Violenza Sulle Donne

Violenza sulle donne

19 Luglio Lug 2019 1630 19 luglio 2019

Quando le vittime di violenza sono migranti

Sono tantissime, ma i centri, che in Italia si occupano del problema, non sono sempre attrezzati. È nato per questo il progetto Leaving violence. Living safe della rete D.i.Re e UNHCR.

  • ...
Centri Violenza Sulle Donne Migranti

La conferenza stampa di presentazione ufficiale del censimento dei Centri Antiviolenza in Italia sembra per ora sparita dall’agenda istituzionale, a seguito della polemica politica innescata alla vigilia da Vincenzo Spadafora, reo di aver dipinto Matteo Salvini come un maschilista. Stando però ai dati resi noti del sottosegretario con delega alle Pari Opportunità, la situazione che caratterizza luoghi e servizi di aiuto si presenta tutt’altro che rosea, soprattutto dal punto di vista organizzativo e di omogeneità sul territorio nazionale. Tra le diverse criticità emerse, una delle più significative riguarda l’accoglienza delle straniere, in particolare rifugiate e richiedenti asilo, vittime di violenze subite nei luoghi d’origine, e «portatrici di storie molto differenti, per vissuto e cultura, rispetto alle italiane e che quindi necessitano un approccio e una conoscenza specifica non sempre esistente», raccontano a LetteraDonna Maria Carlotta Rossi, coordinatrice del progetto Oltre la Strada per il centro antiviolenza Centro Donna Giustizia di Ferrara, e Maria Elena Cirelli, responsabile con Chiara Sanseverino del progetto Leaving violence. Living safe, realizzato dalla rete D.i.Re-Donne in rete contro la violenza in partnership con UNHCR, proprio per provare a colmare tale lacuna. «Il progetto è il naturale proseguimento di un percorso iniziato dal 2017 sempre con UNHCR e resosi necessario a partire dal 2015 e 2016, quando richiedenti asilo e rifugiate hanno iniziato ad arrivare in Italia con flussi sempre più cospicui e le richieste di supporto si sono fatte costanti». Uno dei problemi primari di un’emergenza esplosa numericamente in tempi recenti, è la debolezza o in alcuni casi l’assenza di una rete di comunicazione efficiente tra i diversi attori dell’accoglienza. «Per questo dal 2018 abbiamo iniziato a dialogare con molti CAS e luoghi di primo approdo e messo in comunicazione tra loro centri antiviolenza di numerose regioni con competenze specifiche in modo che ognuno di loro potesse acquisirne di nuove visto che ogni realtà è differente e non tutte le operatrici e mediatrici interculturali hanno la stessa preparazione».

DOMANDA. Attualmente quanti centri antiviolenza sono coinvolti?
RISPOSTA.
Otto, la maggior parte dei quali già aderenti al progetto del 2017. Alcuni che avevano iniziato il percorso con noi, invece, purtroppo hanno avuto difficoltà a proseguire a causa delle recenti evoluzioni politiche.

Parlate del decreto sicurezza?
Certamente. È una misura che colpisce tutti i richiedenti asilo ma soprattutto le donne, spesso in condizioni di maggiore vulnerabilità. Adesso è molto più difficile ottenere il riconoscimento dello status e a chi viene negato l’unica strada resta quella del ricorso che rimanda la decisione al tribunale. I tempi della giustizia però sono lunghissimi e nel frattempo ci si deve accontentare di permessi di soggiorno temporanei che scadono ogni sei mesi e per i cui rinnovi non ne passano quasi mai meno di un paio.

In questo modo programmarsi la vita diventa complicato.
Impossibile quasi visto che senza permesso di soggiorno non si può essere intestatarie di nulla, conti correnti, casa, lavoro o altro.

I fondi economici di cui disponete poi sono sempre meno.
Sì, e ci viene chiesto di continuo come anche quei pochi di cui disponiamo vengano spesi. È giusto che tutto sia trasparente e siamo le prime a pretenderlo ma la stessa serietà dovrebbe essere data nell’elargirli, cosa che non avviene mai visto che i finanziamenti tardano ad arrivare per mesi e in alcuni casi anni.

Una mancanza che si riversa inevitabilmente sui servizi.
Spiace dirlo ma è così, in molti luoghi d’Italia si è arrivati a non avere più punti di aiuto specifici perché finanziamenti ridotti e limitazioni operative imposte dalle nuove normative hanno ridimensionato notevolmente le possibilità di intervento. In quest’ottica quindi c’è chi ha preferito abbandonare progetti indirizzati a richiedenti asilo, che si vorrebbero ridotti a semplici parcheggi per donne, visto che il nostro lavoro è differente e prevede non solo supporto momentaneo ma un percorso finalizzato all’autonomia e all’indipendenza individuale. Non attuarlo significa fermarsi all’assistenzialismo fine a se stesso che rema in direzione opposta rispetto a quella dell’integrazione.

Sono ancora poche le richiedenti asilo o rifugiate che si rivolgono a voi rispetto alle italiane o alle straniere inserite socialmente. È un problema di cultura o di non conoscenza dei servizi?
Soprattutto la seconda visto che purtroppo l’idea di una quasi normalizzazione della violenza è trasversale e tocca non di rado anche l’Italia. Anche in questo caso l’unica strada percorribile è quella di interfacciarsi con maggiore costanza con i centri e le associazioni di prima accoglienza, da dove già adesso giungono la maggior parte delle segnalazioni.

Quali sono le violenze più ricorrenti che sentite raccontare?
Le più disparate, a partire dagli stupri perpetrati nei Paesi di transito. Quasi nessuna donna giunta dalla Libia dopo aver stazionato mesi o anni nei centri di detenzione ne è immune e alcune di loro si presentano da noi con figli o gravidanze in corso. Ciò che subiscono è talmente atroce che oltre alla denuncia della violenza è fondamentale lavorare sull’elaborazione del trauma. Un tema quest’ultimo sul quale ci stiamo attualmente interrogando chiedendoci se la consulenza psicologica interna ai centri della rete D.i.Re così come è sempre esistita possa bastare oppure se sia più opportuno aprirsi a servizi esterni che sappiano affrontare meglio una questione delle dimensioni inimmaginabili spesso anche per noi operatrici.

Presso il centro antiviolenza di Ferrara è attivo anche il progetto Oltre la strada che si occupa di vittime di tratta, grave sfruttamento sessuale o lavorativo, un fenomeno tutt’altro che minore.
Assolutamente e i numeri parlano chiaro: nel 2018 ci siamo occupate della presa in carico nelle case a indirizzo segreto di 31 donne, ma in totale quelle che hanno avuto contatti con noi sono state 168. Con loro il nostro operato inizia con il tamponamento dell’emergenza e termina con l’inserimento lavorativo anche se non è sempre semplice visto che per legge deve avvenire a un massimo di 18 mesi dall’accoglienza, tempo quasi mai sufficiente per riappropriarsi della propria vita.

Da quali Paesi provengono maggiormente?
Soprattutto dalla Nigeria con finalità che nella maggior parte dei casi riguardano la prostituzione.

Come arrivano a chiedere di uscire da situazioni di tratta e sfruttamento?
Molte spontaneamente grazie al passaparola di amiche o conoscenti che si sono rivolte a noi precedentemente o tramite forze dell’ordine o unità di strada. Alcune volte poi è capitato che ad indirizzarle fossero anche i clienti ma questo avveniva molto di più in passato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Correlati

Potresti esserti perso