra 2012 ho pensato che quello che avevo fatto per l'Italia, anzi, che l'Italia aveva fatto per me, era il momento di darlo al Brasile. Quando vinci per un Paese così, che non ha una tradizione comparabile a quella italiana, diventi un eroe. Non hanno molti sport, a parte il calcio. Di certo non l'ho fatto per soldi, ma solo per amore.

Una sfida che ha vinto conquistando il primo titolo mondiale nella storia della scherma brasiliana.
Ci ho messo sette anni per arrivare fin qui. Da fuori non ci si rende conto la crisi di identità che si subisce. Improvvisamente non sei più nessuno in quel Paese in cui eri riconosciuta per quello che facevi e non sei ancora nessuna per il Paese in cui ti sei trasferita. Puoi solo vincere per dimostrare chi sei.

Come ha festeggiato?
La sera stessa sono uscita tardi dal palazzetto e sono andata a cena con tutta la squadra del mio maestro, il Team Levavasseur. Sono stata la prima a entrarci e oggi ci sono persone da ogni parte del mondo che sono stati i miei sparring partner in questi anni. È un progetto fantastico, si chiama Escrime sans frontier, un concept unico ma vero: la scherma è senza frontiere. Non bisogna temere di allenarsi con gli stranieri per non rivelare i propri punti forti e deboli.

Quanti messaggi di congratulazioni ha ricevuto in questi giorni?
Tantissimi. In generale mi ha reso estremamente felice vedere quante persone, italiani, brasiliani, francesi, sudamericani in generale, si sono raccolti intorno a me per questa medaglia. Erano veramente felici per me perché conoscono la mia storia.

Il più bello?
Quello di una persona che non è nemmeno un mio grande amico ma è stato un compagno di allenamento, Silvio Fernandez, ex spadista venezuelano tra i migliori al mondo. Mi ha guardato con le lacrime agli occhi mi ha detto: «Ti sei guadagnata il mio rispetto e quello di molte persone qui dentro, tutti avevamo questo sogno e tu l'hai realizzato anche per noi». Spero di poter dare forza a tante persone: quando ti dici «arriverà prima o poi il mio giorno», la parte più il difficile è crederci veramente, ma se lo fai quel giorno arriva.

Lei ha vinto uno storico Mondiale a squadre, l'unico per la spada femminile italiana, nel 2009. È più affezionata a quel titolo o a questo?
Forse più avanti potrò fare un bilancio, ma penso che tutte le esperienze forti nella vita hanno il loro peso al momento giusto. Mi ricordo ancora quel momento, quella vittoria a squadre con le mie compagne, per l'Italia, un'emozione diversa da un Mondiale vinto da sola. Eravamo unite, io adoro i progetti in cui si collabora, ho sempre reso più a squadre che nell'individuale. Questa medaglia ha invece un valore enorme perché volevo essere campionessa del mondo individuale.

Schermitrice ma non solo. Nel 2010 è stata direttrice artistica della cerimonia d'apertura dei Mondiali di Parigi. Come è nata la passione per l'arte?
L'ho sempre avuta, è di famiglia. Mia mamma lavora nel campo della moda, è una creativa, mio padre organizzava eventi ed è sempre stato molto legato all'arte.

E come si intrecciano l'arte e la scherma?
Ciò che accomuna un'artista con uno schermidore è il tocco, il dettaglio, l'ultima toccata del 15-14 che ti rende campione del mondo e un grande artista. Questo è uno sport meraviglioso, estremamente tecnico, con un grande potenziale per essere veicolato e per me il linguaggio di trasmissione doveva essere l'arte. In quello che noi facciamo in pedana c'è tanto della cucina, della danza, della moda. Così ho cercato di esprimere la scherma attraverso il suono, il tatto, la vista, il sapore, attraverso i cinque sensi, per renderla più comprensibile a chi la conosce meno.

Le piace viaggiare?
Sì, molto.

C'è un viaggio più bello?
Sì pensandoci bene c'è, ed è quello che ho fatto dentro di me. Il più importante anche se spesso pensiamo non sia così. C'è un mondo da scoprire che è di un fascino incredibile. Lo raccomando a chiunque, è molto facile, non bisogna nemmeno pagare il biglietto.

Suo marito è uno chef. Le piace mangiare?
Sì. Mia nonna mi diceva: «Considerato quello che ti piace mangiare, speriamo che ti trovi un marito che te lo faccia fare». Aveva ragione.

Cibo preferito?
La cucina italiana resta per me la numero 1, nonostante i miei 13 anni a Parigi. La peruviana è una delle migliori al mondo. Adoro la cucina tailandese, quella giapponese. In questo momento sono più orientata sulle cucine orientali, perché sono più leggere e più sane. In un'altra vita mi piacerebbe fare la gastronauta, assaggiare e giudicare i piatti. Una cosa che faccio spesso grazie e con mio marito.

Nell'ultimo periodo, anche per via dei Mondiali femminili di calcio, si è tanto parlato di sport di genere e barriere culturali nei confronti delle donne. Nella scherma c'è una piena parità di genere, secondo lei perché?
Curioso, perché si tratta comunque di uno sport di combattimento e tanti anni fa era solo maschile. Persino in tanti settori artistici il problema di genere c'è. Mi viene da pensare che davvero la scherma è uno dei pochi sport o delle poche arti che permette la parità dei sessi. Poi penso che ci sia dell'uomo e della donna in ogni schermidore, secondo me, nella ferocia e nell'eleganza del gesto. Io stessa mi sono detta «Questa gara la vinco solo se sento l'energia maschile dentro di me», mi è servita insieme agli aspetti più femminili, come l'intuizione. Mi sono ispirata tanto a guardare i match degli uomini, che tirano in maniera più di pancia e meno intellettuale. E devo dire che a me piace di più vedere la spada dei maschi.

Cosa avrebbe fatto se non avesse fatto la schermitrice? A parte la gastronauta.
La ballerina.

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